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lunedì 7 ottobre 2013

Sinfonia d'autunno

manifestazione d'autunnoAUTUNNO 2010il mio autunnoL'autunno dipingeDolce morbido autunno
con l'aria d'autunno...colori - colors - cuneoFoglia d'autunno_MG_2774 Autunno ToscanoNevicata precoce d'autunnola sottana azzurra piena di parole nascoste.
AUTUNNOSotto la pioggiaChristmas in CharlestonL'autunno is comingL'autunno della vitaD'autunno e di libri #2
Sinfonia d'autunno, una galleria su Flickr





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domenica 4 agosto 2013

E' lo strappo che forma l'immagine (da Colette)




Noi siamo legati da un'immagine ai beni svaniti, ma è lo strappo che forma l'immagine, raccoglie, annoda il mazzo. Che mi sarebbe rimasto dei Monts-Boucons se M.Willy non me li avesse tolti? Meno, forse, di quanto non abbia di loro oggi. Come di ogni amore perduto in boccio ho detto " Potrò vivere senza i Monts-Boucons?" E poi... ho appuntato prima sul mio seno, più tardi alla mia parete, un mazzo di foglie gialle frammiste a ciliege quasi candite dalle feroci estati franco-contesi, di grappoli di vespe intorpidite che l'alba risucchiava a sciami dai loro possenti nidi sotterranei; un pennacchio di piume maculate, le penne dei miei cinque astori cacciatori di serpenti e di lucertole, appollaiati, insolenti, sul cotogno più piccolo. Sostenevano il mio sguardo e il mio approccio, poi schiudevano nell'aria una grande ruota d'ali ... Tale è il mio ricordo dei Monts-Boucons. Prima, nulla aveva contato veramente all'infuori della Puisaye natia.                                  
 Il mio mazzo di Puisaye è il giunco granulato, alte canne a fiori rosa piantate diritte nell'acqua sul loro riflesso capovolto; la sorba e la nespola, che  il sole non matura, ma che novembre rende tenere; è la castagna d'acqua a quattro corna, con la sua farina dal sapore di lenticchia e di tinca; è l'erica rossa, rosa, bianca, che cresce in una terra leggera come la cenere di betulla. E' la tifa della palude dal pelo di castorino e, per legare il tutto, la biscia che attraversa gli stagni a nuoto col piccolo mento a pelo d'acqua. Né piede, né mano, né bufera hanno cancellato in me il fertile acquitrino natale dispiegato attorno agli stagni. La sua messe di canne alte, falciate ogni anno, non disseccava mai del tutto prima di venir intrecciata grossolanamente in tappeti. La mia camera di adolescente non aveva, sul freddo pavimento rosso,  altro conforto, altro profumo che quella stuoia di canne. Verde odore paludoso, febbre degli stagni, ammessa al nostro focolare come una tenera bestia dall'alito selvaggio, io vi stringo ancora a me, fra il guanciale e la gota, e abbiamo un solo respiro.

                           
 COLETTE ( da "Il mio noviziato";Bompiani; traduzione di Maurizio Andolfato)




