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domenica 8 marzo 2015

Donna virtuale







sabato 7 marzo 2015

Casa di sogno

da Flickr: "Gocce di pioggia"



 

Casa grande

e grigia e bianca.

Imposte grigio perla

-stretti occhi-finestra-

aprono su ignote strade,

e, rovesciate,

godono di sedili di pietra

per sbirciare dall’alto.



Scale si riavvolgono

su vuoti disimpegni…

Pianerottoli attendono

con una sedia di paglia

nel centro.



 Legni scuri nelle stanze

piccole e grandi,

le une nelle altre

disposte su scacchiera

bianca e nera.


 E camini battono come cuori pulsanti

e il cotto della cucina

riverbera aloni di fuoco.



Pioggia dirotta a scrosci,


a larghe secchiate,

a ventate stridenti e sfacciate

sulle teste bagnate

di chi fugge correndo,

svolazzante mantello

che s’ingolfa

per strette strade

 

Sbatte a vuoto un'imposta

libera, disancorata nel vento,

nella nebbia lenta

che sale.

Sbatte e ribatte,

segnale disarmonico del tempo.

  
Vomita la grondaia

acqua a fiotti

a cupi singhiozzi.

 

Vieni, entra…

chiudi forte la porta.

Riavvolgiti sulle scale

come un lanoso gomitolo

stinto e sgarbugliato.



Non sei sola:

la casa palpita di presenze,

non ignote, solo dimenticate

e percepite nel sonno

in vaghi sogni strappati

in rattoppi di sensazioni

frammentate,

in suoni e barbagli.



Tranquille voci, ritmiche fatiche,

quieto calore pulsante,

divampante dal centro.

Confortanti silenzi,

pause lievi di tempo

nel tempo sempre in fuga

che sbatte,

banderuola sul tetto,

scricchiolante galletto

che gira e svolazza in alto,

nella pioggia che cade,

nel vento di maestrale,

nell’eco attutita

di rombo lontano di mare.




da Flickr:"Cade la pioggia"di Claudia

giovedì 5 marzo 2015

Anatomia di una città perduta





degrado -deterioration by https:/su flickr

Brandelli di una città lacera e contusa, collusa anche, allora e adesso,  domani  probabilmente ancora . Sempre?
Sull’erba inquinata  che si ostina a odorare di trifoglio,  macerie singolarmente estetiche in fotografia con murales stinti,  graffiti,  colate di liquami sintetici o corporei su affreschi neobabilonesi  o inca che sbiadiscono sotto i cumuli di indifferenza, di tedio, di vacuità, lassismo. Sfracelli di secoli, tutti meno bui di questo, la  schiacciano. E il peso del tempo la  atterrisce.
Il cielo d'estate vi incombe ora con un sole inumano, d'altri mondi. La città colpita a morte respira piano. Ansante di sudore, desolata, scopre le sue piaghe aperte,  ma il sole le infetta. Poi, di notte, un po' di frescura attenua il dolore, ombre azzurre rivestono squallore e macerie del fascino del tempo e di mistero.
Ma il profumo dei gelsomini non lo si sente più! Non lo si sente, e questo più d'ogni altra cosa colpisce al cuore e ferisce. Non più, mai più il profumo dei gelsomini dai giardini tutt'attorno alla città perduta! Era stato qualcosa di indicibile, percezione in cui tutti i sensi, quasi drogati, defluivano  fondendosi, veicolo mentale verso  il sogno.Ma come raccontarlo oggi a chi allora non era nato? E perché poi? Per farlo soffrire?
E questa città giace a braccia aperte, quasi in croce, in una conca che fu orgogliosamente d’oro. Aranci e limoni sono per lo più altrove. Squallore e degrado implodono quietamente nelle periferie che, come una regina accattona, la incoronano: grigie, cementizie, sporche e caotiche, mai progettate, incompiute. Ha davanti, come sempre da secoli, il respiro calmo del mare..

Mutanti






Fluidità era il suo elemento, era nel suo passato fin dai tempi remoti  dei lontani progenitori,  non avrebbe potuto non essere nel suo futuro, oltre il tempo dei figli. 
La consapevolezza di questo semplice assioma era per lui riflesso istintivo e naturale. Fluidità era la sua vita e, in essa, avanzava placidamente, anche se pure estremamente all’erta, zigzando tra enormi spugne calcaree e masse coralline ungo calde  correnti, nel pulsare profondo di un  mare paleozoico.
Tuttavia era già in lui qualcosa di diverso: inquietudine, anelito verso ignota avventura, abisso o mutamento; come il suo corpo allenato a sondare i flussi e le correnti, infatti, il suo inconscio di vertebrato ancora rudimentale percepiva confusamente vaghe, quasi impercettibili varianti, disposte nella dimensione del tempo come sassi e conchiglie sulla morbida rena del fondo. Perché qualcosa di simile era già stato.
Nel volgere di pochi giorni l’istinto sempre più urgente che lo turbava  lo spinse verso i margini dell’oceano profondo in cui viveva e che era stato per lui e per i suoi avi come morbida madre avviluppante, finché  lo scagliò alla cieca al di fuori  in qualcosa di acre e bruciante e misteriosamente orrido e insieme  seducente, per il quale la sua vescica natatoria era pronta da tempo a fargli da polmone. Non fu facile tuttavia attivarla e agonizzò per alcuni, lenti minuti, soffrendo pene indicibili e sconosciute a lui e ai suoi, ma non morì, emerse soltanto. Lui, il primo sotto il sole.
Avanzò sulla terra, si rituffò e riemerse ancora. Si adattava a poco a poco con determinazione e coraggio, sguazzando nella bassa marea di un golfo  di rara bellezza, in  quello che oggi è il Canada settentrionale, 375 milioni circa di anni fa.
Strisciava sulla sabbia corallina, tra il ronzio degli insetti che popolavano le basse foreste di felci e di equiseti, strisciava grazie a qualcosa su cui aveva sentito istintivamente di poter contare, non più branchie e non ancora del tutto mani, protendendo arditamente avanti il muso … avanti, sempre più avanti. La testa gli posava su un piccolo collo.
E poi, ne  emerse un altro.

da Bulgakov :"Il maestro e Margherita"


 "Bacio alla finestra," Edvard Munch, 1892

"- Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. E si figuri che non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare:
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
- Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
- Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra. "

Mikhail Bulgakov "Il maestro e Margherita"
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