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lunedì 1 settembre 2014

La casa vuota



Il giorno che abbandonò definitivamente la casa vuota fu quello successivo alla telefonata di suo figlio: - “Mamma, che fai lì da  sola? Perché non torni a casa?” –aveva detto e  per lui che era allora poco più che ventenne, e quindi piuttosto egocentrico e comunque di poche parole, era già troppo. - “Vorrei che tornassi qui, mamma!” aggiunse.
Così lavò, stirò e mise via le sue lenzuola, riordinò nell’assoluto ordine che incombeva, raccolse le sue cose personali, uscì e si chiuse dietro la porta. Per sempre. Fine di un capitolo, il capitolo della famiglia in cui era nata.
La casa rimase allora totalmente vuota, abbandonata: una galleria di libri, quadri, mobili e soprammobili nel buio delle camere dalle serrande abbassate con i paletti antifurto bene incastrati in basso, ermetica. Da visitare o far visitare solo qualche volta per prelevarne qualcosa o per proporla a un possibile acquirente. Morta in sostanza, fino all’affitto momentaneo di una parte di essa e, poi, alla successiva vendita e al definitivo trasloco.
La casa vuota, rifletteva anni dopo, in un letto di un albergo di un altro continente, aveva iniziato il percorso che avrebbe portato lei, ultima dei suoi abitanti, ad assaporare tra le sue mura inedite sensazioni zen (il gusto del vuoto) in una molto simile situazione di provvisorietà, di precario abbandono, di stallo.
Appena acquistata infatti,  e ristrutturata con cura da sua madre, ammobiliata ma non rifinita, non era stata subito abitata ma disdegnata per un’altra più grande, e allora addobbata con tanti bei lenzuoli bianchi drappeggiati sui mobili a fungere da eleganti fantasmi; poi, quando tutti loro per cause varie si erano dovuti trasferire in altre città, era stata affittata all’inquilino perfetto: un console tedesco.
Il punto iniziale, rifletteva ancora nel suo letto d’albergo ad Atlanta, Georgia, U.S.A., era stato quando in una lontana, ardente estate siciliana (calava sempre dal nord verso il mare e il sole della sua isola, nelle estati di quei tempi) vi aveva passato un periodo, e uno dei suoi amanti più importanti ed effimeri (che l’avrebbe così crudelmente colpita al cuore di là a un solo mese da farla persistere poi in una stupida quanto romantica solitudine affettiva di ben tre anni) si era seduto accanto a lei sul piccolo divano/letto che allora era sistemato sotto la grande libreria del salotto, e...
 - “Ma in sostanza voi non ci avete mai abitato, allora?” aveva chiesto 
“No. Siamo andati a stare altrove, è una casa ancora provvisoria; mia madre, dopo aver combattuto un anno con muratori e operai per farsela a sua misura, l’ha snobbata e ne ha affittata un’altra più grande. Ma la verità è che non vuole vivere nella casa dove dice che sa che morirà. Per la vita che ha fatto, sai, è una vera nomade. Io, poi, ho divorziato, ho trovato lavoro a nord e, poiché mio figlio era  molto piccolo, i miei sono voluti venire su con me per due anni. -“
- “ Capisco.” - disse il suo amore, bello e abbronzato, i capelli biondi ancora umidi e salati di mare e, con una impercettibile alzata di spalle o di sopracciglio, non ricordava bene, liquidò quella casa come non-casa, come, cioè, sarebbe divenuta dopo, esattamente diciannove anni dopo .
Non-casa, casa abbandonata, all’inizio e alla fine, quindi.
In mezzo, anni di calda vita familiare, più o meno facili o molto difficili, noiosi, divertenti, allegri, dolorosi, vitali, insomma. Diciannove anni di casa piena, nel corso dei quali il vuoto poteva soltanto insinuarsi negli interstizi e nelle crepe dei rapporti come sempre accade talvolta, quando si vive insieme, ma non è … non si espande a riempire il tutto, non invade ogni forma di vita come un buco nero, non ti attrae, soprattutto.  Sì, perché alla fine, diciannove anni dopo, quando lei, ammalatisi e morti uno dopo l’altra, padre e madre, si era ritrovata lì, da sola, e da sola era rimasta senza un motivo apparente per quattro mesi ancora, non poteva negare che questo vuoto l’avesse attratta.
Era grande e pieno e freddo, e freddo e puro era il silenzio che lo accompagnava, Nell’immobilità di ogni cosa che la circondava, i soprammobili e i quadri rimasti lì erano i soli a guardarla e le sembravano quasi umani, attoniti. Oppure no, lei credeva o non credeva ai fantasmi? Presenze misteriose che lei non percepiva, che non si curava del resto di percepire, ciononostante forse tanto forti da incatenarla a quelle pareti e a quelli spazi.