giovedì 9 maggio 2013

Tuffi



Correvamo seminudi verso un mare tirato a lucido, quasi bianco, la macchia degli oleandri lasciata alle spalle con i suoi incredibili colori fauves e il mucchio dei vestiti e le biciclette coricate nell’ombra.
Mi tuffo in quel  tempo remoto come nell’acqua gelida di un torrente, ma era estate, allora, e il caldo ardente di mezzogiorno ci divampava sopra.
Anche sotto la nostra pelle  si avvertiva confusamente un bruciare di qualcosa di non ben definito, irruente e violento come le nostre corse con i piedi feriti dai sassi, come i tuffi all’impazzata, i giochi feroci nell’acqua, le partite di pallone dei maschi che occupavano di prepotenza gran parte del primo pomeriggio e ci snervavano. Tuttavia, vivendo allora in un tempo immoto e dilatato, c’erano anche ore, lunghe ore tra un eccesso e l’altro, in cui per un qualche incanto quella fluida lava che ci scorreva nelle vene si pietrificava di botto e noi ci mutavamo in curiosi animali a sangue freddo, ma dalla liscia pelle dorata, caduti in catalessi uno sull’altro, sotto il sole.
Mimmo, Giancarlo, Carmen, Marisa e … Giuliano? No, Luciano. Alba, Annarosa, Vincenzo detto Vinci, Maria Rosaria detta Sasà, Fabio e Marcello, Franco e Vanessa, l’inglesina, Erminia e Gabriella, Ciro e Silvana, Dino primo (il mio più duraturo amore) e Dino secondo, detto anche Danni
Recito il rosario dei vecchi nomi un po’ stentatamente dapprima - è passato più di mezzo secolo o no?- poi, grazie al gioco delle assonanze e dei rimandi (e degli amori e disamori) con molto più coraggio o addirittura sicurezza tanto che pare che improvvisamente ogni cosa stinta ritorni al suo posto in quell’armadio dei cenci vecchi che tengo nella mia testa, e riprenda vita e colore e perfino odore che qualcuno, un pittore nostalgico e davvero troppo gentile, ridisegni per me, e solo per me, i volti e i corpi sbiaditi, i gesti, le voci, i tic, le simpatie e antipatie, il modo di correre, di ballare, di ridere e di irridere soprattutto, lo stile del nuoto, le parabole dei tuffi  ( i famosi tuffi “alla messicana” da giovani pazzi cioè, molto sprezzanti e molto felici), quasi interi i caratteri, non più soltanto pezzi, e forse, forse anche i cuori.
Cuori, poi?  A sedici anni? O quindici, o anche diciotto, (per Giuliano, il più vecchio di noi).C’è qui qualcosa che suona male e  nel ricordo stride. Beh, solo in apparenza non si aveva cuore, a quei tempi. Parlo degli adolescenti naturalmente, gli altri …Era così: doveva.
Una moda non scritta e molto tassativa, che circolava in gruppi ristretti, inconsapevolmente (e incolpevolmente, aggiungo) borghesi, dettata da una specie di legge del contrappasso non più, una volta tanto, dantesca ma novecentesca e moderna. Tanto dolciastro romanticume, infatti, ci tesseva attorno l’intera società, a strangolarci - e scuola, e famiglia, e cinema e radio, libri e canzonette, e l’aria caramellata tutta che si respirava attorno - tanto noi dovevamo essere duri e sprezzanti su queste cose di una banalità rivoltante, superiori, particolarmente irridenti; diversi appunto.  Per cui niente cuori e cuoricini (sarebbero venuti di moda solo secoli e secoli dopo!), niente stereotipi amorosi: rose rosse, edere rampicanti e altra robaccia del genere. Ci si vestiva di nero del resto, come in una setta, e cupamente, quasi in segreto, si ascoltava/suonava il jazz e poca altra roba, in genere francese perché i Beatles erano appena dietro l'angolo, in cantine arredate a catacombe.Una congrega di spettri/eletti estremamente cinici, e un tantino perversi anche. Questo almeno si voleva far credere (o si tentava).
Niente cantine però, lì dove eravamo, al mare. No; lì, in quelle ore estive di una lunghezza estenuante, tra le mille cose che si riusciva a fare, non si sa come, in una sola giornata - e sempre fingendo rigorosamente d’annoiarsi- l’attività principale era, e rimaneva, il tuffarsi. E non solo acrobaticamente in mare, ma in lunghi baci appiccicosi e avvitanti e  audacemente  in altro ancora  di sempre più spinto che comportasse l’avvinghiarsi e l’osare.Tra le dune di sabbia, non molto distanti dalle biciclette, coi colori davvero  eccessivi dei fiori d’oleandro e del cielo negli occhi, imparavamo con metodo preciso tante cose e l’amore non era che una di queste.Bisognava provarci e riprovarci, poi, con tenacia riprovarci ancora. Solo così la tecnica si affinava e il nostro anche faticoso apprendistato (con quel caldo!) poteva portare a qualcosa di concreto che durasse e fosse nostro per sempre: uno stile elegante, per esempio, con cui competere e spiazzare.
E l’estate anche sembrava durare per sempre, avvolgendoci nelle sue spire elastiche  fin oltre gli ultimi temporali di fine agosto, a volte. Oltre il tempo, forse.E. se in quel diverso genere di tuffi, qualche cuore per caso si sgualciva (e si sgualciva!), noi non lo davamo a vedere.




mercoledì 17 aprile 2013

ON LINE: AMOUR VIRTUEL : il poeta ( I parte)





1

(Fine settembre 2007)

Presentazione (virtuale) di Roger:


Inclination à la déclinaison


Détour du côté du cercle de l'ange, si tant est que le cercle puisse avoir côtés... /
Plutôt une ouverture magique par laquelle on peut l'enjamber, y pénétrer... /
Cercle de l'intimité, au rapport infini... Figure géométrique, /
proche de la pureté... Alentours de garrigues, de pierres volcaniques, /
parfois un ciel de plomb défilant sans inquiéter. /
Une rigueur de vie. Retour à l'origine, aux prémices de la joie./
Cercle de l'ange, cercle de l'ami,
où nos yeux peuvent accepter le temps d'aimer,/
le plaisir d'être ensemble... et de dîner... Sur la terre, Tarassac./
C'est quoi la vie? C'est te savoir venir vers moi /
avant même que mes yeux te voient.../
Prendre ton regard énamouré pour un don de l'amour/
M'émerveiller à chaque instant d'être au secret dans ton cœur.../
C'est quoi la vie? C’ est te tourner les pages,
tenir la porte et toi d'avancer.../
Elégante Euterpe... Te pavanant en habit de parade...
Paradant sur un air de pavane.../
pas chaloupé dans l'ampleur du lin...
Tout sourire.../
Et tes yeux, tes yeux, tes yeux...
C'est quoi la vie? /
C'est peindre les anges en bleu…
Tes mains sur mon corps, tes lèvres aussi /
Mes mains sur tes lèvres et mon corps près du tien /
Te voir en émoi, un bouquet de fleurs...
Te prendre dans les bras... et te laisser partir /
C'est quoi la vie? Te voir écrire avec des cailloux /
Nos écrits sont le reflets de nos âmes,
idem pour l'enveloppe charnelle.../
Ce matin, si tu savais comme je suis beau,
pour toi je n'ai pas d'âge.../
cette force qui émane de moi... c'est l'énergie, /
pour petit nom "la vie"/
être dans l'immensément grand et t'en offrir le partage...


2
(1 ottobre 2007)


Bonjour,
ton clignement des yeux est arrivée de haut, haut à... moi, ici-bas...
Merci, mais j'espére vivement qu'il ne soit pas seulement une simple, incontrolable contraction des tes paupierès per te défendre per l'aveuglant éclat du soleil mediterranée qui trapèle, à travers cet froid écran virtual, de ma mytologique ile! J'espère aussi , mon inconnus amis, qu'elle soit prélude entre nous d'une petite conversation ici. Je ne serait bien vraiment enchantée...
J'attends...

