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mercoledì 16 settembre 2015

Madonnina del nostro tempo




Questa mia foto da Flickr risale al 9 agosto del 2008. La intitolai "Madonnina del nostro tempo" e riprendeva un angolo di Palazzo S.Elia, visto dalla via Maqueda. E' ancora lì, dopo tanti anni, intatta, con la singolare devozione dei palermitani ai suoi piedi, solo l'immagine appare più stinta e come riarsa...bruciata da anni d'incuria, di disprezzo, d' egoismo, indifferenza, lassismo... dalla mancanza di idealità soprattutto che pervade ogni cosa. Essa è ormai divenuta come invisibile: nessun passante sembra o vuole vederla... Forse disturba la nostra sanità mentale al punto che non riusciamo a metterla a fuoco, la cancelliamo dal nostro orizzonte limitato e contininuiamo ad occuparci di altre cose, anche a indignarci magari, ma senza alcun vero phatos, senza alcun vero cuore. L'immondizia che la incorona ci è metafora... metafora del nostro degrado, ma soprattutto di qualcosa di più: un'aridità sottile, che pervade la terra e l'aria che si respira, è nella polvere che ci portiamo sotto le suole dentro la nostra stessa casa, penetra nella nostra testa senza farsene accorgere e ,senza farsene accorgere, distrugge quelli che potrebbero essere i nostri sogni più puri

