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lunedì 14 dicembre 2015

Babbo, babbino...



Babbo, babbino, precipita col tuo maledetto slittino nel fondo più profondo del mondo, in un crepaccio orrendo o, ancor meglio, possibilmente all’inferno! 
 - Solo le tue ventiquattro-renne-ventiquattro potrebbero, per me, magari salvarsi,  aggrappandosi all’ultimissimo momento all’orlo dello strapiombo,che immagino dantesco, con i loro centosei zoccoli scalcianti e frementi!– 
Lì atterrato, cuocici lentamente a fuoco lento, rosolando come un tacchino assieme al  tuo vestito troppo pacchianamente rosso, ai balocchi di fabbricazione cinese, allo schifoso barbone, al sorrisetto sornione da angioletto vecchio, da padreterno bonario e furbetto en travesti da pony express indefesso!
Caro Babbo Natale, io ti odio.
Sei l’incarnazione spuria di ciò che al mondo occidentale resta del vecchio padreterno, quello vero, quello con la P maiuscola, riflessi di un volto dimenticato deformati dai prismi  di finto specchio da appendere al finto abete, un finto frullato di infinite metamorfosi dell’archetipo, una più insolente dell’altra: da quella simpatica canaglia di Zeus, a Odino,il viaggiatore, che ti bussa alla porta a sorpresa (e magari proprio mentre stavi facendo all’amore) e ti strizza per giunta il suo unico occhio per socializzare … da quel tale  tremendamente kitsch di A. Mazda, il signore  del fuoco, tutto vestito di rosso per l’appunto, fino a quella specie di squallido ragioniere,  Jehova il permaloso, che ti conteggia fiscalmente  ricompense & peccati, ma con in più un pizzico druidico di mago Merlino  e un altro pizzico di doktor Faust & doktor Dee, mescolati insieme a infondere nerbo e un cupo splendore alla … pozione? Sì, poiché di pozione si tratta, in definitiva, o di stregonesca ricetta, che in sostanza è questa:
Prendi una slitta, un bel branco di renne (sicuramente  cocainomani, data la velocità che prendono nelle curve!), un maledetto vecchio ubriacone col naso rosso che sorride  ammiccante, montagli la sporca finta barba a neve, aggiungigli un cappuccio in testa e spennella su tutto il colore rosso; infine, scrivici sotto quel nome, quel nome famoso, cui i sinuosi caratteri floreali della più capitalistica delle finte bevande apportano una polverosa eleganza vintage, ed ecco il pacco è pronto - perché di un pacco si tratta e ben infiocchettato!) a fungere da richiamo, a catalizzare i residui della nostra ormai anestetizzata commozione, del nostro sentimentalismo da quattro soldi che annaspa, cercando di ricompattare, una volta all’anno soltanto, residui fumosi del vecchio pedigree culturale
E poi... 
Poi, altre volte, caro Babbino, io mi sorprendo ad ... amarti! 
Accade che i tuoi tanti riflessi deformati negli specchietti appesi mi sorridano tutti insieme e allora  parto in quarta a cercarti, a ricrearti, in un vecchio libro magari, attorno allo spirito  di un vecchio fuoco scoppiettante, di quei grandi fuochi che oggi non esistono più, se non, addomesticati, negli agriturismi,  mentre fuori dai vetri delle finestre battono piogge e tormente di neve  pressoché inconcepibili in un’epoca di riscaldamento globale, e soffiano venti aspri da Cime Tempestose e mugolano ombre e fantasmi intirizziti  che scendono dalle montagne per ascoltare le novene e i canti … e lo Spirito del Canto di Natale  di dickensiana memoria risuona  nelle musiche dimenticate di organetti ormai da tempo defunti
Io apro allora il libro/i libri,  in solitaria navigazione - i magici cerchi di ascoltatori attorno ai fuochi sono ormai svaniti!- mi perdo in  fascinosi racconti come ai tempi in cui signori spazzolavano via i bianchi fiocchi dai cilindri e si toglievano le soprascarpe entrando in calde casa accoglienti, e in cui contadini e pastori scuotevano gli scialli fradici prima di metterli a fumare vicino ai bracieri sfrigolanti, e respiravano i caldi effluvi saporosi delle stalle come profumo, prima di sedersi quieti ad ascoltare, disposti in cerchi magici, a presepe  


mercoledì 16 settembre 2015

Madonnina del nostro tempo




Questa mia foto da Flickr risale al 9 agosto del 2008. La intitolai "Madonnina del nostro tempo" e riprendeva un angolo di Palazzo S.Elia, visto dalla via Maqueda. E' ancora lì, dopo tanti anni, intatta, con la singolare devozione dei palermitani ai suoi piedi, solo l'immagine appare più stinta e come riarsa...bruciata da anni d'incuria, di disprezzo, d' egoismo, indifferenza, lassismo... dalla mancanza di idealità soprattutto che pervade ogni cosa. Essa è ormai divenuta come invisibile: nessun passante sembra o vuole vederla... Forse disturba la nostra sanità mentale al punto che non riusciamo a metterla a fuoco, la cancelliamo dal nostro orizzonte limitato e contininuiamo ad occuparci di altre cose, anche a indignarci magari, ma senza alcun vero phatos, senza alcun vero cuore. L'immondizia che la incorona ci è metafora... metafora del nostro degrado, ma soprattutto di qualcosa di più: un'aridità sottile, che pervade la terra e l'aria che si respira, è nella polvere che ci portiamo sotto le suole dentro la nostra stessa casa, penetra nella nostra testa senza farsene accorgere e ,senza farsene accorgere, distrugge quelli che potrebbero essere i nostri sogni più puri