Chardon selvatique



3
(1 ottobre 2007)


Bonsoir Belle...

Juste devancé de quelques instant... 
Ce soir, j'allais vous écrire, profitant d'un bref transit sur le site avec dans la poche un billet de quai…


“RESERVÉ AUX ANGES”...
Juste aussi pour une inclination à la déclinaison... Et de moi, ne vous en déplaise! ( je sais que cela vous plaira...)
"Et puis il y a tes yeux.
Tes yeux, tes yeux, tes yeux...
un jour je les verrai rire au quotidien, grandir de lumière, s’étonner de tout, s’ouvrir au monde, s’extasier du peu, manger avec délices, défaillir de plaisir, épouser les contours, s’interroger sur l’éphémère, scruter l’essentiel, éprouver l’intelligence, sourire d’émoi, (de moi aussi) laisser poindre une larme de joie, gonfler de désir, se remplir de silence, s'apaiser dans la béatitude, monter très haut, escalader les étoiles...
jamais pleurer de despérance.
Je le verrai chercher la voie, resplendir d'or, en user peu, flamber d'espoir, grimper aux arbres, se baigner d'aise, briller de pureté, filtrer l'indicible, exprimer la beauté, courir vers moi, fixer l'imaginable, imaginer l'impossible, retrouver leur virginité, s'embellir de soleils multiples, se satisfaire de la pluie salvatrice, danser la farandole, empoigner le temps, l'arreter, accorder le primeur...
jamais mordre.
S’émerveiller d’une fleur, goûter l’eau de source, enjamber le ruisseau, passer le Rubicon, jouer à la marelle, minauder d’extase, s’amuser de facéties, partager le pain, donner la force, accéder à l’altérité, aller de l’avant ; intrépides, trépigner d’impatience, se nourrir d’émotion, transcender l’espace, forger l’infini, me chercher, s’enduire de noir, s’imprégner de blanc, s’iriser d’immensité...
jamais se refermer.
Affronter l’injustice, englober les cieux, fondre d’amour, s’éveiller chaque jour, s’alerter de l’absence, percevoir l’innocence, effleurer l’horizon, naviguer à vue, frôler la ligne blanche, esquiver l’insulte, manifester la compassion, cajoler le faible, apprécier le juste, rendre la monnaie, mirer l’opale, foudroyer le vil, pardonner à l’offenseur, se passer de l’inutile, calmer la douleur...
jamais se taire.
Poser pour la photo, se reposer prés de l’autre, se parer d’éclats, s’intensifier de luminosité, renaître à l’instant, rire encore, envoûter mon esprit, s’enivrer de firmament, composer une cantate, se régaler de l’insignifiant, transpercer le mystère, s’imbiber d’azur, azurer les nimbes, tendre la main, résoudre l’équation, laisser passer la tourmente, retenir ses larmes face à la cruauté du monde, peindre les montagnes en bleu (les anges aussi), éluder tout conflit, jongler avec les mots, reconnaître l’ami, connaître le frisson...
n’avoir jamais froid....


Roger


4
(3 ottobre 2007)


Merci donc pour mes yeux...
(des grand yeux stupéfaits de la cornucopie d'abondance qui tu leur donne...)

Merci pour mon sourire...
(et mon sourire, enchanteé se découvrit...)

Merci aussi pour ma voix imaginaire et pour mon corps musicale..
(ils ne pouvons pas demander de plus et ils font une belle révérence...)

Ces petites parties de moi sont elles très heureuses d'avoir eu l'honneur d'être sources d'inspiration pour toi, Roger...
Elles sont des petits soldats, des braves vétérans qu'ont fait la guerre "comme à la guerre" et sont aujourd'hui - toute le monde dit- miraculeusement encore assez agréables...

Merci encore aussi pour mon vieux/jeune cœur qui, une fois encore, peut se remplir d'émoi...

Chardon


4
(3 ottobre 2007)

TROIS BALLES DE TISSUS...



REMPLIES DE SON...

Bonjour Selve,

dernier passage éphémère sur une fiche même pas de papier... Comme si à l'angle d'une rue piétonnière bondée de monde, nos yeux se fixaient un instant, accompagné d'un sourire complice, et durant ce un laps de temps infime, puisaient l'intérieur de l'autre et réciproquement...
Il y a un peu de ça dans l'arrêt sur le portrait à l'étalage... Un moment de rêve ou d'imagination....
Avec vous, l'impression de rentrer dans une salle obscure pour y voir un film de Rossellini ou un des premiers de Pasolini... L'Italie du Sud, pardon, la Sicile, un patchwork de monuments anciens et de terres en friche, brûlées par le soleil et comme constante à ces clichés, “vous”, en habit de lumière... Qui s'y frotte s'y pique? Ou s'y pétrifie...
Je vous sais ce merveilleux sourire..... À l'écoute d'un soupir comme on l'est de l'alto, j'entends le non-dit. Le vibrato de votre voix, mezzo-soprano, la musique de votre corps m'en disent plus.... Tout de la féline mutine...
Nous sommes enfants de chimère, de ces oiseaux de passage, vulnérables sauvages, cependant indestructibles car nous traversons les miroirs... Et les âges.
Les attraits de l'amour ont empreint de grâce votre visage, accentué l'éclat de vos yeux, sculpté de main de maître, aux joues ce merveilleux sourire, dont j'envie aisément l'ébauche....
Vous avancez parmi la foule, évanescente à ma vue, intouchable. À la Chagall, allégrement au dessus du sol, dans une allure de Femme épanouie.
Tu disparais de ma vie...
Seul persiste ce rêve, où tu m’entraînes vers une couche, exhalant ce “viens” de lèvres entrouvertes de volupté, recouvertes de volutes argentées...
Pour l’invention de steppes vierges et les chants inconnus de nos corps.


