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lunedì 17 ottobre 2011

ERRANTI IV: Il convento: Conoscenza


Il convento


Era un ottobre dorato con notti fredde e giornate luminose. Risalendo il pendio verso il convento a piccoli passi strascicati, Flaviano risaliva con la memoria fino ad un ottobre più antico e a un tempo passato.
Era un vecchio, adesso e godeva di uno degli ultimi piaceri della vecchiaia con intatto entusiasmo, come un bambino che si racconti favole nel buio notturno. Quella sera, però, era stanco e triste: avvertiva in pieno tutta la banalità’, tutto lo sconforto della sua vita presente, della decadenza dei tempi e del convento che gli era toccata vivere e subire, aggravata dalle miserie fisiche e morali del corpo che invecchiava e della mente che sempre più spesso si intorpidiva,
Arrivato all’angolo diroccato del muretto, che un tempo aveva protetto i lavatoi, si sedette e si lamentò piano. Un vecchio lamentoso, ecco che cosa era diventato, un vecchio come tanti che viveva di ricordi e cominciava anche, qualche volta a smarrirsi nei labirinti labili della memoria. Così sia, si disse e cercò di trovare la giusta rassegnazione.Un poco ancora, e poi tutto questo sarebbe finito. Pochi tramonti ancora – chissà quanti gliene restavano? Si chiese con fredda curiosità – e si sarebbe affidato infine alla misericordia del Signore Gesù e tutti i suoi dubbi, forse, e i suoi peccati gli sarebbero stati perdonati.Si rinfrancò, riprese il suo cammino nella bruma azzurrina della sera.
Più in alto, sopra di lui, la campanella già suonava per il Vespro. Si era bagnato i piedi tra le erbe dell’acquitrino ed ora sentiva quasi freddo .Un brivido gli risalì lungo la schiena. Scosse la testa sconsolatamente, guardandosi attorno.
Così, a poco a poco, le colture erano state abbandonate, l’erba era cresciuta alta nei viali, le foglie marcivano sotto gli alberi; le acque, scorrendo, avevano trascinato terra e sassi a colmare i canali e il letto del torrente, finchè si erano distese in stagni putridi.
Eppure, ancora vivido nella memoria, riemergeva il ricordo dei giorni assai diversi che ivi erano stati: giorni di alacre attività, di ordinata, tranquilla fatica, scandita dai ritmi di una natura ridente e curata e alternati, secondo la regola, a preghiera e a studio e a vivaci, ardite discussioni che allenavano la mente a comparare fede con filosofia per comprendere al meglio la parola del Cristo.
Eppure lì aveva vissuto Marcello Clemente, impugnando con tenace dolcezza lo scettro del comando e tutte le loro vite armoniosamente aveva formato, allevandoli come figli suoi, nell’amore, nella libertà intellettuale, nel reciproco, amorevole rispetto, nella pace… E tutto questo gli era riuscito in tempi di astiose turbolenze religiose, per quanto, quello, fosse stato, in fondo, ancora tempo di pace per l’Impero, l’ultimo tempo di pace… e loro non lo sapevano.
E come avrebbero potuto sapere ciò che aveva in serbo il futuro per loro? E chi, di loro, avrebbe potuto allora concepire il crollo improvviso del mondo civile, la catastrofe dell’Impero, così pericolosamente vicina, oltre la porta del secolo nuovo?
Certo, era stato detto: ”Questo mondo perirà nel fuoco e nel sangue” ed anche: “Piomberà dall’alto su di te, o Roma, il meritato castigo del cielo.” Lattanzio aveva scritto che il nome di Roma, che dominava il mondo, sarebbe stato cancellato e Tertulliano non aveva tuonato contro l’Impero e previsto la fine? Ma chi avrebbe pensato realmente possibile potesse cadere nella polvere - e cosi’ presto - l’Urbe antichissima, ombelico del mondo? Chi non si era sentito orfano, alla notizia tremenda, incredibile? Chi non aveva pianto?