giovedì 3 settembre 2015

AYLAN CHE GALLEGGIAVA SUL MARE




C’era una volta un bambino piccino che viveva con la sua mamma e con un fratellino appena più grande.
Aveva un bel nome etereo, lieve come una nuvola in un giorno d’estate e come un venticello spiritoso che vi soffi sopra accarezzandola: si chiamava Alyan
Come tutti i bambini piccini era molto impegnato a imparare seriamente a giocare, disegnare, correre, saltare, parlare sempre meglio, osservare e riflettere su tutto quello che gli stava attorno: il gran mondo ancora sconosciuto in cui era approdato solo tre anni prima.
Da dove?-direte voi- Chissà? Nessuno sa veramente da dove vengano i bambini… In un lontano passato, qualcuno ha immaginato che essi vengano dalle stelle, ma poi quest’idea così curiosa è caduta in disuso…
Ma torniamo ad Aylan: lui aveva dunque un grande, immenso mondo da scoprire, come tutti i bambini piccoli del resto, e Galip, il suo fratellino appena più grande, lo aiutava a farlo fraternamente.
Il mondo da scoprire per Aylan, però, almeno quello che lui percepiva tumultuare dietro la porta e le finestre chiuse di casa sua e che poi, con grande stupore, vedeva e sentiva in strappi e barlumi di luce accecante quelle poche volte che usciva stretto, stretto in braccio alla sua mamma, non era un mondo che si vorrebbe immaginare per un bambino, che venga dalle stelle o meno. No, non lo era! Ma non era neanche un mondo raro, purtroppo!
Da sempre, infatti, fin dal tempo dei tempi, era stato così su un certo pianeta piccolissimo, accodato con il suo sole, ad una fantasmagorica congrega di migliaia di stelle che formano nel cielo una scia luminosissima colore del latte… Parlo del mondo di Aylan e Galip, naturalmente: il pianeta Terra.
Da sempre su questo bellissimo pianeta, il mondo più bello che si possa immaginare, c’erano stati posti dove i bambini proprio non potevano e non volevano vivere – ma anche i grandi, del resto!Almeno, alcuni grandi…- Sì, c’erano molti posti di questo tipo: erano come delle bolle che scoppiavano qua e là in modo del tutto spontaneo e apparentemente imprevedibile….
Bolle di fuoco e fiamma e di luce accecante, di schiocchi a raffica e di boati assordanti, infinitamente, infinitamente più spaventosi di un tuono.
Bolle dal colore giallo e verde livido e dal colore del sangue.  
Bolle in cui anzi, il sangue non era solo un allegro colore o quella goccia che ti sgorga dai ginocchi quando cadi, ti fai male e te li graffi, ma un ruscello, poi un fiume minaccioso che  sgorga da tutti i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini che cadono qua e là come i pupazzi del Luna Park, ma non si rialzano più con le ginocchia sbucciate, rimangono lì, immersi nel sangue che intanto è dilagato dappertutto trasformandosi in un mare, un orrendo mare rosso!
Una di queste bolle era appunto il mondo che Aylan  si accingeva a scoprire ed esplorare, quello in cui lui e la sua mamma e il suo fratellino appena più grande, avevano avuto il destino di nascere!
Questo è il destino infatti, e non c’è nulla da fare: a te può capitare per caso di trovarti in un orrendo mondo-bolla come quello di Aylan (e di Galip) oppure di stare in un posto tranquillo e bellissimo, con giardini verdi, cielo sereno, musica, casa sicura, scuola, pace …
Del resto il mondo di Aylan (e di Galip) prima - tempo prima, voglio dire- era stato anch’esso così: un posto tranquillo e bello, dove poter sdraiarsi o correre in un verde giardino, sorridere sotto un cielo sereno, ascoltar musica, abitare in una casa sicura, andare a scuola, stare in pace… 
Tutti i posti più belli e tranquilli si possono dunque trasformare nell’orrendo  mondo-bolla di Aylan,, è bene saperlo, per cui i grandi devono fare di tutto perché questo non avvenga. Ma se poi,  nonostante tutti i loro sforzi,  questo avviene allora… allora molti, o alcuni di essi almeno, non possono fare altro che scappare, portandosi dietro i loro bambini.
Scappare lontano, lontano  via dal mondo-bolla!
E proprio così decise di fare la mamma di Aylan e di Galip, scappò
Camminarono e camminarono, loro tre, sempre insieme, Aylan in braccio e Galip con la mano nella mano della loro mamma che aveva deciso di scappare. Non fu una fuga facile perché erano inseguiti da fuoco e fiamme e luce accecante, schiocchi a raffica e boati assordanti e color giallo e verde livido e color rosso del sangue che straripava alle loro spalle, come un mare. 
Le terre che attraversavano erano per loro sconosciute e le persone che incontravano non sempre li volevano aiutare, spesso li cacciavano via dicendo “Tornate a casa vostra!”
Non lo sapevano che loro venivano da un mondo-bolla orrendo dove non si poteva vivere? No non lo sapevano, oppure se pure lo sapevano, facevano finta di averlo dimenticato.
Poi, arrivarono in un posto dove  li aspettava una sorpresa, qualcosa che nessuno di loro tre, neppure la mamma, aveva mai visto: Videro per la prima volta un mare, non più rosso, ma verdeazzurro, magnifico e tempestoso. E immenso
Aylan non poteva credere ai propri occhi e, dentro la sua piccola testa di bimbo di tre anni, pensava intensamente a quella cosa, a quel grande mare verdeazzurro che non aveva mai visto prima, lui, che aveva avuto in sorte solo il mare rosso del sangue!
Era sicuramente  la cosa più bella che mai avesse visto in tutta la sua piccola vita e lo riempiva di silenzio e stupore: era senza porte e finestre, senza  limite alcuno da nessuna parte, e la mamma gli aveva detto: chiamalo mare
Più tardi quella cosa magnifica diventò di un blu scurissimo, lucido come la seta nera del vestito della nonna che avevano lasciato laggiù, nel mondo-bolla, e lui si chiese  forse se fosse anche profondo come quel cielo che ora vedeva risplendere sopra i suoi occhi, dello stesso colore e tutto trapunto di stelle? Sì, se lo chiese, i bambini di tre anni possono avere delle intuizioni del genere e le domande che fanno, e che si fanno, sono le stesse dei loro lontani antenati, quegli stessi uomini che inventarono la cosa chiamata guerra, tanto tempo fa
Era notte adesso; si trovavano tutti e tre sopra il mare, in  una specie di  carretto chiamato barca.
Aylan era coricato con la schiena sulle ginocchia della sua mamma coraggiosa che aveva voluto portarlo via ad ogni costo dal mondo-bolla, e guardava con curiosità e infinito stupore le stelle. La barca dondolava sopra il gran mare liquido e lui alla fine si addormentò
Sognò di galleggiare sul mare, nel gran silenzio notturno.
Quanta pace! Solo le stelle, da cui forse era disceso, sopra di lui a guardarlo… 
Niente più fuoco e fiamma e luce accecante e schiocchi a raffica e boati assordanti, niente color giallo e verde livido e color rosso come il sangue, e sangue, sangue vero che straripa dappertutto!
Le stelle lo guidavano verso qualcosa di profondissimo lassù, nascosto nel  cielo, ma non di impossibile a raggiungere, no, e per nessuno!
Aylan pensò ancora che era bellissimo galleggiare sul mare


