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mercoledì 17 aprile 2013

L'ora d'Isabella






L’ora d'Isabella
(Incipit)

Ha tagliato lentamente le angurie a grosse fette, e ora apre i melograni. 
Tra grandi mazzi di erbe e di verzura, cesti di pomodori, mele e peperoni,compone lentamente la natura morta che intende dipingere.  Sono mesi che disdegna i pennelli e,anche se ha imparato di disegno e di pittura così come a suonar il flauto e la mandola, a tradurre dal greco e dal latino, non conosce altra arte oltre del quella del verso, e il Petrarca è il suo nume… povera arte davvero in un paese di sordi!
Oggi si è alzata col desiderio di dipingere in quella sala cupa ma fresca perché tenuta in penombra fin dalla mattina. Dalla finestra sulla corte vi penetra dentro soltanto una sottile sciabolata di luce e, con essa, tutti i profumi del giardino. L’arsura pomeridiana di quell’ora, la più pericolosa del giorno, vi si attenua e svapora, esorcizzata, mentre l’intero paese tace stordito in sudore e la campagna esala gracidii di cicale impazzite e straniti miraggi di antiche dee e ninfe e di mostri dal volto di uomo e dal piede caprino che, chi li incontra, è perduto! Ed un cielo vuoto di un azzurro crudele vi incombe come su ogni cosa e sorveglia ogni filo d’erba, ogni foglia, ogni animale o umano che palpiti, che soffra o gioisca o misericordiosamente dorma, sospendendo il pensiero, ogni cuore che si rincagni e inaridisca come un sasso o che ancora aneli a qualcosa, ad altro da quel cielo, da quel  luogo, dalla selvaggia contrada in cui un fiume svolge le sue spire come serpe tra  rocce e boschi, e poi precipita tumultuoso molto in basso, verso un mare fosco e tormentato.
Il melograno è il suo cuore e ora lei ne farà spicchi. Così ha fatto l’amore con lei, riflette, se pure fu amore quel sentimento  tardo, privo di baci, probabilmente falso, affettato da un poeta annoiato per svagarsi la mente dai doveri e dagli ozi di un castello e di un latifondo sperduti in fondo al mondo. Un amore  non ricambiato con la stessa sua anima e costanza, o si sbaglia? La luce di quel posto spesso abbaglia e fa perdere il senso d’orientamento, forse anche il senno, sicuro discernimento, ogni pace…Vorrebbe vedere chiaro in sé, ma non fa in tempo: l’ora che precipita è per lei l’ultima. Ma Isabella non lo sa, non può saperlo





---------------------------------------------------------------------------Approfondimenti:

Isabella Morra - 

a cura di Giovanni Caserta
Nata a Favale, l'odierna Valsinni, nel 1516 circa, morì nell'inverno tra il 1545 e il 1546. Fu uccisa dai fratelli per una presunta storia d'amore con Diego Sandoval De Castro, poeta di origine spagnola, barone di Nova Siri (allora Bollita). Petrarchista, Isabella Morra ha lasciato uno struggente canzoniere, fatto di dodici sonetti e tre canzoni, che, pubblicato per la prima volta nel 1559, ne fa la più grande poetessa d'amore del Rinascimento italiano per originalità e schiettezza del sentire.
Dopo un lungo silenzio, protrattosi dal 1559 fino all'Ottocento, fu riscoperta da Angelo De Gubernatis nel 1901, con una conferenza tenuta nel Circolo Filologico di Bologna, poi pubblicata nel 1907. Ma doveva toccare a Benedetto Croce occuparsene approfonditamente in un lungo saggio, che fu preparato da un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni, tra il 23 e il 25 novembre 1928, nella speranza di trovar tracce della di lei vita e opera. Non fu trovato nulla, tranne l'aura entro cui si svolse una poesia, che, nata dall'isolamento geografico, diventava il canto della solitudine, secondo immagini e ritmi e sospiri che sarebbero stati, poi, di Giacomo Leopardi. Anche Isabella Morra, infatti, sognò la fuga e la libertà dal suo "denigrato sito", ove era costretta a "menar" la sua vita e che considerava "sola cagion del suo tormento". E anche per lei l'unica forma di evasione fu la poesia, intesa come canto.
Vagheggiando il mondo delle corti, la giovane poetessa pensava a Parigi, ove viveva suo padre, esule dal 1528 per aver parteggiato con i Francesi contro gli Spagnoli vincitori. Sola nel suo lontano castello, e in balia dei fratelli rozzi e selvatici, ella sospirava il ritorno del padre; bisognosa d'amore, forse dopo una grave malattia che la portò in prossimità della morte, trovò la quiete nella fede religiosa, di cui sono testimonianza la canzone a Cristo e la canzone alla Vergine; ma fu ripresa da un nuovo ardente desiderio di affetto e libertà al comparir di Diego Sandoval De Castro, marito dell'amica Antonia Caracciolo, applaudito nelle corti d'Italia, amico dell'imperatore Carlo V e dei potenti, ma nemico della famiglia Morra, filofrancese.
I fratelli di Isabella, per motivi d'onore, ma anche per motivi politici, non accettarono nemmeno il sospetto che fra la sorella e il nemico spagnolo, sposato e con figli, potesse correre una simpatia, che forse era solo letteraria. Né si potevano ignorare le voci che correvano tra la gente di Valsinni. Sotto i loro pugnali e archibugi, perciò, nell'ordine, caddero il pedagogo di famiglia, protettore di Isabella e presunto mezzano d'amore, la stessa Isabella e, l'anno successivo, Diego Sandoval De Castro. Per gli assassini, quindi, ci fu l'ospitalità francese, presso il re Francesco I e presso il padre, che dalla Francia non era mai rientrato e che nulla fece per evitare la terribile vendetta.
Attualmente il Canzoniere di Isabella Morra è consultabile in A. Cambria - G. Caserta, Isabella, la triste storia di Isabella Morra, Venosa, Osanna, 1996, che, sulle tracce del nuovo testo critico preparato da Antonietta Grignani (Isabella Morra, Rime, Roma, Salerno, 2000), contiene, insieme con una ricca introduzione, anche il primo commento e parafrasi del testo.



"I fieri affanni di crudel fortuna"  e altre tra le più famose rime di Isabella si possono leggere qui, in :
http://www.letteraturaalfemminile.it/isabellamorra.htm



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