5
(3 ottobre 2007)


Voilà, Roger …

La dernière semaine je t’écrivais de ma espérance que ton clignement des yeux ne fut pas seul une simple, incontrôlable contraction des tes paupières …j'espérais aussi vivement qu'il peut-être prélude entre nous pour une conversation petite, petite
(j'espérais aussi pourquoi je doit reprendre ta langue, malheureusement oubliée)
J'espérais vivement, alors... Maintenant je crois, mon inconnus ami, que tu as étéau dessus de ce qu'on s' attendait!
Je suis submergé (ou inondé?), en deux jours, par les nimbes les plus azur turquoise, changeants aussi en or... de tes messages... Par tes verbes volitifs, par tes paroles très poétiques...Et ne sont-ils pas des petites choses!
Ne sont-ils des bagatelles, non!
Et alors je te dit, Roger: je doit avoir le temps de lentement traduire et goûter les paroles rares, ou inconnues ou seulement oubliées... (aussi parce que j'aime particulaires les paroles, toutes les paroles et, en ma langue, j'aime les jeux des paroles, les rondeaux, les rimes...).
Et d'abord je doit avoir le temps pour te répondre sans faire des terribles et effroyables fautes!
Et alors... calme...
Calme... Suivons-nous le rythme grave de pavane de l'élégante Euterpe...
Je crois vraiment que ta muse m' ait bien intrigué.!.
Je ne peut pas oublié quelle image, qui me rappelle vaguement un' air léger de Pléiade...
Une seule demande encore: as tu compris les paroles ou au moins le sens du ma présentation dans mon profil?
(Hier je ne suis pas réussi a t'écrire par l'e-mail personnel qui tu as invitée... Je éprouve - ou se dit "essaye"? - encore...)

Chardon selvatique
qu'est aussi:
Chardon marine
(j’en va toujours à la mer !)


6
(5 Ottobre 2007)


Aujourd' hui il est mon anniversaire et je me suis donné, avec le vielle dictionnaire, une précise et littéraire traduction des tes deux lettres...
(Combien des verbes! Combien des séduisants images!)
Je te le donne pour commencer à apprendre l'italien...
Bon voyage!

Selve

"Nous sommes enfants de chimère"
Traduction en italien
de
Trois balles de tissus (Sur la ligne..)
Tre balle di tessuto (Sulla linea...)


Buonasera, Bella…

Proprio scavalcato per pochi istanti!
Questa sera, stavo per scrivervi, approfittando di un breve transito sul sito con nella tasca un biglietto di stazione…

“RISERVATO AGLI ANGELI”…

Proprio anche per una inclinazione alla declinazione… e di me, non vi dispiaccia! (so che tutto ciò vi piacerà )

“E poi ci sono i tuoi occhi... i tuoi occhi, i tuoi occhi, i tuoi occhi…
Un giorno, io li vedrò ridere al quotidiano, spalancarsi di luce, stupirsi di tutto, aprirsi al mondo, estasiarsi di poco, mangiare con delizia, svenire di piacere, abbracciare i contorni, interrogarsi sull’effimero, scrutare l’essenziale, provare l’intelligenza, sorridere d’emozione (di me anche), lasciar cadere una lacrima di gioia, gonfiarsi di desiderio, riempirsi di silenzio, acquietarsi di beatitudine, salire molto in alto, dare la scalata alle stelle...
giammai piangere di disperazione.

Io li vedrò cercare la strada, risplendere d’oro, fiammeggiare di speranza, arrampicarsi sugli
alberi, logorarsi poco, bagnarsi di piacere, brillare di purezza, filtrare l’indicibile, esprimere la bellezza, correre verso di me, fissare l’immaginabile, immaginare l’impossibile, ritrovare la loro verginità, imbellirsi di soli multipli, soddisfarsi della pioggia salvatrice, danzare la farandola, impugnare il tempo, arrestarlo, accordare la primizia...
giammai mordere.

Meravigliarsi di un fiore, gustare l’acqua della sorgente, scavalcare il ruscello,passare il Rubicone, giocare al gioco della campana, civettare d’estasi,divertirsi con facezie, spartire il pane, dare forza, accedere alla alterità, andare avanti, intrepidi, trepidare d’impazienza, nutrirsi d’emozione, trascendere lo spazio, forgiare l’infinito, cercarmi, incupirsi di nero, impregnarsi di bianco, irraggiare d’immensità...
giammai nuovamente fermarsi.

Affrontare l'ingiustizia, inglobare il cielo, fondere d'amore, destarsi ogni giorno, allertarsi nell'assenza, percepire l’innocenza, sfiorare l’orizzonte, navigare a vista, rasentare la linea bianca, schivare l’insulto, manifestare la compassione, vezzeggiare il debole, apprezzare il giusto, rendere la moneta, mirare l’opale, fulminare il vile, perdonare l’offensore, astenersi dall’inutile, calmare il dolore...
giammai tacere.

