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mercoledì 21 dicembre 2011

Balocchi un po' cinici di fine anno



I balocco: Sola polvere...
"Insomma, dovete considerare che siamo fatti di sola polvere. Non è granché per andare avanti, lo ammetto, e non dovremmo mai dimenticarcene. Ma anche considerando questo, cioè questa specie di brutto inizio, non ce la stiamo cavando malissimo. Quindi, da parte mia, sono convinto che, nonostante la pessima situazione attuale, possiamo farcela."
Philip K. Dick

II balocco: la gente...
"Ogni volta che la gente è d'accordo con me, provo la sensazione di avere torto"
Oscar Wilde

III balocco: vera profondità...
"La vera profondità è la più limpida"
Paul Valery

IV balocco: l'acqua...
"L'acqua troppo pura non ha pesci."
Ts'ai Ken T'an


V balocco: riflettere profondamente ...
"Il pensiero è il più grande nemico della perfezione. L'abitudine di riflettere profondamente è, sono costretto a dirlo, la più perniciosa fra tutte le abitudini prese dall'uomo civile."
Joseph Conrad

VI balocco: soltanto uno schizzo...
"Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male"
Vincent Van Gogh

VII balocco: la regola...
"La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi!"
Lewis Carroll




Ma poi, alla fine... sfrenato romanticismo:

giovedì 15 dicembre 2011

Caramelle dagli sconosciuti.

Da Flickr: "Lollipop" di Claudia Brivio



Credimi, le caramelle di questa
categoria, cadono…
scrosciano dappertutto crepitando,
crespute camelie colorate,
strizzate alle estremità
a corolla.

Oppure gommose bolle
che non soltanto si calcificano sui denti
e vi si incollano
ma, in circolo nel sistema circolatorio,
circolano sino a confluire nel cervello
e celermente lo spappolano
(se per caso, già non fosse… decerebrato)

Candide o colorate, & cromatiche,
ripiene di confettura & di cinismo,
considerabili –desiderabili
per concorde consenso,
credimi, le caramelle…
le caramelle così non si offrono solo alle bambine!
( e, oggi, certo anche ai maschietti…)
Non si offrono - cerco di concludere - solo a minorenni
consumisti, concupiti & conformisti…

No! Queste caramelle sono un imperativo categorico
di una civiltà che capitombola in ciò che
può essere ancora più castrante
di un consueto cataclisma storico:
cede alla mercificazione del corpo
e cassa ciò che era chiamata
coscienza dello spirito
e/o la svende
per poche o molte
crocchianti caramelle.

domenica 11 dicembre 2011

De Chirico,i neometafisici e Ferrara:sogno e sensibilità rinascimentale nella città metafisica.(Neoplatonismo nei pittori neometafisici del novecento)



Carlo Guarienti:"Interno-esterno"