martedì 1 settembre 2015

L'OCCHIO ("Tahafut al-tahafut")





Elencava progressivamente la lista delle meraviglie che il corpo dissezionato di un piccolo venditore di pistacchi contiene, dettandole al suo assistente Malik al Saydy, studente dell’ultimo anno 
In una splendida giornata di giugno il sole scintillava sul verde Guadalquivir sinuoso come un serpente, della grande città imbiancata a calce, oltre il ponte romano,  giungeva solo un brusio.  
Il teatro anatomico non era grande, ma funzionale e bene illuminato da un cono di luce proveniente da un perfetto oblò tagliato nel soffitto. Il maristan (ospedale) dove Averroè  dissezionava, era stato l’unico dei cinquanta di Cordoba che gli avesse dato carta bianca per il suo progetto e assegnato per di più quella piccola dependance tra gli aranci. Un canale d’acqua  vi scorreva tutt’intorno. Poco più avanti, tra la vegetazione selvaggia delle riva sinistra del fiume, un mulino ruotava ritmicamente le sue pale
L’occhio del piccolo venditore di pistacchi era un tesoro a poco a poco svelato che traluceva nelle sue varie parti sul tavolo anatomico
“Questa parte” diceva con voce chiara  il dottore “ Che chiameremo retina, è la membrana più interna del globo oculare. Essa agisce comprimendo le immagini riflesse e trasmettendole al cervello”
 La minuscola retina  del piccolo venditore di pistacchi era allineata sul piano tra la cornea e il cristallino e, se fosse stato possibile ingrandirla, in essa si sarebbe  potuto cogliere il riflesso di una faccia barbuta, di un volto di un uomo di circa cinquant’anni che tanto aveva visto e tanto avrebbe voluto vedere nel corso sua vita, senza remore né impedimenti, anche a costo di pagarne duramente il conto.  Ma era un riflesso cieco, il suo, del tutto passivo: il cervello che avrebbe dovuto ricevere  il segnale, infatti, non esisteva più. L’ultima cosa che quella retina aveva non soltanto riflesso ma realmente visto, prima che il corpo annegasse, era stata l’acqua smeraldina del fondale in cui il piccolo venditore di pistacchi si era inabissato,  tuffandosi, Un attimo prima colui che ora giaceva a pezzi sul tavolo anatomico, aveva ammirato il cielo terso appena, appena screziato di nubi all’orizzonte; gonfiando il giovane petto, aveva sospirato di soddisfazione.  
Era quello per lui un pomeriggio di inaspettata vacanza, molti pistacchi venduti quella mattina al mercato, il suo padrone lontano, in viaggio sulla strada per Siviglia, davanti a lui due lunghissimi, giorni di libertà… Per cominciare intendeva tuffarsi nel punto più profondo del fiume. da uno scoglio piuttosto alto seminascosto da un mucchio di felci. Era da lì che si tuffavano i più coraggiosi  monelli della città, una pozza intensamente verde e trasparente, non troppo lontano dalla quale, però, l’acqua gorgogliava e si increspava in torbidi mulinelli.
Abbassando lo sguardo sul greto del fiume, il ragazzo passò in rassegna la sua collezione di farfalle, insetti e lucertole ordinatamente allineata. La guardò con affetto, era la cosa più preziosa che possedesse. Poco prima si era divertito a sezionare col suo coltellino le ali iridiate delle farfalle e molte di esse ora giacevano smembrate sulla ghiaia
“ Questi tessuti filiformi” continuava il dottore “ li chiameremo nervi. Essi svolgono la funzione di collegamento e attraversano  le retina in appositi tunnel ciechi al riflesso della luce. Potete ammirare, signori studenti, un meccanismo perfetto! Tutti gli oggetti della creazione, sia nella natura che nell’universo, sono del resto invenzioni perfette, progettate in modo non causale da Dio”
Con questa affermazione in lui il famoso medico attingeva al filosofo. Ma l’uno e l’altro  convergevano nel grande innovatore nelle successiva parole che Averroè con grande compiacimento pronunciava:
“Non sarebbe  comunque per noi possibile posare gli occhi su questa e su altre meraviglie della creazione e minuziosamente studiarne le cause e gli effetti, se il divieto di Al Ghazali riguardo l’autopsia fosse stato accettato dal direttore di questo ospedale.
Io dico invece che chiunque si occupi di anatomia e dissezione a scopo scientifico, oltre a salvare innumerevoli vite umane, avrà incrementato la sua fede in Dio!”