I cristiani, storditi, si erano perfino avvicinati ai pagani e questi avevano pianto con loro e gli eretici tutti si erano uniti a quei pianto dolente… ma, poi, le annose dispute e gli odi insuperabili non avevano tardato nuovamente ad opporli tutti, gli uni agli altri, e ancora più aspramente avevano ripreso a scagliarsi maledizioni reciproche. Con in più un’accusa inedita ed atroce, sulle labbra: lo sfacelo stesso di Roma e dell’Impero.
Se per i primi, infatti, la giustizia di Dio aveva colpito, in Roma, ogni possibile male, per gli altri era stata per colpa dei cristiani che la fine del mondo era venuta a stroncare l’Urbe orgogliosa e quell’Impero che si pensava eterno e chiamavano topi, i cristiani, che, avendo impunemente rosicchiato ed aperto le falle, ora se ne fuggivano stridendo, e la nave affondava.
Ripercorse la serie infinita di drammi di cui lui stesso e, con lui, tutta la sua generazione sventurata, era stato testimone: la minaccia costante dei Persiani, che avanzavano ormai, di anno in anno, incombeva dall’Oriente, Blemmi e Nobadi, risalivano dalle sabbie dei deserti e sempre più Ara-bar giungevano dal sud misterioso a ricongiungersi con i loro consanguinei Sabei e Nabatei; ma era dal nord che giungevano le notizie più incredibili: Quadi e Sarmati in Pannonia, Valente ucciso ad Adrianopoli e la battaglia perduta… gli spaventosi Unni straripati nell’Illirico ed era solo l’inizio.
Quando, in terra d’Egitto, si seppe delle orde che, la notte di Capodanno, avevano dilagato oltre il limes, passando sul Reno ghiacciato, era ormai autunno inoltrato. Più di dieci anni erano passati dalla morte di Teodosio e l’Impero si era nuovamente spezzato: l’oriente, ad Arcadio, ad Onorio, l’occidente.
Il Priore, Lucino Punico in quegli anni, li riunì per pregare. Si accesero tutte le candele e si cantò con fervore. Nulla di più tremendo poteva capitare, ma, tuttavia, ancora una tenue fiamma li sosteneva : si sperava in Stilicone Ma quando, quattro anni dopo, - morto, ahimè, il fiero Console che Teodosio aveva voluto come genero - giunse quella nuova inaudita che l’Urbe, l’Urbe che resisteva al lungo assedio dei Goti, era caduta, tutti tacquero a lungo, come annientati, prima di volgersi singhiozzando alla preghiera. E intanto le navi dei profughi avevano avuto tempo di giungere e i loro affannati, racconti d’orrore di spargersi in ogni angolo della provincia fino al remoto convento.
Quando anche la Spagna infine fu perduta e si iniziò seriamente a temere per l’Africa e per l’Egitto, l’ ansia, come un’onda del mare, dilagò a sommergere tutta la regione e le violenze di Donatisti e Circoncelloni, parvero allora poca cosa in confronto di quello che su di loro, miseri, stava per precipitare.
Ogni epoca ha le sue Apocalissi, pare insegnino, con desolato scetticismo gli Accademici, ma questa fine del mondo li aveva in un primo momento lasciati in uno stato tale di annichilimento morale, che, questo, quasi impediva loro di comprenderne appieno l’entità e le implicazioni. La Parousia, la Parousia, infine, che, sola, avrebbe giustificato tutto ciò, ebbene, essa non era arrivata; neppure questa volta, nel dolore, il Cristo era tornato sulla terra e loro, poveri uomini, smarriti tra le rovine del mondo, avevano continuato a non capire.
Fu il limpido insegnamento di Plotino che venne allora in suo aiuto a sostenerlo e ne cercò e ne volle condividere le tesi. Solo attraverso una rigida disciplina – aveva detto il filosofo - l’umanità, precipitata nel baratro, pervenuta all’infima tappa della sua immane caduta dal cielo, poteva ambire a risalire gradualmente verso la luce. Si poteva sperare, dunque?
