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giovedì 23 aprile 2015

LA CAPRETTINA -poesia estemporanea in dialetto romanesco,nata sui siti d'incontri web e dedicata a Gioacchino Belli







Una capretta giovane e insicura
s’avventurò ner monno 
in cerca d’avventura…
La  caprettina voleva trovare
erba pulita e un maschio pe’figliare;
ma un maschio giusto, senza grilli in testa,
senza “ma” nè “mò” che stretta, stretta
se la tenesse al core suo con vero amore  
e la lasciasse con le corna sole
che la natura regala alla so’razza
Trovò un prato e venne una cornacchia,
vennero i lupi, venne lo sciacallo,
vennero ciuchi e un rozzo pappagallo,
vennero anche i caprettini giusti
che brucavano l’erba attorno, tutti, tutti.
Falsa e strisciante, sul fare della sera,
venne e s’avvicinò una vecchia jena.
Aprì la bocca e disse: ”Che fai bella?
Questo è il prato dei lupi, stupidella!
Sei ingenua assai, ma non te preoccupare,
te aiuto io, e gratis, a non farte del male!
Io della vita ci ho esperienza tanta e sottile,
savia e sapiente son, sebbene mi dican vile.
L’ho vissuta “alla grande”, sai, la vita mia.
Ci ho messo stile, pisicologgia, eleganza,
e ho ramazzato sempre, a destra e a manca,
e ancor oggi - sapessi! - che bboni bocconcini,
m’ingollo ancora ne’parchi de’ bambini!
Pecché questo è il punto dolente, bella mia,
te, tra i bambocci cerchi la to’via
e pure te sei bimba, stupidotta,
se non te cresci, se non te dai una smossa!
Ma che te vo’ marita’? Ma che vò fiji?
Ma senti a me che ce ne ho avuti tanti!
Ascolta a sora che te consijia bbene!
Coossa? Che dici? Ma che bbabbo,che nonno!
Io sò er più forte che c’esiste ar monno!
E te posso imparare tante cose bbelle,
e darte questo e quello, e sole e luna e stelle!”
Siccome allora quella non ce stava
e “Smamma bbella!” belava e gridava,
cominciò sora jena a seccarse un tantino e disse:
“Dio! Come se’volgare, che zoticona rara!
Te manca stile per trovà er marito, cara,
Forse se te consijio ce riesci,
ma sola così, nel prato, e zotica per giunta,
brucherai sola finchè sarai defunta!”
Cambiò lesta la capra toni e strateggia, 
je rispose garbata e sorridente:
“Te mi hai persuaso, jena,se’tanto convincente.
Imparami, te prego!
Tanto insicura e fraggile me sento,                      
che a dirozzarme un poco a te me prendo!
E dimme: come te paio? Sò bella?
Abbastanza accettabbile te sembro?
Dimme, è possibbile in me un cambiamento?”-
“Vedremo… forse, cara fessacchiotta… ”
rispose sora che se’credeva scaltra e furbacchiotta,            
e se fregava le mani e pure i piedi
“Ma se te dico una cosa strana, me credi?”
“Certo!” rispose sorniona la capretta,
 che se tirava l’amo col pescione e l’esca,      
“An vedi che vicino a me, stella,
hai già imparato stile: te... se’ molto più bbella!
Da che me ascolti, te se’ già cambiata:
un’altra capra, bimba, mi se’diventata!”