giovedì 3 settembre 2015

AYLAN CHE GALLEGGIAVA SUL MARE




C’era una volta un bambino piccino che viveva con la sua mamma e con un fratellino appena più grande.
Aveva un bel nome etereo, lieve come una nuvola in un giorno d’estate e come un venticello spiritoso che vi soffi sopra accarezzandola: si chiamava Alyan
Come tutti i bambini piccini era molto impegnato a imparare seriamente a giocare, disegnare, correre, saltare, parlare sempre meglio, osservare e riflettere su tutto quello che gli stava attorno: il gran mondo ancora sconosciuto in cui era approdato solo tre anni prima.
Da dove?-direte voi- Chissà? Nessuno sa veramente da dove vengano i bambini… In un lontano passato, qualcuno ha immaginato che essi vengano dalle stelle, ma poi quest’idea così curiosa è caduta in disuso…
Ma torniamo ad Aylan: lui aveva dunque un grande, immenso mondo da scoprire, come tutti i bambini piccoli del resto, e Galip, il suo fratellino appena più grande, lo aiutava a farlo fraternamente.
Il mondo da scoprire per Aylan, però, almeno quello che lui percepiva tumultuare dietro la porta e le finestre chiuse di casa sua e che poi, con grande stupore, vedeva e sentiva in strappi e barlumi di luce accecante quelle poche volte che usciva stretto, stretto in braccio alla sua mamma, non era un mondo che si vorrebbe immaginare per un bambino, che venga dalle stelle o meno. No, non lo era! Ma non era neanche un mondo raro, purtroppo!
Da sempre, infatti, fin dal tempo dei tempi, era stato così su un certo pianeta piccolissimo, accodato con il suo sole, ad una fantasmagorica congrega di migliaia di stelle che formano nel cielo una scia luminosissima colore del latte… Parlo del mondo di Aylan e Galip, naturalmente: il pianeta Terra.
Da sempre su questo bellissimo pianeta, il mondo più bello che si possa immaginare, c’erano stati posti dove i bambini proprio non potevano e non volevano vivere – ma anche i grandi, del resto!Almeno, alcuni grandi…- Sì, c’erano molti posti di questo tipo: erano come delle bolle che scoppiavano qua e là in modo del tutto spontaneo e apparentemente imprevedibile….
Bolle di fuoco e fiamma e di luce accecante, di schiocchi a raffica e di boati assordanti, infinitamente, infinitamente più spaventosi di un tuono.
Bolle dal colore giallo e verde livido e dal colore del sangue.  
Bolle in cui anzi, il sangue non era solo un allegro colore o quella goccia che ti sgorga dai ginocchi quando cadi, ti fai male e te li graffi, ma un ruscello, poi un fiume minaccioso che  sgorga da tutti i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini che cadono qua e là come i pupazzi del Luna Park, ma non si rialzano più con le ginocchia sbucciate, rimangono lì, immersi nel sangue che intanto è dilagato dappertutto trasformandosi in un mare, un orrendo mare rosso!
Una di queste bolle era appunto il mondo che Aylan  si accingeva a scoprire ed esplorare, quello in cui lui e la sua mamma e il suo fratellino appena più grande, avevano avuto il destino di nascere!
Questo è il destino infatti, e non c’è nulla da fare: a te può capitare per caso di trovarti in un orrendo mondo-bolla come quello di Aylan (e di Galip) oppure di stare in un posto tranquillo e bellissimo, con giardini verdi, cielo sereno, musica, casa sicura, scuola, pace …
Del resto il mondo di Aylan (e di Galip) prima - tempo prima, voglio dire- era stato anch’esso così: un posto tranquillo e bello, dove poter sdraiarsi o correre in un verde giardino, sorridere sotto un cielo sereno, ascoltar musica, abitare in una casa sicura, andare a scuola, stare in pace… 
Tutti i posti più belli e tranquilli si possono dunque trasformare nell’orrendo  mondo-bolla di Aylan,, è bene saperlo, per cui i grandi devono fare di tutto perché questo non avvenga. Ma se poi,  nonostante tutti i loro sforzi,  questo avviene allora… allora molti, o alcuni di essi almeno, non possono fare altro che scappare, portandosi dietro i loro bambini.
Scappare lontano, lontano  via dal mondo-bolla!
E proprio così decise di fare la mamma di Aylan e di Galip, scappò
Camminarono e camminarono, loro tre, sempre insieme, Aylan in braccio e Galip con la mano nella mano della loro mamma che aveva deciso di scappare. Non fu una fuga facile perché erano inseguiti da fuoco e fiamme e luce accecante, schiocchi a raffica e boati assordanti e color giallo e verde livido e color rosso del sangue che straripava alle loro spalle, come un mare. 
Le terre che attraversavano erano per loro sconosciute e le persone che incontravano non sempre li volevano aiutare, spesso li cacciavano via dicendo “Tornate a casa vostra!”
Non lo sapevano che loro venivano da un mondo-bolla orrendo dove non si poteva vivere? No non lo sapevano, oppure se pure lo sapevano, facevano finta di averlo dimenticato.
Poi, arrivarono in un posto dove  li aspettava una sorpresa, qualcosa che nessuno di loro tre, neppure la mamma, aveva mai visto: Videro per la prima volta un mare, non più rosso, ma verdeazzurro, magnifico e tempestoso. E immenso
Aylan non poteva credere ai propri occhi e, dentro la sua piccola testa di bimbo di tre anni, pensava intensamente a quella cosa, a quel grande mare verdeazzurro che non aveva mai visto prima, lui, che aveva avuto in sorte solo il mare rosso del sangue!
Era sicuramente  la cosa più bella che mai avesse visto in tutta la sua piccola vita e lo riempiva di silenzio e stupore: era senza porte e finestre, senza  limite alcuno da nessuna parte, e la mamma gli aveva detto: chiamalo mare
Più tardi quella cosa magnifica diventò di un blu scurissimo, lucido come la seta nera del vestito della nonna che avevano lasciato laggiù, nel mondo-bolla, e lui si chiese  forse se fosse anche profondo come quel cielo che ora vedeva risplendere sopra i suoi occhi, dello stesso colore e tutto trapunto di stelle? Sì, se lo chiese, i bambini di tre anni possono avere delle intuizioni del genere e le domande che fanno, e che si fanno, sono le stesse dei loro lontani antenati, quegli stessi uomini che inventarono la cosa chiamata guerra, tanto tempo fa
Era notte adesso; si trovavano tutti e tre sopra il mare, in  una specie di  carretto chiamato barca.
Aylan era coricato con la schiena sulle ginocchia della sua mamma coraggiosa che aveva voluto portarlo via ad ogni costo dal mondo-bolla, e guardava con curiosità e infinito stupore le stelle. La barca dondolava sopra il gran mare liquido e lui alla fine si addormentò
Sognò di galleggiare sul mare, nel gran silenzio notturno.
Quanta pace! Solo le stelle, da cui forse era disceso, sopra di lui a guardarlo… 
Niente più fuoco e fiamma e luce accecante e schiocchi a raffica e boati assordanti, niente color giallo e verde livido e color rosso come il sangue, e sangue, sangue vero che straripa dappertutto!
Le stelle lo guidavano verso qualcosa di profondissimo lassù, nascosto nel  cielo, ma non di impossibile a raggiungere, no, e per nessuno!
Aylan pensò ancora che era bellissimo galleggiare sul mare


martedì 1 settembre 2015

L'OCCHIO ("Tahafut al-tahafut")