Ma erano quelli in Al-Andalus anni difficili, gli ultimi di una lunga e splendida storia: fanatismo e intolleranza religiosa riprendevano il campo e, tra non molto, le idee di quel geniale anatomista, e anche medico,filosofo, fisico, psicologo, giurista ed astronomo che fu Averroè, dovevano essere a loro volta dissezionate una per una, on purtroppo col metodo scientifico che egli, dopo i greci, aveva contribuito a perfezionare, tantomeno col metodo appassionato ed intuitivo di un piccolo venditore di pistacchi che gioca al naturalista in un bel giorno d’estate, incoerenza dell’incoerenza, ad Averroè, come a tanti altri, venne riservato il metodo più irrazionale: il medesimo, bruto e cieco e sordo, che usa il destino.


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Averroè nacque a Cordova nel 1126, con il nome arabo di Abu I-Walid Muhammad Ibn Ahmad Muhammad Ibn Rush (che nel Medio Evo diventerà dapprima Aven Roshd e poi Averroes), in una famiglia di celebri giuristi; sia il padre, che il nonno erano stati gadi, vale a dire amministratori di giustizia.
Dopo un percorso scolastico ed educativo classico basato sul Corano e sui racconti tradizionali fatti risalire a Maometto,egli studiò teologia e giurisprudenza,e medicina. Divenne giurista, medico di corte  e filosofo, fu nominato gadi, prima a Siviglia e in seguito a Cordova, fu insomma un alto funzionario nella Spagna dell' impero almoade  Tuttavia, nella seconda parte della sua vita, venne costretto all'esilio nel corso dell'ondata di fanatismo religioso che alla fine del 1100 colpì Al-Andalus: Tenuto sotto stretto controllo dovette subire anche la distruzione, da parte della censura, di numerose sue opere di metafisica e logica. Con la sua morte, avvenuta il 10 dicembre 1198 a Marrakesh, dove si era rifugiato, si conclude l'epoca della cultura liberale nell'Islam spagnolo.
Averroè fu soprattutto un medico, e in questo campo, un grande innovatore e sperimentatore. La sua enciclopedia di medicina  costituì per molto tempo il testo medico più conosciuto oltre che dai musulmani, anche dagli ebrei e dai cristiani. In essa venivano affrontati, tra l'altro, temi come l'autopsia e la dissezione, pratiche non condannate ma anzi esaltate, in quanto, secondo il suo pensiero,  l'anatomia, se studiata a scopo scientifico, serve ad alimentare la fede in Dio..
Intervenne anche nell’ambito della psicologia, descrivendo l'intelletto quale una sostanza incorporea ed eterna, distinguibile in intelletto passivo, connesso coi sensi,e intelletto agente, relazionato con l'uomo attraverso una ragione materiale eterna, nel campo dell’astronomia, nel quale intuì che la Luna non è una stella e non emette luce, nel campo della fisica (egli fu il primo studioso a definire la forza come il lavoro necessario a modificare lo stato di un materiale; ebbe intuizioni a proposito dell'attrito, che modifica la forza che occorre applicare in ambito cinetico, e di quella che Keplero avrebbe in seguito chiamato inerzia).


Per quel che riguarda il suo pensiero filosofico, la sua opera più importante è "Tahafut al-tahafut", ("L'incoerenza dell'incoerenza".) In questo testo, il pensatore arabo difende la filosofia aristotelica, entrando in contrasto in particolare con le critiche espresse da al-Ghazali, che riteneva che la filosofia, e il pensiero aristotelico in particolare, non potessero essere compatibili con l'Islam. Completamente opposto è, invece, il pensiero di Averroè, che ritiene che sia possibile raggiungere la verità sia mediante la filosofia speculativa che mediante la religione.
Benché avesse potuto attingere ai testi aristotelici solo per mezzo delle traduzioni arabe effettuate dai cristiani siriaci, il suo pensiero,risulta essere molto vicino alle opere greche, per cui, dal punto di vista storico, si deve in sostanza a lui, e alle sue traduzioni in latino, il recupero avvenuto in Europa della tradizione aristotelica, che si verificò proprio in quegli anni. Lo stesso Tommaso d’Aquino, che pure si espresse in contrasto con diverse correnti averroiste della sua epoca,rappresentate nell'ambiente accademico parigino,gli deve moltissimo