lunedì 13 aprile 2015

Via delle Linfe




Da via delle Linfe esalavano i sentori di una  primavera settentrionale aspra, tardiva, bizzosa e scostante come una ragazza selvatica e insolente, con le ginocchia sbucciate e i capelli gialli, che corra nel vento d'aprile giù da una scarpata verso il mare.
Via delle Linfe, fermata del capolinea, in ultima periferia, del bus numero 6.
Via delle Linfe in una città asprigna, ventosa, di mare aperto, eeposta a  raffiche in tutte le stagioni, da esplorare camminando a grandi falcate per sconosciuti reticolati di case e piazze, serene facciate settecentesche e turbini di floreale ed art decò, e poi su, nella parte più vecchia, tra irte salite e discese, muri gonfi d'umidità e alti giardini di macchia mediterranea .
Decise che Evelina Boschetti doveva vivere lì, a quel capolinea e scese per cercare la villetta.Aveva dieci miuti circa di tempo e passeggiò illanguidita nel sole, chiudendosi però il giubbotto per l'arietta frizzante che spazzava la collina
Aveva pensato che dovesse chiamarsi così il suo doppio, l' alter ego lasciato a vivere là e ora ritrovato, la sua ennesima alternativa di vita. Per un capriccio alfabetico, forse un'associazione o una vaga assonanza ,aveva voluto chiamarlo così ...se c'erano le linfe, aveva pensato, doveva inventarsi un nome altrettanto diafano che cominciasse  con la E e contenesse almeno anche una liquida L... Elena, ad esempio, oppure Eliana, o ancora, ecco,  Evelina!
Si accorse improvvisamente che Evelina era stato il nome di una sua antica amichetta di cui non rammentava neppure il volto, solo appunto il nome  e  l'immagine di sè stessa, bambina, che la chiamava dalla finestra di una casa  perduta da tempo immemorabile, finestre  volte ai campi odorosi di primavera
Si chiamavano a vicenda modulando i i loro nomi come una canzone e la campagna ne riportava l'eco tra lo stridere  di uccelli.. Viveva allora in quella stessa regione, ma più a nord, lontano dal mare, vicino a un aspro confine.
Boschetti era invece un cognome di pura invenzione, pensò più di sessant'anni dopo, simmetrico a quelle misteriose linfe o verdi fluidi che le piaceva immaginare trasudare da quel  terreno stesso, lungo quella strada.
Vide la villetta adatta  ergersi bassa e giallo-rosata nell'aria primaverile e la scelse a dimora
Lì abitava Evelina fin dagli anni cinquanta, decise....oppure addirittura dagli anni venti, azzardò, immaginando.
Immaginare vite era un gioco vertiginoso e ad incastro che portava allo sdoppiamento nel tempo oltre che nello spazio. La villetta giallo-rosata datava forse dagli anni dieci del secolo precedente,  ed Evelina, o sua madre o forse addirittura sua nonna  potevano esser vissute sempre lì tranquillamente, giorno dopo giorno, e tutte quante col medesimo nome, come una dinastia
Bisognava stabilirlo in fretta: Evelina, il suo doppio, era forse una strega che viveva lì da quasi un secolo?
Sì, decise, lei non era riuscita ad esserlo, ma Evelina poteva ben essere una strega e, nel nitore dei suoi sessantasei anni  di vecchia ragazza  vivere nel sole e nel vento sul dorso di quella collina coltivando fiori, curando uno o due gatti e ricevendo talvolta le amiche.
Le amiche... Cercò ora  d'immaginarsele, quelle costanti e sicure e un po' noiose amiche di un tran tran sempre uguale e tuttavia magicamente diverso dal suo, ma il numero 6 era in partenza: via, verso altre strade della città sconosciuta, verso altri vasti, oceani ed arcipelaghi di vite da inventare... S' impose di  risalire, ma la tentazione di farsi abbandonare lì, in quell'angolo di mondo, era stata grande.
Nuovamente seduta, fissò i due alberi di pesco in fiore che,da quel punto, velavano tenuamente il basso prospetto della casa. Poi , nell'attimo in cui l'autista ingranava la marcia, la villetta prese vita: Evelina o chi per lei, aprì una finestra con uno straccio rosso in mano e volse il capo dalla sua parte, e lei, prima di andare, ebbe la vaga impressione che le avesse sorriso. Ma era miope e non potè mai giurarlo
.