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giovedì 9 maggio 2013

Tuffi



Correvamo seminudi verso un mare tirato a lucido, quasi bianco, la macchia degli oleandri lasciata alle spalle con i suoi incredibili colori fauves e il mucchio dei vestiti e le biciclette coricate nell’ombra.
Mi tuffo in quel  tempo remoto come nell’acqua gelida di un torrente, ma era estate, allora, e il caldo ardente di mezzogiorno ci divampava sopra.
Anche sotto la nostra pelle  si avvertiva confusamente un bruciare di qualcosa di non ben definito, irruente e violento come le nostre corse con i piedi feriti dai sassi, come i tuffi all’impazzata, i giochi feroci nell’acqua, le partite di pallone dei maschi che occupavano di prepotenza gran parte del primo pomeriggio e ci snervavano. Tuttavia, vivendo allora in un tempo immoto e dilatato, c’erano anche ore, lunghe ore tra un eccesso e l’altro, in cui per un qualche incanto quella fluida lava che ci scorreva nelle vene si pietrificava di botto e noi ci mutavamo in curiosi animali a sangue freddo, ma dalla liscia pelle dorata, caduti in catalessi uno sull’altro, sotto il sole.
Mimmo, Giancarlo, Carmen, Marisa e … Giuliano? No, Luciano. Alba, Annarosa, Vincenzo detto Vinci, Maria Rosaria detta Sasà, Fabio e Marcello, Franco e Vanessa, l’inglesina, Erminia e Gabriella, Ciro e Silvana, Dino primo (il mio più duraturo amore) e Dino secondo, detto anche Danni
Recito il rosario dei vecchi nomi un po’ stentatamente dapprima - è passato più di mezzo secolo o no?- poi, grazie al gioco delle assonanze e dei rimandi (e degli amori e disamori) con molto più coraggio o addirittura sicurezza tanto che pare che improvvisamente ogni cosa stinta ritorni al suo posto in quell’armadio dei cenci vecchi che tengo nella mia testa, e riprenda vita e colore e perfino odore che qualcuno, un pittore nostalgico e davvero troppo gentile, ridisegni per me, e solo per me, i volti e i corpi sbiaditi, i gesti, le voci, i tic, le simpatie e antipatie, il modo di correre, di ballare, di ridere e di irridere soprattutto, lo stile del nuoto, le parabole dei tuffi  ( i famosi tuffi “alla messicana” da giovani pazzi cioè, molto sprezzanti e molto felici), quasi interi i caratteri, non più soltanto pezzi, e forse, forse anche i cuori.
Cuori, poi?  A sedici anni? O quindici, o anche diciotto, (per Giuliano, il più vecchio di noi).C’è qui qualcosa che suona male e  nel ricordo stride. Beh, solo in apparenza non si aveva cuore, a quei tempi. Parlo degli adolescenti naturalmente, gli altri …Era così: doveva.
Una moda non scritta e molto tassativa, che circolava in gruppi ristretti, inconsapevolmente (e incolpevolmente, aggiungo) borghesi, dettata da una specie di legge del contrappasso non più, una volta tanto, dantesca ma novecentesca e moderna. Tanto dolciastro romanticume, infatti, ci tesseva attorno l’intera società, a strangolarci - e scuola, e famiglia, e cinema e radio, libri e canzonette, e l’aria caramellata tutta che si respirava attorno - tanto noi dovevamo essere duri e sprezzanti su queste cose di una banalità rivoltante, superiori, particolarmente irridenti; diversi appunto.  Per cui niente cuori e cuoricini (sarebbero venuti di moda solo secoli e secoli dopo!), niente stereotipi amorosi: rose rosse, edere rampicanti e altra robaccia del genere. Ci si vestiva di nero del resto, come in una setta, e cupamente, quasi in segreto, si ascoltava/suonava il jazz e poca altra roba, in genere francese perché i Beatles erano appena dietro l'angolo, in cantine arredate a catacombe.Una congrega di spettri/eletti estremamente cinici, e un tantino perversi anche. Questo almeno si voleva far credere (o si tentava).
Niente cantine però, lì dove eravamo, al mare. No; lì, in quelle ore estive di una lunghezza estenuante, tra le mille cose che si riusciva a fare, non si sa come, in una sola giornata - e sempre fingendo rigorosamente d’annoiarsi- l’attività principale era, e rimaneva, il tuffarsi. E non solo acrobaticamente in mare, ma in lunghi baci appiccicosi e avvitanti e  audacemente  in altro ancora  di sempre più spinto che comportasse l’avvinghiarsi e l’osare.Tra le dune di sabbia, non molto distanti dalle biciclette, coi colori davvero  eccessivi dei fiori d’oleandro e del cielo negli occhi, imparavamo con metodo preciso tante cose e l’amore non era che una di queste.Bisognava provarci e riprovarci, poi, con tenacia riprovarci ancora. Solo così la tecnica si affinava e il nostro anche faticoso apprendistato (con quel caldo!) poteva portare a qualcosa di concreto che durasse e fosse nostro per sempre: uno stile elegante, per esempio, con cui competere e spiazzare.
E l’estate anche sembrava durare per sempre, avvolgendoci nelle sue spire elastiche  fin oltre gli ultimi temporali di fine agosto, a volte. Oltre il tempo, forse.E. se in quel diverso genere di tuffi, qualche cuore per caso si sgualciva (e si sgualciva!), noi non lo davamo a vedere.




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