Elencava progressivamente la lista delle meraviglie che il corpo dissezionato di un piccolo venditore di pistacchi contiene, dettandole al suo assistente Malik al Saydy, studente dell’ultimo anno 
In una splendida giornata di giugno il sole scintillava sul verde Guadalquivir sinuoso come un serpente, della grande città imbiancata a calce, oltre il ponte romano,  giungeva solo un brusio.  
Il teatro anatomico non era grande, ma funzionale e bene illuminato da un cono di luce proveniente da un perfetto oblò tagliato nel soffitto. Il maristan (ospedale) dove Averroè  dissezionava, era stato l’unico dei cinquanta di Cordoba che gli avesse dato carta bianca per il suo progetto e assegnato per di più quella piccola dependance tra gli aranci. Un canale d’acqua  vi scorreva tutt’intorno. Poco più avanti, tra la vegetazione selvaggia delle riva sinistra del fiume, un mulino ruotava ritmicamente le sue pale
L’occhio del piccolo venditore di pistacchi era un tesoro a poco a poco svelato che traluceva nelle sue varie parti sul tavolo anatomico
“Questa parte” diceva con voce chiara  il dottore “ Che chiameremo retina, è la membrana più interna del globo oculare. Essa agisce comprimendo le immagini riflesse e trasmettendole al cervello”
 La minuscola retina  del piccolo venditore di pistacchi era allineata sul piano tra la cornea e il cristallino e, se fosse stato possibile ingrandirla, in essa si sarebbe  potuto cogliere il riflesso di una faccia barbuta, di un volto di un uomo di circa cinquant’anni che tanto aveva visto e tanto avrebbe voluto vedere nel corso sua vita, senza remore né impedimenti, anche a costo di pagarne duramente il conto.  Ma era un riflesso cieco, il suo, del tutto passivo: il cervello che avrebbe dovuto ricevere  il segnale, infatti, non esisteva più. 
L’ultima cosa che quella retina aveva non soltanto riflesso ma realmente visto, prima che il corpo annegasse, era stata l’acqua smeraldina del fondale in cui il piccolo venditore di pistacchi si era inabissato,  tuffandosi, Un attimo prima colui che ora giaceva a pezzi sul tavolo anatomico, aveva ammirato il cielo terso appena, appena screziato di nubi all’orizzonte; gonfiando il giovane petto, aveva sospirato di soddisfazione.  
Era quello per lui un pomeriggio di inaspettata vacanza, molti pistacchi venduti quella mattina al mercato, il suo padrone lontano, in viaggio sulla strada per Siviglia, davanti a lui due lunghissimi, giorni di libertà… Per cominciare intendeva tuffarsi nel punto più profondo del fiume. da uno scoglio piuttosto alto seminascosto da un mucchio di felci. Era da lì che si tuffavano i più coraggiosi  monelli della città, una pozza intensamente verde e trasparente, non troppo lontano dalla quale, però, l’acqua gorgogliava e si increspava in torbidi mulinelli.
Abbassando lo sguardo sul greto del fiume, il ragazzo passò in rassegna la sua collezione di farfalle, insetti e lucertole ordinatamente allineata. La guardò con affetto, era la cosa più preziosa che possedesse. Poco prima si era divertito a sezionare col suo coltellino le ali iridiate delle farfalle e molte di esse ora giacevano smembrate sulla ghiaia
“ Questi tessuti filiformi” continuava il dottore “ li chiameremo nervi. Essi svolgono la funzione di collegamento e attraversano  le retina in appositi tunnel ciechi al riflesso della luce. Potete ammirare, signori studenti, un meccanismo perfetto! Tutti gli oggetti della creazione, sia nella natura che nell’universo, sono del resto invenzioni perfette, progettate in modo non causale da Dio”
Con questa affermazione in lui il famoso medico attingeva al filosofo. Ma l’uno e l’altro  convergevano nel grande innovatore nelle successiva parole che Averroè con grande compiacimento pronunciava:
“Non sarebbe  comunque per noi possibile posare gli occhi su questa e su altre meraviglie della creazione e minuziosamente studiarne le cause e gli effetti, se il divieto di Al Ghazali riguardo l’autopsia fosse stato accettato dal direttore di questo ospedale.
Io dico invece che chiunque si occupi di anatomia e dissezione a scopo scientifico, oltre a salvare innumerevoli vite umane, avrà incrementato la sua fede in Dio!”