Inizio il discorso che vorrei sviluppare da Giorgio De Chirico, citando due intense pagine di Vittorio Sgarbi sull’argomento, estrapolate dalle sue “Lezioni private” (Mondadori 1996).
Titolo della lezione XIX: “Dove si comprende come l’invenzione di fantasie nell’arte passi attraverso la realtà, e a volte la superi. “
"Tra gli artisti contemporanei di cui mi sono occupato, ce ne sono di straordinari per qualità, capacità tecnica, per grande evidenza visiva, fautori di un realismo basato sul pensiero, su un concetto astratto che porta nell’immagine come la sensazione di un altrove: non quindi di un realismo meccanico, ripetitivo, mimetico, bensì di un realismo essenziale.
Alcuni più degli altri mi sono sembrati in sintonia con la mia sensibilità, e sono artisti figurativi e artisti astratti, astratti più per forme di pensiero , per lucidità , per astrazione delle idee: pittori che potremmo chiamare neometafisici.
Nella pittura italiana di questo secolo, dopo la straordinaria fiammata del futurismo, e insieme la ricerca di alcuni solitari, come Giorgio Morandi, che guardano le avanguardie senza esserne travolti, si afferma un’avanguardia di natura più complessa, legata non alla scomposizione , al movimento, alla intersecazione di forze e di forme, ma piuttosto ad una formidabile tensione intellettuale. Si tratta della pittura metafisica di Giorgio de Chirico, di Carrà, in parte dello stesso Morandi, cioè del gruppo di artisti che, nel 1916, si trovano a Ferrara e, in questa città incantata, distante, quasi disabitata e dove gli uomini sono come i minerali – quindi città astratta, tutta mentale -, elaborano quella pittura metafisica che ha il quadro più rappresentativo nelle “Muse inquietanti” di De Chirico, sul fondo del quale si vede, appunto, il castello di Ferrara – una città che, quindi, dopo il Rinascimento, entra di prepotenza nell’arte contemporanea e vi entra come luogo rappresentativo, mentre Parigi è luogo dove gli artisti, ”vanno”, Ferrara è luogo di esilio che entra nella pittura. “
Fin qua, Sgarbi; e da qua voglio partire per tutta una serie di riflessioni su quelle che dappertutto oggi usa chiamare “contaminazioni”, un vocabolo che si è imposto, trasmutato dall’ambito fantascientifico e horror, non so per quale meccanismo di associazione mentale.
Le contaminazioni del terzo millennio sono semplicemente quelle che nell’analisi di critica storica e letteraria sono sempre state chiamate: collegamenti, interdipendenze e interferenze culturali
Considerazioni quindi su quelle magiche interferenze culturali che dal passato e perfino dal passato più remoto ci giungono a confermarci come i fantasmi nati dalla mente dell’uomo vivano nel tempo e se muoiono, possano però sempre risorgere come l’araba fenice risorge dalle sue ceneri.
Tra le parole di Sgarbi mi vorrei soffermare, in particolare, su: “fantasie dell’arte”, “sensazione di un altrove”, “astratti per astrazione di pensiero”, “neometafisici”… e, servendomi di ciascuna di esse, come fosse spoletta, cercare di tessere la mia trama.

Gaetano Pompa:"Mutmassungen sul paesaggio italiano"

Ora, è noto a tutti come l’attuale centro storico della città di Ferrara assunse gli armoniosi, equilibrati ma al tempo stesso magicamente rarefatti contorni rinascimentali, grazie al primo "piano urbanistico moderno d'Europa", ovvero al progetto più avveniristico mai pensato per una città, realizzato da Biagio Rossetti per conto degli Este. L’architetto ed urbanista vi lavorò ininterrottamente dal 1467, anno in cui iniziò la costruzione della reggia di delizie degli estensi, il palazzo di Schifanoia, fino a tutto il decennio successivo all’anno 1492 in cui, trasformando la città in un cantiere, realizzò con criteri modernissimi per i tempi - una felicissima fusione tra nuovo e antico - la famosa “Addizione Erculea”, così chiamata in onore del duca Ercole I d’Este.
In essa, come ci recitano le guide di Ferrara, ben coniugando il nuovo spirito del Rinascimento, egli seppe temperare genialmente i principi umanistici di rigore prospettico e geometrico con le esigenze concrete di una città in espansione, dando vita ad un linguaggio architettonico in cui i nuovi elementi rinascimentali si innestavano sul ceppo della tradizione costruttiva tardogotica.
La Ferrara di quel periodo, a volerne delineare una più viva inquadratura storica, è la città ove giunge fresca sposa(ma già al suo terzo matrimonio)la fragile, bellissima Lucrezia Borgia, preceduta in verità da una non meritata, infame fama… Sposa dell’erede di Ercole, colui che si rivelerà a breve, come uno dei migliori condottieri della sua epoca, Alfonso I d’Este,
Se il padre infatti, il vecchio Ercole, era stato, per mezzo del Rossetti e di altri, ” duca architetto” e comunque sognatore e metafisico, Alfonso riserverà al dio della guerra la creatività e la visionarietà ereditate e per le sue guerre sarà ingegnosissimo artigliere, uno degli inventori e dei perfezionatori della moderna artiglieria cinquecentesca.
Se qualcuno per caso volesse approfondire il clima e le atmosfere di questo particolare momento della storia di Ferrara, consiglio la lettura dell’insuperato “Lucrezia Borgia” di Maria Bellonci (1940)