Mettersi in posa per la foto, riposarsi accanto all’altro, ornarsi di splendore, intensificarsi di luminosità, rinascere all’istante, ridere ancora, ammaliare il mio spirito, inebriarsi di firmamento, comporre una cantata, godersi dell’insignificante, trafiggere il mistero, imbeversi d’azzurro, azzurrare le nuvole, tendere la mano, risolvere l’equazione, lasciar passare la tormenta, trattenere le lacrime davanti alla crudeltà del mondo, pitturare le montagne di blu (gli angeli anche), eludere tutti i conflitti, giocherellare con i motti, riconoscere l’amico,conoscere il brivido...
non avere mai freddo.


PIENO DI SONNO...

Buongiorno Selva,

Nuovo passaggio effimero su una fiche neppure di carta… come se all’angolo di una strada pedonale, gremita di mondo, i nostri occhi si fissano un istante, accompagnati da un sorriso complice, e durante questo lasso infimo di tempo,desumono l’interiorità dell’altro e reciprocamente…
C’è un po' di ciò nell’arresto davanti al ritratto sulla vetrina… un momento di sogno o d’immaginazione…
Con voi, l’impressione di entrare in una sala oscura per vedervi un film di Rossellini o uno dei primi di Pasolini…
L’Italia del sud, pardon, la Sicilia, un patchwork di monumenti antichi e di terre incolte, bruciate dal sole e come sempre uguale a questi cliché, “voi”, in abito di luce… chi si tocca si scotta? O si pietrifica…
Io vi conosco questo meraviglioso sorriso… all’ascolto di un sospiro come se fosse di viola, e intendo il non detto.
La vibrazione della vostra voce, mezzo-soprano, la musica del vostro corpo me ne dicono di più…
Tutto della felina grazia sbarazzina…
Noi siamo dei fanciulli di chimera, di quegli uccelli di passaggio, vulnerabili, selvaggi, e ancora indistruttibili perché noi attraversiamo i miraggi…
E gli anni…
Le attrattive dell’amore hanno impregnato di grazia il vostro viso, accentuato lo splendore dei vostri occhi, con mani di maestro, scolpito alle gioie questo meraviglioso sorriso, di cui si indovina facilmente l’abbozzo.
Voi avanzate tra folla, evanescente alla mia vista, intoccabile. Alla Chagall, allegramente sotto il sole, in un’allure di donna sbocciata.
Tu sparirai dalla mia vita…
Solo persiste questo sogno, dove tu mi trascini verso un letto, esalante questo “ vieni” dalle labbra dischiuse di voluttà, ricoperte di volute argentate…
Per l’invenzione di steppe vergini e per i canti sconosciuti dei nostri corpi.

(forse continua)

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"Et si tu n'existais pas"
di
Joe Dassin


Et si tu n'existais pas"
Dis-moi pourquoi j'existerais?
Pour traîner dans un monde sans toi
Sans espoir et sans regret
Et si tu n'existais pas
J'essayerais d'inventer l'amour
Comme un peintre qui voit sous ses doigts
Naître les couleurs du jour
Et qui n'en revient pas

Et si tu n'existais pas
Dis-moi pour qui j'existerais?
Des passantes endormies dans mes bras
Que je n'aimerais jamais
Et si tu n'existais pas
Je ne serais qu'un point de plus
Dans ce monde qui vient et qui va
Je me sentirais perdu
J'aurais besoin de toi

Et si tu n'existais pas
Dis-moi comment j'existerais?
Je pourrais faire semblant d'être moi
Mais je ne serais pas vrai
Et si tu n'existais pas
Je crois que je l'aurais trouvé
Le secret de la vie, le pourquoi
Simplement pour te créer
Et pour te regarder

Et si tu n'existais pas
Dis-moi pourquoi j'existerais?
Pour traîner dans un monde sans toi
Sans espoir et sans regret
Et si tu n'existais pas
J'essayerais d'inventer l'amour
Comme un peintre qui voit sous ses doigts
Naître les couleurs du jour
Et qui n'en revient pas

martedì 29 gennaio 2013

L'origine del mondo secondo il mito germanico & Gustave Courbet

Gustave Courbet


Gustave Courbet: "L'origine del mondo"



Qui pulsano la forza primordiale e lo spirito della bellezza: la creazione è in atto.


Premessa

"... Secondo Carl Gustav Jung l'archetipo Wotan o "Odino" è un fattore psichico in grado di produrre effetti collettivi manifesti o riposti, che sposandosi al kàiros, il tempo propizio, può esplodere fragorosamente o implodere occultamente, come fosse una epilessia latente.
Siamo dunque oltre la mitologia, al cospetto di un mito vivente. Il mito eroico si accompagna pertanto alla concretezza del reale, non è affabulazione onirica ma precipitato di significati vivi, a contatto diretto con la storia. E a contatto pure col vissuto materiale, con la terra percepita nel suo ruolo di madre, ventre sempre fecondo da cui scaturisce la vita ..."
Luca Leonello Rimbotti (uomo-libero.com - del 14/01/2006)




Il mito

E la materia informe emanò una luce.

E questa luce, poi,  diede alla materia  spirito e  forma e la portò ad ordinarsi, a muoversi, a organizzarsi a costituire quei cicli eterni del cosmo che stanno alla base dell'aggregazione della materia,  della manifestazione di tutte le cose.

E questa luce/energia primordiale che pose fine al caos e  diede origine alla vita fu Odino, lo spirito dell'universo.