Ripensò ai compagni di allora che, nel tempo, la morte si era presi o la lontananza. Quanti erano stati quelli che erano andati via? Li rivedeva allontanarsi a piccoli gruppi, alcuni ciarlando per farsi coraggio, altri, cupi, silenziosi, a volte in coppia oppure soli, aggrappati ad un bastone, e le figure del ricordo, come pure i volti che essi avevano avuto, nella luce che scemava divenivano sempre più evanescenti, e, alla fine, svanivano come fantasmi, inghiottiti dal buio.
Ora i monaci rimasti erano soltanto in quattro e a lui, Flaviano, era toccata in sorte governare quella superstite famiglia in tempi penosi di dissoluzione. E tutto ciò che era stato sembrava, a volte, essere soltanto un sogno.Ma quel cenobio che Pacomio aveva voluto, avrebbe resistito nello spirito del suo fondatore, che era stato soldato, e avrebbe custodito, nel buio di un mondo declinante, una piccola lucerna di fede e di speranza; come uno scoglio avrebbe affrontato l’urto dei marosi e di venti di tempesta, finchè, un giorno, forse, sarebbe rinato.
Qui Flaviano provò un senso di vertigine perchè il futuro non era più per lui – lo sapeva – e, nell’immaginarselo, si smarriva.
Risaliva. Era ormai a due passi dal muro del convento. La preghiera del Vespro, la cena, il riposo nel silenzio notturno avrebbero fortificato il suo animo inquieto; quella notte, prima del sonno, avrebbe filato la trama di ricordi, riannodato i fragili fili che lo legavano ad un giorno lontano e, ancora una volta, addentrandosi nei meandri dell’anima, avrebbe rivissuto.



Conoscenza


Era quello un ottobre dorato, con notti fredde e giornate luminose. Le mattine scintillavano sui piccoli orti del convento e, alla sera, il cielo era pieno delle grida delle cornacchie.
I monaci operai, nove o dieci in tutto, e lui con loro, parlottavano lavorando all’annuale ripristino dei canali d’irrigazione e le loro voci eccitate non riuscivano a nascondere una sorta di vaga inquietudine. A tratti, si guardavano alle spalle come se qualcuno – e chi mai, in quell’angolo sperduto della provincia egiziana? – come se “qualcosa” fosse lì a spiarli e i più giovani tra loro si divertivano come fanciulli a giocare il gioco della cospirazione chè, in fondo, fanciulli non erano più da troppo poco tempo..
Così infine i fratelli anziani avevano deciso; così, dopo giorni e giorni d’intensa preghiera e innumerevoli riunioni di libera discussione e confronto, la difficile decisione era stata presa e, quella notte stessa, la giara sarebbe stata sotterrata da tre o quattro di loro. Restava solo da sapere chi costoro sarebbero stati e chi soprattutto si sarebbe sentito di accettare.Il precetto d’obbedienza, in questo caso particolare, non poteva certo essere invocato dal padre Priore – su ciò erano tutti d’accordo – così che ciascuno di loro avrebbe avuto modo di offrire o non offrire la propria robusta collaborazione.
“Certo” aveva detto Amodio Antonino “Non tutti loro potevano rifiutare quella responsabilità e lasciare che se la sbrigassero quegli altri poveri vecchioni, alcuni pure traballanti e rattrappiti nelle ossa, o il padre Priore stesso che, per quanto ancora sostenuto dal fisico di ferro e dalla volontà tenace, si diceva avesse da poco superato la bella eta di ottantadue anni!”
E lì aveva guardato con una certa arietta di superiorità, per non dire ironico disprezzo, Filippo e Montago, i due che, tra di loro, avevano dato voto contrario.