lunedì 24 agosto 2015

CAOS



Nessuno potrebbe immaginare cosa nasconde la mia casa oltre la porta dell’ingresso Nessuno del resto mi entra più in casa da tempo
Sono quasi due anni che ho licenziato la donna che veniva pulire una volta alla settimana e già a quel tempo lei era la mia unica ospite ormai da mesi e mesi, l’ultima mia sola amica non virtuale.
Decisi così di punto in bianco una mattina…
L’ordine ossessivo della mia casa mi era indispensabile come i suoi colori freddi e caldi, la disposizione dei mobili, degli abiti, dei libri, gli oggetti disposti con cura maniacale…l’intero scenario che racchiudeva a conchiglia la rappresentazione della mia vita più segreta,  Una rappresentazione inscenata da me e solo per me, attrice e regista. e per lo più nel silenzio
 Il silenzio mi era prezioso, riempiva tutto quel  magnifico vuoto.
Ogni tanto uno squillo di telefono riusciva ad arrivarmi alle orecchie e allora entravo in contatto con voci sconosciute che mi chiedevano gli orari dei pullman verso  varie destinazioni – condividevo qualche cifra del mio numero con una compagnia di viaggi -  Oppure erano voci per lo più straniere che comprendevo a fatica e che ripetutamente mi proponevano cambiamenti di gestione telefonica, elettrica, idrica, del gas…
Mi rendevo conto che sempre più raramente ascoltavo musica: i miei cd di musica barocca tacevano da secoli. Ne avevo comprato uno, magnifico, di jazz latinoamericano all’ultimo concerto a cui  mi ero imposta di assistere, ma esso giaceva, intatto, sul tavolo di salotto tra una papera smaltata di bianco comprata da un rigattiere e un candeliere dell’ottocento.
Sempre più raramente riprendevo i contatti col mondo che dal di fuori, oltre le mie finestre, sembrava incombermi addosso col suo caos, la sua sporcizia, traffico,  rumore, banalità, desolazione
Che camminassi su un pericoloso crinale lo sapevo, la mia personalità ondeggiava sull’orlo del borderline ma non me ne curavo. Chiusa nella mia torre, bastavo sempre più a me stessa e la mia sordità incalzante rimuoveva gli ultimi ostacoli, alzava i ponti sul fossato.
Poi oltrepassai il crinale. Pensai che fosse più onesto perdermi e mandai all’aria ogni cosa. La mia preziosa casa di vetro mandata in frantumi,
Decisi di far entrare il caos e il caos penetrò non dalla finestra ma dalla mia stessa testa.
A quanto pare la mia testa aveva nascosto questo agente nemico in qualche sua oscura cavità o corridoio cerebrale per anni e anni, ed ora lui usciva allo scoperto, con bombe a mano in tasca e in bocca, a provocare una sequenza ordinata di esplosioni. Geometriche sequenze di musica barocca.
Dilagava
Oggi la mia saletta d’ingresso è sempre graziosa e perfettamente ordinata, è il mio specchietto d’allodole per i rari visitatori che per lo più non vengono, o comunque non salgono prendendo l’ascensore: si fermano/io li fermo in portineria.
Ma, al di là dell’ingresso, il caos ha portato a compimento la sua invasione e fatico a trovare il bandolo per spostarmi da una stanza all'altra se voglio lavarmi, andare in bagno, dormire, cucinare, stare al computer, guardare la tv, le solite fottute cose che si fanno in casa, insomma.
Ma io so anche cucire un po’e confeziono bambole di stoffa. So dipingere e dipingo quadri sempre più grandi che lascio per lo più incompiuti. Dipingo quando riesco a ritrovare i colori, cosa che in questo caos è sempre più difficile, allora esco e vado a comprarne di nuovi e pure nuove stoffe per le mie bambole, per le mie bambole che ora sono dappertutto, a cataste: montagne di cotonine a fiorellini rossi e rosa e a puntolini gialli e blu aperti a corolla sotto certi busti rachitici, ingentiliti da pizzi.
Ma quelle stupide facce di stoffa, a furia di guardare il caos, hanno fatto certi occhi da pazze che, a volte, mi fanno proprio impressione! E allora glieli levo, e li sostituisco con dei bottoncini di perle spaiati, di colore diverso, così un occhio sembra guardare giù e l’altro su, ma l’effetto generale è di allegria.
Ora almeno sono pienamente borderline e ne consegue più rispetto per me stessa, anche se, a volte,  alla televisione vedo quelle ciccione americane borderline, quasi sempre piantate dai mariti, che nuotano in un universo casalingo fatto di cumuli di schifezze comprate nei centri commerciali e piangono, piangono sempre, mentre, tra una pubblicità e l’altra, una voce odiosa fuori campo scandisce:  Sepolti in casa… Sepolti in casa…
Sì, più rispetto  per me stessa, in definitiva.
Io ho fatto una precisa scelta: mi son buttata giù dal crinale. Nel caos
E poi io non sono stata piantata da mariti. Sono io che ho piantato. Ho piantato il mondo e non me ne pento.
E poi io non sono cicciona!
Non ancora
Il telefono ora non squilla più: non cambierò più gestione di luce, acqua, gas… niente più richieste di orari di pullman: i viaggi degli altri sono finiti, 
Il mio è appena all’inizio