Georg von Rosen - Oden som vandringsman, 1886 (Odino, il viandante)


Il testo

"ln principio era il tempo,
quando nulla esisteva;non c'era sabbia né marené gelide onde;terra non si distinguevané cielo in alto:il baratro era spalancatoe in nessun luogo erba...."
(Snorri Sturluson: Edda in prosa: "L'inganno di Gylfi")

E' nell'Edda che appare per la prima volta il Ginnungagapin, cioè  lo spazio vuoto nel quale la terra verrà in seguito posta in essere e vi appare con un'immagine poetica di grande suggestione: «il baratro era spalancato»
Ma questo spazio vuoto del mito germanico non è minimamente  confrontabile con il Cháos esiodeo, stato primordiale in cui gli elementi erano indistinti tra loro, ma viene descritto fin dall'inizio come mondo piuttosto complesso e strutturato al suo interno:
Snorri Sturluson (1178-1241) inizia infatti la sua narrazione degli eventi primordiali presentando già i due «mondi» contrapposti: Niflheimr e Múspellsheimr  che lo compongono.
La distinzione in due elementi è  il primo stadio della creazione.
L'unità primordiale non ha nulla con cui confrontarsi: la creazione procede dunque per separazione e distinzione di opposti.
La prima distinzione che l'Edda  riferisce e descrive  appare come originaria e non come un progresso dialettico del processo della  creazione ed  è  quella tra nord e sud, tra gli  elementi opposti del gelido e nebbioso e del  rovente e infuocato.

E' bene ricordare che qui, come in tutte le cosmogonie mitiche, nord e sud hanno anche una valenza astronomica: il primo rappresenta infatti l'emisfero celeste boreale, il secondo quello australe.
Nel  mito nordico, il processo dell creazione e, con esso,  il nostro mondo nascono proprio  dalla interazione di questi due principi che sono  opposti ma anche  complementari
Inoltre, alcune interpretazioni azzardano un'affascinante ipotesi che pare trapelare qua elà tra le righe del testo: che cioè Niflheimr e Múspellsheimr siano anche rappresentazioni del passato e del futuro dell'universo.
In quest'ottica, il gelo del Niflheimr rappresenterebbe la staticità degli inizi, il ghiaccio che imprigiona la vita agli inizi del tempo, mentre in Múspellsheimr sarebbe già compreso, in potenza, l'incendio universale che metterà fine al mondo.
Nei due poli dell'universo è dunque contemporaneamente presente una variegata serie di opposizioni: nord-sud, freddo-caldo, emisfero boreale- emisfero australe,  passato/futuro.

Centrale  in questa serie di opposizioni cosmiche, sia dal punto di vista spaziale che soprattutto temporale, è Miðgarðr, la " terra di mezzo", il nostro mondo.
La parola germanica per «mondo», che in norreno è veröld (cfr. tedesco Welt, inglese world), indica letteralmente «il tempo [öld] dell'uomo [verr]».
È  quindi un'idea di mondo in senso  non solamente spaziale ma anche temporale
Ma in realtà la distinzione è ancora più sottile. Il termine «mondo», in senso tradizionale, ha una realtà metafisica: è lo status di manifestazione degli uomini, caratterizzato dalle categorie di spazio e tempo che caratterizzano la nostra esistenza qui e ora.
L'asse Niflheimr ↔ Múspellsheimr (nord/sud, freddo/caldo, passato/futuro) non ha dunque il senso «dimensionale» che noi moderni gli attribuiremmo. Non è una concezione fisica ma metafisica.
Essa esprime realtà teologiche prima ancora che geografiche o storiche.
Analogamente, è questo il senso con cui dobbiamo intendere i  mitici fiumi Élivágar, i quali scaturivano da Hvergelmir, la «caldaia ruggente», e scorrevano dall'uno all'altro polo dell'universo, mettendo in comunicazione gli opposti princìpi di Niflheimr e Múspellsheimr.

"Ginnungagap era mite come aria priva di vento.
Quando la brina fu investita dal vento caldo,
si sciolse e gocciolò
e, in quelle gocce, grazie alla forza di colui che aveva mandato il calore,
nacque la vita
ed essa assunse aspetto umano,
formando colui che fu chiamato Ymir.
I giganti di brina lo chiamano Aurgelmir.
E' da lui che discende la stirpe dei giganti di brina."


È proprio il fluire delle energie attraverso i fiumi cosmici che rende possibile il germogliare della vita, e dunque la nascita del gigante Ymir, che è egli stesso l'universo in forma vivente.
Hvergelmir reca molti tratti simili all'antica corrente del mito greco, Ōkeanós.
Come tutti i mari, i fiumi e le sorgenti del mondo nascevano dalla corrente circolare di Ōkeanós, e là tornavano infine a ricongiungersi, così nel mito nordico gli Élivágar scaturivano da Hvergelmir per permettere l'interscambio attraverso la terra del gelo e quella del fuoco.
S'intravede qui il processo dialettico, comune a molte speculazioni teologico-metafisiche, per cui la realtà nasce dal dispiegarsi della potenza contenuta nell'uno originario (Ginnungagap) dal quale si forma, per scissione interna, la dualità (Niflheimr e Múspellsheimr), da cui poi si arriva al molteplice.
Il flusso degli Élivágar permette la mediazione tra i due princìpi, e questo provoca la rottura dell'immobilità primordiale e l'instaurazione del dinamismo vitale.
Il nome del gigante Ymir è forse collegato al norreno ymr «mormorio» e in tal caso avrebbe il significato di «mormorante», con riferimento al primo mormorio della vita nascente.
Sulla stessa linea di significato si pone l'altra possibile etimologia che vuole il nome del gigante derivato da ymja «gridare, ruggire» (radice che è presente in molti nomi di giganti: Bergelmir, Þrúðgelmir, Aurgelmir, e anche nel nome di Hvergelmir, la «caldaia ruggente»).
Ymir è il macroantropo della mitologia norrena, il primo nato di tutti i viventi e il primo a morire, l'ermafrodito primordiale, il cui sacrificio darà origine all'universo.
Come detto, il nome Ymir ci riporta a ymr «mormorio» o ymja «gridare», con evidente riferimento al concetto mitico della creazione che inizia con l'emissione della prima parola, del Verbo creatore che spezza il silenzio e attua la creazione.