Bartolomeo Veneto:"Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara"

E’ una città ben ricca, quella Ferrara - nonostante i francesi e il Valentino che vanno mettendo a ferro e a fuoco mezza Italia -, quieta e protetta e ben governata e affezionata ai suoi Signori, i quali per il piacere del popolo apparecchiano fastosi apparati e messe in scena di feste e cerimonie pubbliche, da recitare sul teatrale sfondo di quelle aeree piazze e di quelle classiche chiese, di quelle strade che s’intersecano a scacchiera
Tale rimase Ferrara fin quasi alla fine del secolo, prima di diventare preda della voracità del papa e di entrare così nella sua decadenza.(1597)
Ciò che non molti ricordano e/o sanno è che, prima che ciò avvenisse, al tempo di Alfonso II, suo ultimo duca, Ferrara tornò ad essere la città dell’utopia che era stata ai tempi del nonno “ingegnere” e del bisnonno”architetto”; Alfonso terrà una corte splendida e, intorno al 1570, s’imbarcherà per l’utopico progetto di realizzare addirittura una sorta di città ideale su di un’isola del delta del Po, delimitata da una colossale cinta muraria triangolare, lunga oltre 12 km., alta 4 m. e larga 2, con torrette di guardia e baluardi.
All’interno di un’opera ciclopica di risanamento e bonifica delle terre basse che si stendevano allora verso l’Adriatico, solcate dai bracci serpeggianti del delta, nella parte di sud ovest era stato enigmaticamente cintato un territorio, denominato “isola di Mesola”, ove venne dapprima eretto un piccolo palazzo turrito con una corte, una copia del palazzo reale di Ferrara. Il resto, più grande della città di Ferrara o di Bologna, era interamente coperto di foresta e popolato di cervi, caprioli e cinghiali…

Giorgio De Chirico:"La rivolta del saggio"

Se pure interrotto da un terremoto che devastò la città e costrinse il duca a sospendere i lavori per un decennio per occuparsi della ricostruzione, il progetto prevedeva a quanto pare, la trasformazione di questo immenso recinto di caccia in una città lacustre che, nell’intenzioni del duca, avrebbe dovuto far concorrenza addirittura alla Serenissima
E fu questo il motivo per cui questo insolito progetto fallì, fu giocoforza abbandonato ed affondò lì a poco nel fango semipalustre per sempre:l’intervento repentino di Venezia, la sua mano imperiosa
Ma questo qui non ve lo racconterò, rimandandovi al saggio molto intrigante dal quale ho tratto tutte queste notizie: “Il giallo della città perduta”(Il Mulino) di Francesco Ceccarelli, docente di Storia e Urbanistica moderna all’Università di Bologna.
Cito però una sintesi di poche righe affascinanti su questo “giallo”, tratte da un articolo di Panorama del 10-12-98, allora letto con grande interesse e sempre conservato:
“I porti della Mesola vennero interrati e una vasta landa semipalustre si estese davanti alle mura e alle torri fatiscenti. Tramontava la stagione del Rinascimento e le mura della Mesola erano ora ricoperte di rampicanti e di erbacce, il grande palazzo cominciava a sgretolarsi. Agli inizi dell’Ottocento quello che restava fu abbattuto e la foresta cancellò per sempre le ultime tracce del sogno ambizioso di Alfonso,”
Non vi ricorda. questo scenario, qualcosa?
Non vi vengono in mente le atmosfere e i vuoti scenari di abbandono di De Chirico e di alcuni altri neometafisici tra tutti quelli citati e analizzati da Sgarbi nella sua Lezione XIX (precisamente: Carrà, Savinio, "il multiforme, surrealista fratello di De Chirico," Fabrizio Clerici, "punto di congiunzione tra la prima e la seconda avanguardia metafisica e surrealista," Gentilini, Gnoli, D’Assia, Usellini, Stanislao Lepri. Leonor Fini, Parmeggiani, il russo Eugene Barman, Gaetano Pompa, Foppiani, fino all’ultimo, al sopravvissuto di quella splendida stagione, Carlo Guarienti)?
Ma al nocciolo del mio discorso io non sono ancora arrivata: ho preceduto fin qua bordeggiando un po' al largo, a velatura ridotta, senza mai smettere tuttavia di scrutare ed ammirare i contorni della costa misteriosa che, via via si disvelava ai miei occhi, ora strambo e mi dirigo verso un punto preciso della spiaggia, rosea e appannata ancora in lontananza