Ma erano quelli in Al-Andalus anni difficili, gli ultimi di una lunga e splendida storia: fanatismo e intolleranza religiosa riprendevano il campo e, tra non molto, le idee di quel geniale anatomista, e anche medico,filosofo, fisico, psicologo, giurista ed astronomo che fu Averroè, dovevano essere a loro volta dissezionate una per una, non purtroppo col metodo scientifico che egli, dopo i greci, aveva contribuito a perfezionare, tantomeno col metodo appassionato ed intuitivo di un piccolo venditore di pistacchi che gioca al naturalista in un bel giorno d’estate, incoerenza dell’incoerenza, ad Averroè, come a tanti altri, venne riservato il metodo più irrazionale: il medesimo, bruto e cieco e sordo, che usa il destino.


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Averroè nacque a Cordova nel 1126, con il nome arabo di Abu I-Walid Muhammad Ibn Ahmad Muhammad Ibn Rush (che nel Medio Evo diventerà dapprima Aven Roshd e poi Averroes), in una famiglia di celebri giuristi; sia il padre, che il nonno erano stati gadi, vale a dire amministratori di giustizia.
Dopo un percorso scolastico ed educativo classico basato sul Corano e sui racconti tradizionali fatti risalire a Maometto,egli studiò teologia e giurisprudenza,e medicina. Divenne giurista, medico di corte  e filosofo, fu nominato gadi, prima a Siviglia e in seguito a Cordova, fu insomma un alto funzionario nella Spagna dell' impero almoade  Tuttavia, nella seconda parte della sua vita, venne costretto all'esilio nel corso dell'ondata di fanatismo religioso che alla fine del 1100 colpì Al-Andalus: Tenuto sotto stretto controllo dovette subire anche la distruzione, da parte della censura, di numerose sue opere di metafisica e logica. Con la sua morte, avvenuta il 10 dicembre 1198 a Marrakesh, dove si era rifugiato, si conclude l'epoca della cultura liberale nell'Islam spagnolo.
Averroè fu soprattutto un medico, e in questo campo, un grande innovatore e sperimentatore. La sua enciclopedia di medicina  costituì per molto tempo il testo medico più conosciuto oltre che dai musulmani, anche dagli ebrei e dai cristiani. In essa venivano affrontati, tra l'altro, temi come l'autopsia e la dissezione, pratiche non condannate ma anzi esaltate, in quanto, secondo il suo pensiero,  l'anatomia, se studiata a scopo scientifico, serve ad alimentare la fede in Dio..
Intervenne anche nell’ambito della psicologia, descrivendo l'intelletto quale una sostanza incorporea ed eterna, distinguibile in intelletto passivo, connesso coi sensi,e intelletto agente, relazionato con l'uomo attraverso una ragione materiale eterna, nel campo dell’astronomia, nel quale intuì che la Luna non è una stella e non emette luce, nel campo della fisica (egli fu il primo studioso a definire la forza come il lavoro necessario a modificare lo stato di un materiale; ebbe intuizioni a proposito dell'attrito, che modifica la forza che occorre applicare in ambito cinetico, e di quella che Keplero avrebbe in seguito chiamato inerzia).