sabato 20 giugno 2015

BOLLE



“È assolutamente vietato camminare sulla superficie del mare!” dice un pesce a Lilla quando per la prima volta si avventura oltre la banchina.
 Il pesce è grigioverde con fantastiche pagliuzze iridiate che riflettono la luce dorata del sole e sporge la testa da un’onda capricciosa che può sembrare dipinta da un pittore naive o impressionista.
Lilla è Lilla, che c’è da dire di più? Un capolavoro di freschezza, fulgore, spericolatezza, perfettamente abbronzato e coperto soltanto da qualcosa di piccolissimo (e di bianco e blu) che in una perfetta giornata di giugno sta per posare audacemente un piede sul filo dell’acqua, così per provare
Ecco: un passo, due passi…camminare sull’acqua…
 Lei, al suo solito, non è stata a sentire, ha fatto spallucce e si è tuffata anche in questa avventura ed effettivamente ora cammina sull’acqua E’ dentro una specie di bolla d’aria bluastra che la sostiene e adesso danza sulla superficie del mare. Un passo, due passi… Sopra di lei stridono i gabbiani sconcertati.
Il pesce è scomparso, fuggito a nascondersi tra le profonde fosforescenze del mare - Perché è così che deve essere quel giorno, brutto grillo parlante a sangue freddo! Tu non mi fermerai!-  Fuggiti con lui i tremori e i dolori, i mille legami e impedimenti che le vietavano di osare, di camminare.  Camminare sull’acqua…un vero giorno di grazia!
Poi, all’improvviso, una raffica tesa arriva a farla sbandare, un’ombra grigia in fuga sulla sua testa. In un attimo ogni cosa attorno è mutata: la bolla iridescente oscilla e si deforma, l’aria tenera di giugno geme e le vele lontane dei surf sbattono, sbattono freneticamente come tante ali di pipistrelli, giunti in picchiata dal lontano orizzonte. "Sventura, sventura!" squittiscono nella notte, perché non è più giorno adesso, ma una scura notte dove annaspare e perdersi e affondare. Mai più camminare sull’acqua… mai più camminare.
E’ notte. Un’altra notte in cui navigare entrando & uscendo da sogni fluidi & capricciosi, incagliata tra tentacoli e polipi, sacchi di liquidi vitali, meduse flaccide & trasparenti che la ancorano a qualcosa. Cosa?
Forse un fondale, ma di un acquario, non del mare Un acquario da esposizione dove gorgogliano bolle piccolissime e risalgono in superficie, loro sì, per fuggire.
È finita in un acquario.
Lilla ora ansima dolcemente, incatenata sott’acqua, sospesa in sogni angosciosi, annaspa e soffoca, poi a tratti riemerge.
Una parte del suo cervello ha filmato l’ultimo gabbiano che le è entrato nella visuale, prima del colpo di vento, e ora lo trasmette e ritrasmette all’infinito in una parte delle sue cortecce rosee e danneggiate, in onde concentriche. Poi gabbiano vola via in libertà.
Ora lei è lì, in quella liquida casa verde e quel suo corpo leggero che ha appena danzato in una bolla iridescente nel sole, dorme o almeno sembra dormire, illuminato da una luce livida, verdastra, tra bianchi coralli di plastica e sbarre metalliche che l’accerchiano.
 Lilla non può più danzare
“È assolutamente vietato camminare sulla superficie del mare” le ha detto una volta un pesce.Quando?Tanto tempo fa. O solo un attimo, non ricorda…Sa solo che il pesce aveva ragione.
Vorrebbe parlargli, chiedergli una deroga: ancora una volta, una volta sola danzare nell’aria di giugno… ma liquidi catarri le gorgogliano in gola, nei polmoni vischiosi, bolle d’ossigeno le si schiudono come madrepore dalla bocca, si calcificano, sigillano la tua muta voce.

giovedì 23 aprile 2015

LA CAPRETTINA -poesia estemporanea in dialetto romanesco,nata sui siti d'incontri web e dedicata a Gioacchino Belli







Una capretta giovane e insicura
s’avventurò ner monno 
in cerca d’avventura…
La  caprettina voleva trovare
erba pulita e un maschio pe’figliare;
ma un maschio giusto, senza grilli in testa,
senza “ma” nè “mò” che stretta, stretta
se la tenesse al core suo con vero amore  
e la lasciasse con le corna sole
che la natura regala alla so’razza
Trovò un prato e venne una cornacchia,
vennero i lupi, venne lo sciacallo,
vennero ciuchi e un rozzo pappagallo,
vennero anche i caprettini giusti
che brucavano l’erba attorno, tutti, tutti.
Falsa e strisciante, sul fare della sera,
venne e s’avvicinò una vecchia jena.
Aprì la bocca e disse: ”Che fai bella?
Questo è il prato dei lupi, stupidella!
Sei ingenua assai, ma non te preoccupare,
te aiuto io, e gratis, a non farte del male!
Io della vita ci ho esperienza tanta e sottile,
savia e sapiente son, sebbene mi dican vile.
L’ho vissuta “alla grande”, sai, la vita mia.
Ci ho messo stile, pisicologgia, eleganza,
e ho ramazzato sempre, a destra e a manca,
e ancor oggi - sapessi! - che bboni bocconcini,
m’ingollo ancora ne’parchi de’ bambini!
Pecché questo è il punto dolente, bella mia,
te, tra i bambocci cerchi la to’via
e pure te sei bimba, stupidotta,
se non te cresci, se non te dai una smossa!
Ma che te vo’ marita’? Ma che vò fiji?
Ma senti a me che ce ne ho avuti tanti!
Ascolta a sora che te consijia bbene!
Coossa? Che dici? Ma che bbabbo,che nonno!
Io sò er più forte che c’esiste ar monno!
E te posso imparare tante cose bbelle,
e darte questo e quello, e sole e luna e stelle!”
Siccome allora quella non ce stava
e “Smamma bbella!” belava e gridava,
cominciò sora jena a seccarse un tantino e disse:
“Dio! Come se’volgare, che zoticona rara!
Te manca stile per trovà er marito, cara,
Forse se te consijio ce riesci,
ma sola così, nel prato, e zotica per giunta,
brucherai sola finchè sarai defunta!”
Cambiò lesta la capra toni e strateggia, 
je rispose garbata e sorridente:
“Te mi hai persuaso, jena,se’tanto convincente.
Imparami, te prego!
Tanto insicura e fraggile me sento,                      
che a dirozzarme un poco a te me prendo!
E dimme: come te paio? Sò bella?
Abbastanza accettabbile te sembro?
Dimme, è possibbile in me un cambiamento?”-
“Vedremo… forse, cara fessacchiotta… ”
rispose sora che se’credeva scaltra e furbacchiotta,            
e se fregava le mani e pure i piedi
“Ma se te dico una cosa strana, me credi?”
“Certo!” rispose sorniona la capretta,
 che se tirava l’amo col pescione e l’esca,      
“An vedi che vicino a me, stella,
hai già imparato stile: te... se’ molto più bbella!
Da che me ascolti, te se’ già cambiata:
un’altra capra, bimba, mi se’diventata!”