Costoro, nell’imbarazzo, abbassarono lo sguardo, ma Amodio sapeva essere generoso anche se oltremodo caustico: “Se una cosa era certa, in quel groviglio di dubbi e di incertezze,“ - già motteggiava ridendo - “…era che, a S. Pacomio, il clima dolcissimo o la vita tranquilla o il vivace spirito di ricerca intellettuale, ivi voluto e coltivato dal Priore o tutte queste cose probabilmente assieme congiuravano ad accrescere la longevità dei monaci! Sicchè, anche loro, chissà quante ne avrebbero viste e subite, di cose strambe, in futuro, prima di giacersene in pace, “specula saeculorum”, nella cripta da poco ampliata ed imbiancata!”
E la cosa “stramba” a cui indirettamente gli era piaciuto alludere era - lo capirono subito tutti - la discussa, ohimè, quanto discussa, famosa Pastorale di Atanasio, piombata sul convento come un fulmine, nel bel mezzo dell’estate e portante, in calce, la data della Pasqua precedente:.
“Cinque mesi erano gia’ trascorsi. Era tempo di agire. - aveva detto il padre Priore - ed eccoli lì, loro, i “giovani” del convento, che in teoria avrebbero dovuto essere i più aperti alle novità dei tempi, dopo infiniti ragionamenti e altrettanti ripensamenti, eccoli ancora a discutere sul come e sul chi e sul se.” aveva continuato l’incontenibile Amodio.
“ Se fosse stata una saggia decisione, quella a cui si era infine approdati il giorno precedente, al termine di una lunga e accidentata votazione, questo, secondo lui, soltanto i posteri lo avrebbero saputo! E, tra di essi, colui che, tra gli uomini venuti dopo di loro, avrebbe avuto la ventura di scoprire ciò che essi, nascondendo, avevano voluto conservare per i tempi futuri. Sempre che fosse quella la volontà del Signore e la giara, che quella notte avrebbero faticosamente sotterrato, dovesse un giorno essere riportata alla luce.”
“Le novità dei tempi…” aveva scandito nuovamente Amodio “Le cosiddette novità dei tempi…”aveva ripetuto ancora, calcando la voce sul ”cosiddette”.
Poi, sbadigliando vistosamente, si era sgranchito le braccia muscolose che allenava, un tempo, nella migliore palestra di Alessandria, ed ora manteneva nei lavori degli orti e specie in quello, suo prediletto, del giardino,
Con ciò, considerando chiuso una volta per tutte lo spinoso argomento, aveva ripreso a dragare il canale di scolo e gli altri, in un curioso silenzio, l’avevano imitato.
Ironia della sorte - aveva pensato Flaviano, allontanandosi dal gruppo per andare a sostenere gli argini con un nuovo muretto- Le “cosiddette” novità dei tempi, come appunto le aveva definite ironicamente Amodio, erano apparse a tutti, anche ai piu’ incerti e superficiali di loro, come un regresso rispetto a quel già quasi mitico passato di cui tanto avevano sentito parlare e riparlare.
Passato recente, tuttavia, che i racconti dei monaci più anziani e i ricordi del padre Priore particolarmente, tanto spesso rinnovavano per loro. Racconti fascinosi, quasi come quelli sulla vita di Nostro Signore, ascoltati con sempre nuovo stupore perchè rinsaldavano in loro la fede e il senso di appartenenza alla comunità.
Riflettendoci, parve a Flaviano che essi confermassero in pieno il sospetto che i loro tempi “nuovi” stessero divenendo, rispetto agli altri appena passati, assai più chiusi e gretti ed era questo che Amodio, con le sue arie di finta noia e voluta noncuranza, aveva cercato di suggerir loro, Amodio, di loro, senz’altro il più perspicace e versato nell’arte della critica, nonchè della dialettica e dell’ironia.
Del resto, bastava ricordare quelle meravigliose, vecchie storie. Il padre priore l’aveva detto e rammentato instancabilmente ai fratelli più giovani, molti dei quali non erano ancora nati quando… “L’entusiasmo, come fresco vento di mare, aveva spirato su tutte le terre dell’Impero e pervaso il mondo affinchè conoscessero e, dopo aver conosciuto, cercassero di capire come e perchè fossero miracolosamente cambiati la vita degli uomini e l’animus del tempo.”