Carlo Carrà
Ceccarelli ci dice di aver scoperto che il misterioso progetto della Mesola s’intrecciò con i più misteriosi sentieri della poesia…. primo indizio: sul frontespizio di un registro dei conti per il pagamento degli operai, appare la citazione dei primi versi del Canto VI dell’Orlando Furioso, quelli che descrivono la magica isola di Alcina, stranamente riconoscibile nella Mesola, col suo castello incantato in mezzo ai boschi circondati da una muraglia che racchiude fiere ed animali selvatici.
E ci ricorda anche che, proprio in quel periodo, Torquato Tasso, da poco dimesso dall’ ospedale di Sant’Anna, compone un madrigale in lode della Mesola e, parlando dell’opera di Alfonso, dice che il duca la volle per “ad imitazione degli antichissimi principi, i quali edificarono la città (di Ferrara)”.
Perché il duca del Tasso, colui che gli offrì rifugio e protezione negli anni del declino psichico, è proprio lui, Alfonso II.

Girolamo da Carpi:"Alfonso IId'Este"

Fantasmi del Rinascimento, quindi, forse più tangibili perfino delle chiese e dei palazzi che il Rinascimento lì aveva prodotto, vagavano ancora nell’aria, per le strade, nelle rarefatte atmosfere invernali della Ferrara prefascista e dei suoi dintorni nel 1916, all’epoca in cui De Chirico e la prima avanguardia vivevano e passeggiavano in quei luoghi.
Fantasmi del Rinascimento risalivano alla superficie nella loro opera e nella loro psiche da quel meraviglioso substrato che percorre sotterraneamente i secoli e sempre enigmaticamente riaffiora…. E nella loro metafisica, anche… e si fondevano armoniosamente con le poderose interferenze che il Surrealismo, trionfante, trasmetteva da Parigi.

Carlo Guarienti:"Paesaggio"

Io vorrei ora affondare nella parola che Sgarbi usa, per De Chirico e per gli altri: “neometafisica” - essa, chiaramente sta per “nuova metafisica” - ed, affondando, vorrei risalire alla metafisica del Rinascimento e del Tardo Rinascimento, che Ferrara e non certo solo Ferrara mirabilmente produsse tra il quattro e il cinquecento.
Vale davvero la pena nuotare così in profondità sulla scia di “armoniose e amorose corrispondenze”!(Per me, poi, è d’importanza vitale, perché da tre anni sto tentando di scrivere un romanzo su questo argomento e mi trovo attualmente in una situazione di stallo.)
La metafisica rinascimentale e tardo rinascimentale si riallaccia a sua volta a Plotino e al neoplatonismo e quindi a Platone.
Ma non voglio essere troppo pesante e pedante ed imporre pure a voi le mie ricerche e riflessioni su queste antichissime filosofie e il Rinascimento.
Mi limiterò allora a citarvi e segnalavi brevi stralci di critica d'arte come fossero tracce, piccoli indizi da seguire lungo la pista in cui mi sono avventurata