lunedì 13 aprile 2015

Via delle Linfe




Da via delle Linfe esalavano i sentori di una  primavera settentrionale aspra, tardiva, bizzosa e scostante come una ragazza selvatica e insolente, con le ginocchia sbucciate e i capelli gialli, che corra nel vento d'aprile giù da una scarpata verso il mare.
Via delle Linfe, fermata del capolinea, in ultima periferia, del bus numero 6.
Via delle Linfe in una città asprigna, ventosa, di mare aperto, eeposta a  raffiche in tutte le stagioni, da esplorare camminando a grandi falcate per sconosciuti reticolati di case e piazze, serene facciate settecentesche e turbini di floreale ed art decò, e poi su, nella parte più vecchia, tra irte salite e discese, muri gonfi d'umidità e alti giardini di macchia mediterranea .
Decise che Evelina Boschetti doveva vivere lì, a quel capolinea e scese per cercare la villetta.Aveva dieci miuti circa di tempo e passeggiò illanguidita nel sole, chiudendosi però il giubbotto per l'arietta frizzante che spazzava la collina
Aveva pensato che dovesse chiamarsi così il suo doppio, l' alter ego lasciato a vivere là e ora ritrovato, la sua ennesima alternativa di vita. Per un capriccio alfabetico, forse un'associazione o una vaga assonanza ,aveva voluto chiamarlo così ...se c'erano le linfe, aveva pensato, doveva inventarsi un nome altrettanto diafano che cominciasse  con la E e contenesse almeno anche una liquida L... Elena, ad esempio, oppure Eliana, o ancora, ecco,  Evelina!
Si accorse improvvisamente che Evelina era stato il nome di una sua antica amichetta di cui non rammentava neppure il volto, solo appunto il nome  e  l'immagine di sè stessa, bambina, che la chiamava dalla finestra di una casa  perduta da tempo immemorabile, finestre  volte ai campi odorosi di primavera
Si chiamavano a vicenda modulando i i loro nomi come una canzone e la campagna ne riportava l'eco tra lo stridere  di uccelli.. Viveva allora in quella stessa regione, ma più a nord, lontano dal mare, vicino a un aspro confine.
Boschetti era invece un cognome di pura invenzione, pensò più di sessant'anni dopo, simmetrico a quelle misteriose linfe o verdi fluidi che le piaceva immaginare trasudare da quel  terreno stesso, lungo quella strada.
Vide la villetta adatta  ergersi bassa e giallo-rosata nell'aria primaverile e la scelse a dimora
Lì abitava Evelina fin dagli anni cinquanta, decise....oppure addirittura dagli anni venti, azzardò, immaginando.
Immaginare vite era un gioco vertiginoso e ad incastro che portava allo sdoppiamento nel tempo oltre che nello spazio. La villetta giallo-rosata datava forse dagli anni dieci del secolo precedente,  ed Evelina, o sua madre o forse addirittura sua nonna  potevano esser vissute sempre lì tranquillamente, giorno dopo giorno, e tutte quante col medesimo nome, come una dinastia
Bisognava stabilirlo in fretta: Evelina, il suo doppio, era forse una strega che viveva lì da quasi un secolo?
Sì, decise, lei non era riuscita ad esserlo, ma Evelina poteva ben essere una strega e, nel nitore dei suoi sessantasei anni  di vecchia ragazza  vivere nel sole e nel vento sul dorso di quella collina coltivando fiori, curando uno o due gatti e ricevendo talvolta le amiche.
Le amiche... Cercò ora  d'immaginarsele, quelle costanti e sicure e un po' noiose amiche di un tran tran sempre uguale e tuttavia magicamente diverso dal suo, ma il numero 6 era in partenza: via, verso altre strade della città sconosciuta, verso altri vasti, oceani ed arcipelaghi di vite da inventare... S' impose di  risalire, ma la tentazione di farsi abbandonare lì, in quell'angolo di mondo, era stata grande.
Nuovamente seduta, fissò i due alberi di pesco in fiore che,da quel punto, velavano tenuamente il basso prospetto della casa. Poi , nell'attimo in cui l'autista ingranava la marcia, la villetta prese vita: Evelina o chi per lei, aprì una finestra con uno straccio rosso in mano e volse il capo dalla sua parte, e lei, prima di andare, ebbe la vaga impressione che le avesse sorriso. Ma era miope e non potè mai giurarlo
.


sabato 7 marzo 2015

Casa di sogno

da Flickr: "Gocce di pioggia"



 

Casa grande

e grigia e bianca.

Imposte grigio perla

-stretti occhi-finestra-

aprono su ignote strade,

e, rovesciate,

godono di sedili di pietra

per sbirciare dall’alto.



Scale si riavvolgono

su vuoti disimpegni…

Pianerottoli attendono

con una sedia di paglia

nel centro.



 Legni scuri nelle stanze

piccole e grandi,

le une nelle altre

disposte su scacchiera

bianca e nera.


 E camini battono come cuori pulsanti

e il cotto della cucina

riverbera aloni di fuoco.