Per quel che riguarda il suo pensiero filosofico, la sua opera più importante è "Tahafut al-tahafut", ("L'incoerenza dell'incoerenza".) In questo testo, il pensatore arabo difende la filosofia aristotelica, entrando in contrasto in particolare con le critiche espresse da al-Ghazali, che riteneva che la filosofia, e il pensiero aristotelico in particolare, non potessero essere compatibili con l'Islam. Completamente opposto è, invece, il pensiero di Averroè, che ritiene che sia possibile raggiungere la verità sia mediante la filosofia speculativa che mediante la religione.
Benché avesse potuto attingere ai testi aristotelici solo per mezzo delle traduzioni arabe effettuate dai cristiani siriaci, il suo pensiero,risulta essere molto vicino alle opere greche, per cui, dal punto di vista storico, si deve in sostanza a lui, e alle sue traduzioni in latino, il recupero avvenuto in Europa della tradizione aristotelica, che si verificò proprio in quegli anni. Lo stesso Tommaso d’Aquino, che pure si espresse in contrasto con diverse correnti averroiste della sua epoca,rappresentate nell'ambiente accademico parigino,gli deve moltissimo

giovedì 23 aprile 2015

LA CAPRETTINA -poesia estemporanea in dialetto romanesco,nata sui siti d'incontri web e dedicata a Gioacchino Belli







Una capretta giovane e insicura
s’avventurò ner monno 
in cerca d’avventura…
La  caprettina voleva trovare
erba pulita e un maschio pe’figliare;
ma un maschio giusto, senza grilli in testa,
senza “ma” nè “mò” che stretta, stretta
se la tenesse al core suo con vero amore  
e la lasciasse con le corna sole
che la natura regala alla so’razza
Trovò un prato e venne una cornacchia,
vennero i lupi, venne lo sciacallo,
vennero ciuchi e un rozzo pappagallo,
vennero anche i caprettini giusti
che brucavano l’erba attorno, tutti, tutti.
Falsa e strisciante, sul fare della sera,
venne e s’avvicinò una vecchia jena.
Aprì la bocca e disse: ”Che fai bella?
Questo è il prato dei lupi, stupidella!
Sei ingenua assai, ma non te preoccupare,
te aiuto io, e gratis, a non farte del male!
Io della vita ci ho esperienza tanta e sottile,
savia e sapiente son, sebbene mi dican vile.
L’ho vissuta “alla grande”, sai, la vita mia.
Ci ho messo stile, pisicologgia, eleganza,
e ho ramazzato sempre, a destra e a manca,
e ancor oggi - sapessi! - che bboni bocconcini,
m’ingollo ancora ne’parchi de’ bambini!
Pecché questo è il punto dolente, bella mia,
te, tra i bambocci cerchi la to’via
e pure te sei bimba, stupidotta,
se non te cresci, se non te dai una smossa!
Ma che te vo’ marita’? Ma che vò fiji?
Ma senti a me che ce ne ho avuti tanti!
Ascolta a sora che te consijia bbene!
Coossa? Che dici? Ma che bbabbo,che nonno!
Io sò er più forte che c’esiste ar monno!
E te posso imparare tante cose bbelle,
e darte questo e quello, e sole e luna e stelle!”
Siccome allora quella non ce stava
e “Smamma bbella!” belava e gridava,
cominciò sora jena a seccarse un tantino e disse:
“Dio! Come se’volgare, che zoticona rara!
Te manca stile per trovà er marito, cara,
Forse se te consijio ce riesci,
ma sola così, nel prato, e zotica per giunta,
brucherai sola finchè sarai defunta!”
Cambiò lesta la capra toni e strateggia, 
je rispose garbata e sorridente:
“Te mi hai persuaso, jena,se’tanto convincente.
Imparami, te prego!
Tanto insicura e fraggile me sento,                      
che a dirozzarme un poco a te me prendo!
E dimme: come te paio? Sò bella?
Abbastanza accettabbile te sembro?
Dimme, è possibbile in me un cambiamento?”-
“Vedremo… forse, cara fessacchiotta… ”
rispose sora che se’credeva scaltra e furbacchiotta,            
e se fregava le mani e pure i piedi
“Ma se te dico una cosa strana, me credi?”
“Certo!” rispose sorniona la capretta,
 che se tirava l’amo col pescione e l’esca,      
“An vedi che vicino a me, stella,
hai già imparato stile: te... se’ molto più bbella!
Da che me ascolti, te se’ già cambiata:
un’altra capra, bimba, mi se’diventata!”