"...Quando la brina gocciolò,
insieme a Ymir nacque la mucca chiamata Auðhumla...
dalle sue mammelle scorrevano quattro fiumi di latte.
Fu da quel latte che Ymir trasse il suo nutrimento.
Auðhumla leccò il sale che incrostava alcune pietre ghiacciate.
Il primo giorno, verso sera, portò alla luce i capelli di un uomo,
il giorno dopo la testa e il terzo giorno tutta la persona.
Costui si chiamava Búri, era bello d'aspetto, grande e potente.
Generò un figlio che si chiamava Borr,
ie costui prese in moglie Bestla figlia di Bölþorn e da lei ebbe tre figli.
Il primo si chiamava Óðinn, il secondo Vili e il terzo Vé."
"Finché i figli di Borr
trassero su le terre
loro che Miðgarðr
vasta formarono.
Splendette da sud il sole
sulle pareti di pietra;
allora si ricoprì il suolo
di germogli verdi."
("Profezia della Veggente")


E altrove è scritto:

"Dalla carne di Ymir
fu fatta la terra,
dal suo sangue il mare,
dalle ossa le montagne;
gli alberi dalla chioma,
dal cranio il cielo.
Dalle sue sopracciglia
fecero gli dèi benedetti
Miðgarðr per i figli degli uomini,
dal suo cervello
furono tutte le tempestose
nuvole create."

("Discorso di Grímnir"



I figli di Borr, Óðinn, Vili e , uccisero dunque il gigante ermafrodito Ymir e trascinarono il suo corpo nel mezzo del Ginnungagap.

E da quel corpo essi trassero il mondo, che sollevarono al di sopra dell'abisso.
Con la carne dell'antico gigante fecero la terra, e innalzarono le montagne con le sue ossa.
Fecero le pietre e i massi con i suoi denti, con le mascelle e con le schegge d'osso. Scagliarono in aria il suo cervello e così vennero le nubi.
Posero al di sopra l'immenso cranio di Ymir e da esso fu tratto il cielo.
Ai quattro angoli, a sorreggerlo, furono posti quattro nani: Austri, Vestri, Norðri e Suðri.
Col sangue sgorgato dalle ferite di Ymir, nel quale avevano annegato tutti i giganti, i figli di Borr fecero l'oceano e lo avvinsero strettamente alla terra legandolo intorno come un anello; ed esso pare alla maggior parte degli uomini impossibile da traversare.
Esternamente la terra era circolare e attorno le giaceva il profondo oceano.
Al limite della terra, sulle spiagge del mare, i figli di Borr diedero dimora alle stirpi dei giganti discesi da Bergelmir, in quel paese che è l'estremo recinto del mondo.
Per proteggere dai giganti la parte centrale dell'universo, i figli di Borr la circondarono con una possente fortificazione e allo scopo utilizzarono le sopracciglia di Ymir.
A quel recinto diedero nome Miðgarðr, «Recinto di mezzo». E Il Miðgarðr fu destinato ad accogliere la stirpe umana.
Mentre infatti i figli di Borr camminavano lungo la riva del mare trovarono due alberi, li raccolsero e li mutarono in uomini, dando loro respiro e vita, ragione e movimento, parola, udito e vista. Gli diedero poi vesti e nomi: e il maschio si chiamò Askr, la femmina Embla.
«Tre Asi, forti e generosi,
arrivarono sulla spiaggia:
trovarono Ask e Embla,
(che erano ancora) privi di forza.
Senza destino, non avevano sensi,
né anima, né calor di vita, né un colore chiaro.
Odhinn donò il senso, Hoenir l'anima,
Lodur donò la vita e il colore fresco»



"L'origine del mondo" di Gustave Courbet   

Qui pulsano la forza primordiale e lo spirito della bellezza:
 la creazione è in atto.


Primo proprietario del quadro "L'Origine del mondo", con ogni probabilità il committente stesso della tela, fu il diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey (1831-1879).Personalità eccentrica della Parigi bene degli anni sessanta del XIX secolo, mette insieme, prima di essere rovinato dai debiti di gioco, un'effimera ma sorprendente collezione, dedicata alla celebrazione del corpo femminile.