Giorgio Morandi

Sgarbi definisce il realismo magico un realismo geometrico, uno schema mentale, un ordine ella mente assoluto, quasi platonico”
Di Enrico D’Assia, scrive che “… nel rappresentare sogni archeologici, di un’archeologia che può essere quella greca come quella egizia e che porta ad una dimensione mediterranea, assolata, distante, in cui però tutto è astratto, tutto è pensiero puro, tutto è riflessione sul mito”
Del “sopravvissuto” Carlo Guarienti scrive che “… egli diventa pittore di geometrie, geometrie mentali che sono anche dei solidi, il cubo, la sfera, la piramide, ma con riferimento sempre ad una realtà sensibile, concreta, un sogno che non è mai indistinto, confuso con elementi di mostruosità che contraddicono l’esperienza razionale”
Platone dunque, attraverso Plotino e attraverso il Rinascimento magico, sognante, furiosamente neoplatonico…
L’accenno di Sgarbi alle mature “mostruosità” del Guarienti mi ha fatto subito venire alla mente le famose “grottesche” che, imposte come moda da Raffaello, furoreggiavano nel cinquecento (derivate anch’esse dall’antichità classica)
Queste grottesche, come ogni manifestazione artistica del tempo, avevano un preciso significato filosofico: esse ubbidivano alla legge degli opposti, erano allegorie del disordine del mondo che all’ordine, secondo la visione neoplatonica, si oppone.
Inoltre secondo le intenzioni degli artisti che le crearono, esse, tenebra del mondo, dovevano rivelare per contrasto l’armonia sublime infusa dal creatore all’intero universo. Ad esse era infatti attribuito il potere magico di rigettare i demoni dell’inferno e cioè i demoni dell’animo umano in quanto, essendo appunto mostri, cioè specchio dei demoni, non amavano specchiarsi ed erano portati a riflettere il male che rappresentavano all’esterno (della stanza, del palazzo ove erano stati dipinti o scolpiti, ad esempio.)

Carlo Guarienti

Il Rinascimento e il tardo Rinascimento furono l’epoca in cui la scienza e la filosofia della magia raggiunse il suo massimo culmine e splendore per subito dopo, precipitare rovinosamente e divenire, nella percezione dei più, ciò che essa certo non era allora, se si pensi al fatto che Giordano Bruno e Tommaso Campanella ne furono tra tanti altri i più importanti rappresentanti.
Tale caduta fu soprattutto opera dei razionalisti del XVIII e XIX secolo, i nostri più diretti antenati, che la classificarono e la percepirono da quel momento per ciò che, ancora oggi è opinione comune essa sia e cioè un ammasso di ricette e metodi derivante da una concezione primitiva, non scientifica, della natura
Sto riportando adesso il pensiero di Ioan Petru Gulianu, storico delle religioni, nel suo “Eros e magia nel Rinascimento”( Universale Bollati Boringhieri).
Senza addentrarmi troppo in questo affascinante argomento, ne voglio citare, in chiusura, solo due stralci dal primo capitolo:
“ .…la magia di cui ci occuperemo in questa sede è una scienza dell’immaginario.
Al suo massimo sviluppo, raggiunto nell’opera di Giordano Bruno, la magia è un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive. Vi si può riconoscere non solo il lontano antenato della psicoanalisi, ma anche e soprattutto, quello della psicosociologia applicata e della psicologia di massa.
In quanto scienza di manipolazione dei fantasmi, la magia si rivolge in primo luogo all’umana immaginazione…”
Io ho finito; non mi resta che chiudere questa lunga serie di nessi e connessioni, interdipendenze, interferenze o, se proprio vogliamo,“contaminazioni”, con un’ultima “corrispondenza armoniosa” e poi ciascuno, se vorrà e come vorrà, tirerà le somme, le sue somme
Cito ora semplicemente da Internet le sintetiche definizioni che vengono fornite alla voce: “Realismo magico”:
“Realismo magico (o realismo fantastico) è un termine che può essere applicato sia alla letteratura che alle arti visive e alla pittura in particolar modo.
In letteratura distingue un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto altrimenti realistico. In pittura si rifà ad una visione lucidamente attonita del reale…”
“… Obiettivo principale degli esponenti di questa corrente è ottenere una rappresentazione realistica del mondo e della vita quotidiana attraverso visioni distorte, sospese, attonite e quasi allucinate di essa. I tratti di questa corrente sono precisi, curati nei particolari e definiti geometricamente nello spazio; lo scenario è immobile, incantato, appunto quasi magico. “
“Vittorini e Morandi, e così Carrà e De Chirico, vogliono rivelare una verità di fondo e fondativa dell’essere in sé e negli esistenti.”


Giorgio de Chirico:"Mistero"