 Non era riuscita a oltrepassarne la porta/E stava sulla soglia a tremare/ E tremava sulla soglia senza parlare. / Così non aveva più voce, / non aveva più parole. / Po, andò oltre, ne superò la soglia, /fu nella stanza buia - oscurità luminosa, oscurità de-reale -/riuscì finalmente a parlare.

Lei stava bene. La mattina andava al lavoro come sempre e, nel pomeriggio, sedeva spesso nel salotto della casa vuota tranquillamente, quasi a tenere la lampada accesa degli dei familiari, vestale inconsapevole e appagata.
Fu allora che scrisse di getto i versi di quella poesia, misteriosi e sognanti. Sapeva che era l’inconscio a venirle in aiuto per liberarla dall’incantesimo in cui  era caduta come in una fossa … elaborare il lutto, si dice, e si lasciava portare. Sgorgavano dalla sua mente come da una fredda fontana; nei versi parlava di lago ghiacciato e di pozze d’acqua, di lacrime, infine.
.
… Le parole caddero come sassi in uno stagno / - fuori e dentro era inverno - / lo stagno e il suo cuore erano ghiacciati. / Le parole caddero al suolo come ultime foglie/e l’albero, il suo amore, fu interamente spoglio.

Lentamente l’acqua invase il vuoto dell’abbandono della casa e del suo cuore. Era un elemento fluido e riempiva dappertutto, ma era anche metaforico e i muri della casa, le pareti del suo torace lo assorbirono. Il vuoto rimase e lei lo assaporò goccia a goccia.   

… Nella piena solitudine non stava male. / Tutti erano andati via /- i vivi e i morti - / dopo giorni di gioia e di dolore e amore / e odio e indifferenza e riso e pianto, /gli spazi erano interamente vuoti, / non rimaneva che la musica del silenzio/ Come una fredda polla di acqua segreta, / il silenzio la dissetava.

Quest’esperienza mai provata, quest’esperienza sicuramente zen la sconvolse e placò allo stesso tempo. Anni e anni dopo avrebbe scritto una fiaba zen sul fascino, sul devastante potere del vuoto.
“Il vuoto è un magnifico principe e il silenzio è il suo scudiero.” pensò in un altro tempo, mentre volava da sola dall'America all’Europa. Bella immagine! Da ricavarne forse lo spunto per una seconda fiaba.
“Tutte le fiabe non sono che una sola fiaba!” le mormorò in un orecchio la voce flautata di Sherazade, nella grande calma dei 5000 metri di altezza, (non poteva che essere che lei a parlarle!)
E la fiaba della casa vuota finisce qui, molto, molto in alto sull’oceano Atlantico.
Finisce come finiscono tutte le fiabe. Finisce come finiscono tutte le case e, fin nei minuti atomi o sub-atomi che le compongono, tutte le cose e le persone. Le case in cui abbiamo vissuto e quelle in cui ora viviamo e, in esse o fuori di esse, le persone che le hanno tenute vive col loro alito, prima di abbandonarle. E questo stesso alito svanisce: perdura forse ancora per poco tra i muri come odore di rosa secca … poi cade e il vuoto lo assorbe.

… Bevve alla sorgente nascosta. / I cari nomi che ricordava ruppero il vuoto, / Come versi di una canzone/salirono verso l’alto, /palpitarono nell’aria gelata, / poi si dissolsero in pianto.

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