In seguito, si hanno poche notizie certe sulla sorte e sui proprietari del quadro fino al suo ingresso nelle collezioni del museo d'Orsay nel 1995,
L'Origine del mondo, che faceva allora parte della raccolta dello psicanalista Jacques Lacan, rappresenta il paradosso di un'opera famosa ma poco vista.
Courbet non ha mai smesso di rivisitare il nudo femminile, talvolta con una vena piuttosto libertina. Tuttavia, in questo quadro, l'artista si abbandona ad un'audacia e a un realismo che conferiscono all'opera un grande potere seduttivo.
La descrizione quasi anatomica di un organo genitale femminile non è attenuata da alcun artificio storico o letterario. Grazie al grande virtuosismo di Courbet, alla raffinatezza della gamma delle tonalità ambrate, "L'Origine del mondo" sfugge allo statuto d'immagine pornografica. La schiettezza e l'audacia di questo nuovo linguaggio non escludono un legame con la tradizione: difatti, la pennellata ampia e sensuale e il ricorso al colore ricordano la pittura veneziana. Del resto, lo stesso Courbet faceva appello a Tiziano e al Veronese, al Correggio e alla tradizione di una pittura carnale e lirica.
Questo quadro, finalmente esposto senza veli posti a coprire le parti intime, torna ad occupare il posto che gli spetta nella storia della pittura moderna. Tuttavia, esso continua a porre, in modo inquietante, il problema dello sguardo.
Notes par le Musée d'Orsay)

Questo quadro accese polemiche ferocissime: venne messo al bando, costretto alla visione nascosta, dietro un drappo, per piacere e tranquillità dei perbenisti più viziosi. Il taglio basso e orizzontale dell'inquadratura voluto da Courbet assimila inevitabilmente la figura femminile di cui non è possibile scorgere il volto, protagonista assoluta dell'opera, a una sorta di paesaggio antropomorfo nel quale l'umido anfratto femminile diviene la misteriosa grotta della terra-madre. La donna è la femminilità della natura, sempre pronta a procreare eppure eternamente vergine. A fecondarla, con lo sguardo, quell'uomo, o meglio l'uomo, che la sbircia dalla fessura della porta senza, però, poterla mai raggiungere. L'enorme, silente vagina che Gustave Courbet piazza al centro del quadro " L'origine del mondo " è l'alfa di tutte le espressioni possibili. L'alfa e l'omega sono qui, nella stessa dimora dell'assenza. Il silenzio è l'alfa e l'omega, ma anche l'uscita dal mondo, l'apertura non detta. Il silenzioso meccanismo che si fabbrica nell'utero de "L'origine del mondo", fonte di qualsiasi creatività, è lo stesso silenzioso meccanismo del suo disfacimento, ma è anche il vertice di suoi momenti vitali più profondi. Il mistero, il silenzio, l'enigma, sono lo stesso: oltre la parola, oltre l'esistenza.
(Marcello Venturi)


Nel 1855 Gustave Courbet, nato a Ornans da genitori contadini e formatosi irregolarmente tra scuole libere, studi di accademici e copiando al Louvre i pittori fiamminghi, veneziani e olandesi del XVI e XVII secolo, inviò allEsposizione universale di Parigi una serie di dipinti che la giuria rifiutò di accettare. Allora allestì una propria mostra in quello che chiamò Padiglione del realismo dove, a pagamento, si potevano vedere opere come "Gli spaccapietre", "Un funerale a Ornans", "Lo studio dell'artista". In una dichiarazione poetica pubblicata nell'occasione, intitolata Il realismo, affermava di avere attinto dall'arte degli antichi e dei moderni per poter fare dell'arte viva , traducendo i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca secondo il mio giudizio. Il suo programma escludeva soggetti mitologici, religiosi, di storia del passato e dinvenzione ( i più consueti per la pittura accademica e da Salon ) per concentrarsi sulla realtà contemporanea, che poteva essere molto volgare, vile, sporca: dei villani a un funerale, degli stradaioli che rompono dei sassi, dei preti di campagna che tornano mezzo ubriachi da una conferenza clericale , come la critica del tempo, con un certo fastidio, descriveva le sue scene moderne popolari. Secondo altri, il suo realismo fu considerato troppo di maniera, tanto che apparvero sui giornali dell'epoca caricature di alcune sue opere. Un giornale satirico commenta : " Niente eguaglia l'entusiasmo di Courbet. Ecco " la vera verità ", senza eleganza nè trucchi. Non si sentono i luoghi comuni della scuola e le assurde tradizioni dell'antico. Tutto è naïf, felice e gaio... " . Una scandalosa contaminazione di modelli. Ciò che soprattutto scandalizzava era che alcune sue opere fossero dipinte non in quadri piccoli ( come normalmente si usava per tali soggetti ) ma in tele di grande formato, fino allora riservate al genere più elevato nella gerarchia accademica, cioè alla pittura della storia . Senza contare che il suo linguaggio pittorico (fondato su una spregiudicata combinazione di modelli figurativi alti (per esempio Rembrandt) e bassi (le stampe popolari, di cui si avverte una precisa eco in Un funerale a Ornans): appariva allocchio di molti contemporanei più adatto a un pittore di insegne che a un vero arista. " Lo studio dell'artista " è un'opera centrale, di svolta; Courbet raffigura se stesso al cavalletto davanti a un quadro di paesaggio, circondato da amici (tra cui Baudelaire): un bambino sdraiato per terra, intento a disegnare un fantoccio, rappresenta l'approccio ingenuo e non condizionato da convenzioni scolastiche al problema della figurazione. Da allora Courbet dipinse soprattutto paesaggi e nature morte, diminuendo l'importanza del soggetto e concentrandosi sul quadro come oggetto materiale autosufficiente: non a caso per gli artisti degli anni sessanta sarebbe diventato l'esempio vivente del pittore puro

(M.Shapiro).