Pioggia dirotta a scrosci,


a larghe secchiate,

a ventate stridenti e sfacciate

sulle teste bagnate

di chi fugge correndo,

svolazzante mantello

che s’ingolfa

per strette strade

 

Sbatte a vuoto un'imposta

libera, disancorata nel vento,

nella nebbia lenta

che sale.

Sbatte e ribatte,

segnale disarmonico del tempo.

  
Vomita la grondaia

acqua a fiotti

a cupi singhiozzi.

 

Vieni, entra…

chiudi forte la porta.

Riavvolgiti sulle scale

come un lanoso gomitolo

stinto e sgarbugliato.



Non sei sola:

la casa palpita di presenze,

non ignote, solo dimenticate

e percepite nel sonno

in vaghi sogni strappati

in rattoppi di sensazioni

frammentate,

in suoni e barbagli.



Tranquille voci, ritmiche fatiche,

quieto calore pulsante,

divampante dal centro.

Confortanti silenzi,

pause lievi di tempo

nel tempo sempre in fuga

che sbatte,

banderuola sul tetto,

scricchiolante galletto

che gira e svolazza in alto,

nella pioggia che cade,

nel vento di maestrale,

nell’eco attutita

di rombo lontano di mare.




da Flickr:"Cade la pioggia"di Claudia

giovedì 5 marzo 2015

Anatomia di una città perduta





degrado -deterioration by https:/su flickr

Brandelli di una città lacera e contusa, collusa anche, allora e adesso,  domani  probabilmente ancora . Sempre?
Sull’erba inquinata  che si ostina a odorare di trifoglio,  macerie singolarmente estetiche in fotografia con murales stinti,  graffiti,  colate di liquami sintetici o corporei su affreschi neobabilonesi  o inca che sbiadiscono sotto i cumuli di indifferenza, di tedio, di vacuità, lassismo. Sfracelli di secoli, tutti meno bui di questo, la  schiacciano. E il peso del tempo la  atterrisce.
Il cielo d'estate vi incombe ora con un sole inumano, d'altri mondi. La città colpita a morte respira piano. Ansante di sudore, desolata, scopre le sue piaghe aperte,  ma il sole le infetta. Poi, di notte, un po' di frescura attenua il dolore, ombre azzurre rivestono squallore e macerie del fascino del tempo e di mistero.
Ma il profumo dei gelsomini non lo si sente più! Non lo si sente, e questo più d'ogni altra cosa colpisce al cuore e ferisce. Non più, mai più il profumo dei gelsomini dai giardini tutt'attorno alla città perduta! Era stato qualcosa di indicibile, percezione in cui tutti i sensi, quasi drogati, defluivano  fondendosi, veicolo mentale verso  il sogno.Ma come raccontarlo oggi a chi allora non era nato? E perché poi? Per farlo soffrire?
E questa città giace a braccia aperte, quasi in croce, in una conca che fu orgogliosamente d’oro. Aranci e limoni sono per lo più altrove. Squallore e degrado implodono quietamente nelle periferie che, come una regina accattona, la incoronano: grigie, cementizie, sporche e caotiche, mai progettate, incompiute. Ha davanti, come sempre da secoli, il respiro calmo del mare..

Mutanti






Fluidità era il suo elemento, era nel suo passato fin dai tempi remoti  dei lontani progenitori,  non avrebbe potuto non essere nel suo futuro, oltre il tempo dei figli. 
La consapevolezza di questo semplice assioma era per lui riflesso istintivo e naturale. Fluidità era la sua vita e, in essa, avanzava placidamente, anche se pure estremamente all’erta, zigzando tra enormi spugne calcaree e masse coralline ungo calde  correnti, nel pulsare profondo di un  mare paleozoico.
Tuttavia era già in lui qualcosa di diverso: inquietudine, anelito verso ignota avventura, abisso o mutamento; come il suo corpo allenato a sondare i flussi e le correnti, infatti, il suo inconscio di vertebrato ancora rudimentale percepiva confusamente vaghe, quasi impercettibili varianti, disposte nella dimensione del tempo come sassi e conchiglie sulla morbida rena del fondo. Perché qualcosa di simile era già stato.
Nel volgere di pochi giorni l’istinto sempre più urgente che lo turbava  lo spinse verso i margini dell’oceano profondo in cui viveva e che era stato per lui e per i suoi avi come morbida madre avviluppante, finché  lo scagliò alla cieca al di fuori  in qualcosa di acre e bruciante e misteriosamente orrido e insieme  seducente, per il quale la sua vescica natatoria era pronta da tempo a fargli da polmone. Non fu facile tuttavia attivarla e agonizzò per alcuni, lenti minuti, soffrendo pene indicibili e sconosciute a lui e ai suoi, ma non morì, emerse soltanto. Lui, il primo sotto il sole.
Avanzò sulla terra, si rituffò e riemerse ancora. Si adattava a poco a poco con determinazione e coraggio, sguazzando nella bassa marea di un golfo  di rara bellezza, in  quello che oggi è il Canada settentrionale, 375 milioni circa di anni fa.
Strisciava sulla sabbia corallina, tra il ronzio degli insetti che popolavano le basse foreste di felci e di equiseti, strisciava grazie a qualcosa su cui aveva sentito istintivamente di poter contare, non più branchie e non ancora del tutto mani, protendendo arditamente avanti il muso … avanti, sempre più avanti. La testa gli posava su un piccolo collo.
E poi, ne  emerse un altro.

da Bulgakov :"Il maestro e Margherita"


 "Bacio alla finestra," Edvard Munch, 1892

"- Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. E si figuri che non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare:
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
- Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
- Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra. "

Mikhail Bulgakov "Il maestro e Margherita"
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