sabato 7 marzo 2015

Casa di sogno

da Flickr: "Gocce di pioggia"









Casa grande
e grigia e bianca.
Imposte grigio perla
-stretti occhi-finestra-
aprono su ignote strade,
e, rovesciate,
godono di sedili di pietra
per sbirciare dall’alto.
Scale si riavvolgono
su vuoti disimpegni…
Pianerottoli attendono
con una sedia di paglia
nel centro.
Legni scuri nelle stanze
piccole e grandi,
le une nelle altre
disposte su scacchiera
bianca e nera.
E camini battono come cuori pulsanti
e il cotto della cucina
riverbera aloni di fuoco.

Pioggia dirotta a scrosci,
a larghe secchiate,
a ventate stridenti e sfacciate
sulle teste bagnate
di chi fugge correndo,
svolazzante mantello
che s’ingolfa
per strette strade
Sbatte a vuoto un'imposta
libera, disancorata nel vento,
nella nebbia lenta
che sale.
Sbatte e ribatte,
segnale disarmonico del tempo.
Vomita la grondaia
acqua a fiotti
a cupi singhiozzi.

Vieni, entra…
chiudi forte la porta,
riavvolgiti sulle scale
come un lanoso gomitolo
stinto e sgarbugliato,
non sei sola:
la casa palpita di presenze,
non ignote, solo dimenticate
e percepite nel sonno
in vaghi sogni strappati
in rattoppi di sensazioni
frammentate,
in suoni e barbagli.

Tranquille voci, ritmiche fatiche,
quieto calore pulsante,
divampante dal centro,
confortanti silenzi,
pause lievi di tempo,
nel tempo sempre in fuga
che sbatte,
banderuola sul tetto,
scricchiolante galletto
che gira e svolazza in alto,
nella pioggia che cade,
nel vento di maestrale,
nell’eco attutita
di rombo lontano di mare.





da Flickr:"Cade la pioggia"di Claudia

giovedì 5 marzo 2015

Anatomia di una città perduta





degrado -deterioration by https:/su flickr

Brandelli di una città lacera e contusa, collusa anche, allora e adesso,  domani  probabilmente ancora . Sempre?
Sull’erba inquinata  che si ostina a odorare di trifoglio,  macerie singolarmente estetiche in fotografia con murales stinti,  graffiti,  colate di liquami sintetici o corporei su affreschi neobabilonesi  o inca che sbiadiscono sotto i cumuli di indifferenza, di tedio, di vacuità, lassismo. Sfracelli di secoli, tutti meno bui di questo, la  schiacciano. E il peso del tempo la  atterrisce.
Il cielo d'estate vi incombe ora con un sole inumano, d'altri mondi. La città colpita a morte respira piano. Ansante di sudore, desolata, scopre le sue piaghe aperte,  ma il sole le infetta. Poi, di notte, un po' di frescura attenua il dolore, ombre azzurre rivestono squallore e macerie del fascino del tempo e di mistero.
Ma il profumo dei gelsomini non lo si sente più! Non lo si sente, e questo più d'ogni altra cosa colpisce al cuore e ferisce. Non più, mai più il profumo dei gelsomini dai giardini tutt'attorno alla città perduta! Era stato qualcosa di indicibile, percezione in cui tutti i sensi, quasi drogati, defluivano  fondendosi, veicolo mentale verso  il sogno.Ma come raccontarlo oggi a chi allora non era nato? E perché poi? Per farlo soffrire?
E questa città giace a braccia aperte, quasi in croce, in una conca che fu orgogliosamente d’oro. Aranci e limoni sono per lo più altrove. Squallore e degrado implodono quietamente nelle periferie che, come una regina accattona, la incoronano: grigie, cementizie, sporche e caotiche, mai progettate, incompiute. Ha davanti, come sempre da secoli, il respiro calmo del mare..

da Bulgakov :"Il maestro e Margherita"


 "Bacio alla finestra," Edvard Munch, 1892

"- Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. E si figuri che non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare:
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
- Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
- Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra. "

Mikhail Bulgakov "Il maestro e Margherita"
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