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domenica 16 febbraio 2014

I mille volti dell’amore (il giardino delle delizie del sultano di Kashgar )


“Al centro del giardino delle mie delizie metterò, mia amata, uno dei tuoi occhi verdi, liquido e screziato come l’acqua di uno stagno …”

 Il sultano di Kashgar era un poeta, o almeno tale si credeva, ed essendo appunto sultano, in lui questo come ogni altro desiderio veniva necessariamente a coincidere con la sostanza. 
Il sultano di Kashgar si divertiva a sfogliare nella sua mente elenchi di delizie come rare incisioni persiane di fiori, alberi e foglie. Amava intensamente i giardini naturalmente che, come ogni buon o cattivo principe delle fiabe orientali, si dilettava a progettare, canalizzare, coltivare con ricca immaginazione. Viveva in effetti in tempi e in luoghi densi, direi anzi saturi, di grandiosa immaginazione. Ma la sua era crudele. 

“Incastonato sopra la bocca di marmo di una fontana singhiozzante, il tuo occhio di smeraldo mi darà più delizia a vederlo, di un amplesso profondo, mentre tu, carissima, con una benda di seta nera a coprire la dolce cavità da baciare, diverrai la più rara e conturbante delle donne!” 

Il sultano di Kashgar aveva un harem assai vario, delizioso per ogni sua leggiadra componente, bionda, bruna, rossa che fosse e da qualunque paese del mondo provenisse.. Il suo gusto estetico, la sua sensualità di gran signore e la sua personale crudeltà ne avevano fatto qualcosa di molto singolare, unico senz’altro nel suo genere, caratterizzato com’era da una particolarità atroce: tutte le belle e bellissime donne che lo componevano erano state private di qualcosa, anche se mai di qualcosa di veramente vitale. 
Così il giardino che lui si era divertito a creare si era via, via arricchito di quelle - come chiamarle?- “cose” abbastanza inquietanti che lui chiamava delizie, ovvero varie parti dei loro magnifici corpi, adeguatamente trattate e conservate dai maghi e dagli alchimisti di corte, rese cioè per sempre integre e fresche, disseminate come gioielli tra i fiori e le piante rare, le panchine d’avorio, le statue e le fontane di marmo. 
Lui passeggiava tra questi spaventosi trofei, spesso in compagnia di qualcuna delle sue vittime, semicieca, monca o zoppicante ma sempre sfarzosamente vestita e ingioiellata, e la delizia della sua anima crudele era grande, ma ancora più grande era quella che provava nell’intimità della sua splendida alcova nell’ accarezzare, baciare ed anche leccare a lungo con la lingua sinuosa le misere parti o cavità mutilate. 
Era un mostro dunque, e il raro giardino delle sue delizie era un giardino dei supplizi. 
E passò per quel triste regno – può esservi qualcosa di più triste del regno di un principe crudele? – passò dunque per il regno del Kashgar un sant’uomo, un vecchio marabutto che, col nome di Allah sempre sulla bocca, seminava ovunque parole di bontà e di grande saggezza. 
“Pentiti, degenerato!” gli urlò quando seppe del giardino e chiese e ottenne di essere ammesso alla sua presenza. 
"Pentiti, prima che l’occhio dell’Altissimo non ti scopra e la spada fiammeggiante della sua giustizia, intendo dire l’arcangelo Gabriel, non ti faccia sprofondare nella Gehenna! L’infinita misericordia di Allah non vale per chi confonda e snaturi in tal modo l’anelito all’amore e alla bellezza!” 
Il sultano sorrise e inclinò il capo, sembrò quasi annuire con la testa mentre cortesemente gli offriva cibo e bevande poiché quello era assai magro e macilento. Poi, su quella stessa tavola dove aveva mangiato e bevuto, lo fece decapitare. E la sua testa, mummificata ad arte, fu posta su una delle due cuspidi del cancello, il cancello del giardino delle delizie. 
E passò per quel triste regno una vecchia in rozze vesti scure ed avvolgenti. Era la madre che lo aveva partorito quarant’anni prima e che era poi fuggita in lontane contrade dietro a un giovane amore, poi in perpetuo cammino a cercare sollievo e pace per la sua anima inquieta, una ragione per l’esistere, una senso per il soffrire, forse una fede. Seppe dell’orrido giardino, con uno stratagemma riuscì a farsi ricevere a corte, e lì, davanti a tutti, gli si svelò piangendo e imprecando. 
“Che sia dannata la mia anima, figlio, se la mia lunga ricerca d’amore questo in sostanza ha comportato: un uomo che muta l’amore in supplizio e, in un giardino, rispecchia l’inferno del suo cuore!” 
E si strappava i capelli. 
“Donna,” le rispose il sultano “ora rammento quello che ho cancellato dalla mia mente, capisco quello che hai fatto del mio cuore, ricordo il mio piccolo cuscino bagnato di lacrime e il vuoto della tua assenza … Io non so se sarai dannata, so però che ora morirai sicuramente. Anche tu infatti sei per me parvenza d’amore, se pure amor distorto, e anche tu, come le mie dilette mogli, devi essere mutilata per il mio giardino. Ma poiché la parte che devo prenderti è quella stessa attraverso la quale io sono entrato in questo mondo di inganni, ed è vitale, tu morirai.” 
A queste parole le ampie, scure vesti della vecchia vagabonda caddero di colpo, la madre restò davanti al figlio come nuda in una corta, misera tunica stinta e tutta slabbrata, gli occhi le si inondarono di lacrime sicché vedeva come sotto una fitta pioggia il paese in fondo al mondo che finalmente aveva trovato. Era un paese senza speranza né significato. Non disse nulla. 
E così la vecchia morì e la parte del suo corpo attraverso la quale era venuto al mondo il sultano di Kashgar, venne adeguatamente trattata e appesa sull’altra cuspide del cancello del giardino delle delizie. 
E per quel triste regno passò infine il Vuoto, magnifico principe che lentamente procedeva a cavallo e, dietro di lui, il Silenzio, suo scudiero. E venne al palazzo reale dopo aver attraversato il giardino. 
Giunto sui gradini del trono, fissò a lungo il sultano e, con lui, tutte le mogli mutilate, radunate lì in suo onore. Non disse parola, solo un sorriso ghiacciato lampeggiò nei suoi occhi, mentre il Silenzio suo scudiero, avvolse la sala. Nel vicino giardino dei supplizi di colpo cessarono di cantare tutti gli uccelli, si tacquero le fontane, rimase muto il ruscello. 
Un’immane sensazione di vuoto ora riempiva il salone, dal pavimento di mosaico fino agli alti capitelli che reggevano il soffitto a infinite spirali blu e oro, e anche il cuore del sultano si riempiva di vuoto come d’acqua, tuttavia era vigile: egli si interrogava, segretamente sperava in una risoluzione. Quando il vuoto che lo inondava raggiunse il punto segreto, la valle nascosta dove alcuni dicono che si annidi l’anima, il suo cuore ghiacciò, si frantumò come cristallo che si spezzi e il sultano di Kashgar cadde ai piedi del suo trono. 
Mentre le mutilate attorno a lui urlavano e ringraziavano Allah e piangevano di gioia, ma anche di dolore (rimane un mistero come molte donne sappiano nutrire in sé, in ugual misura, odio ed amore), appassirono i fiori nel giardino, seccarono le foglie sugli alberi, marcirono di colpo quelle che erano state le sue orride ”delizie.”
 Non ci sarà dato sapere se la sua anima dolente e crudele sprofondasse nella Gehenna o più lievemente svaporasse nel nulla come nebbia al sole. 
 Ognuno creda ciò che vuole.




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Approfondimenti:

Nella realtà storica è davvero esistito un re islamico, l'abbaside el Mutamid di Siviglia (1069-1091),finissimo poeta e al contempo uomo sanguinario e crudele, che secondo la tradizione con le teste mozze dei suoi nemici adornava gli splendidi giardini del suo palazzo


UNA POESIA DI IBN ḤAMDĪS AD AL-MU'TAMID 

di Andrea Borruso

Quaderni di Studi Arabi
http://www.jstor.org/stable/25802689

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