L’ abate, aveva quasi trent’anni quando Costantino, “ visto nel cielo il segno del Signore”, nel segno della croce sbaragliò Massenzio a Ponte Milvio.
Convertitosi, pare, l’anno dopo, l’imperatore aveva amnistiato tutti i cristiani, ponendoli sotto la sua diretta tutela, cosicchè il mondo conosciuto era divenuto libero per loro, e, con loro, il cuore del mondo aveva palpitato, espandendosi come in ampio respiro.
Era stato allora, ricordavano i vecchi monaci, che i cristiani, quasi attoniti, avevano guardato a quel tempo incredibile ove avevano avuto in sorte di vivere, e molti avevano pianto di gioia e infinita riconoscenza per il sangue dei fratelli martirizzati che tale miracolo aveva reso possibile, anno dopo anno, secolo dopo secolo – il sangue di tre secoli di rinnovate persecuzioni! – affinchè il terreno fosse alfine reso fertile ed il Regno di Nostro Signore, detto il Cristo, avesse inizio.
Era stato allora che Marcello Clemente, colui che per più di trent’anni sarebbe poi divenuto il loro amatissimo abate, , aveva avuto la sua personale illuminazione e, sbigottito dall’inaudita conversione dell’Augusto, come Paolo aveva trasformato radicalmente la sua vita tormentata in qualcosa di sereno e compiuto, una costruzione armonica che permettesse finalmente al suo animo assetato di verità e giustizia, di dilatarsi all’unisono con il cuore del mondo; e ciò senza rinnegare, tuttavia, il dubbio costruttivo, la volonterosa epinoia, come egli amava chiamarla, ma anzi, da esso muovendo a piccoli passi verso una ritrovata fede cristiana, respirata tra le braccia materne e poi smarrita, nella tumultuosa giovinezza, in molteplici, avventurose, sterili ricerche.
“Fu allora che, come me,” – e qui, l’antica voce commossa di Marcello si arrochiva e ciononostante riusciva ugualmente a raggiungere la mente di Flaviano disteso nel suo letto, nella sua piccola cella, nel suo monastero invaso dalle erbacce, nel suo “altro” tempo di decadenza - ”… come Pacomio stesso, il mio caro maestro, ... tanti altri seppero, all’improvviso di credere nel Cristo con naturale semplicità ed infinito sollievo; le angosce annidate nel profondo dei cuori insoddisfatti erano sembrate sciogliersi come ghiaccio al sole, incertezze e delusioni, tormentosi fardelli che pesavano su tante anime inquiete, erano svanite: le parole del Cristo si erano diffuse mai come prima, sulla terra, mentre le tante testimonianze della sua vita, apertamente discusse e comparate in liberi Concili, venivano a costituire un bellissimo mosaico, cangiante di colori, luminose sfumature, scintillii radiosi d’oro, di diaspro, di lapislazzuli cilestrino, a cui il popolo di Dio, potesse attingere ammirando, perchè… il colore del cielo era sceso sulla terra e gli uomini per la prima volta respiravano la celeste, pura aria del Paradiso e ne erano pervasi.”
Parole ispirate, - pensò Flaviano - parole di toccante poesia…
Dalla finestra gli entrava profumo forte di mentastra e un silenzio quasi fisico, lo avvolgeva in un bozzolo setoso e confortante.
La luna girava per il cielo.
Signora Iside, - volle distrarsi un attimo - bianca, eterea signora, tu che portavi, un tempo, dolce consolazione ai tormenti notturni, tu che… Si censurò subito, ma poi ci ripensò: alla sua eta’ poteva ben permetterselo! Il Signore dei Cieli, se pure, per un attimo, si fosse distolto dalle Sue degne occupazioni per abbassarsi a leggere in quel suo vecchio, stupido cuore un po’eretico, ne avrebbe capito la giocosa intenzione, l’amore pure per tutte quelle cose, siano esse animate o inanimate, reali o irreali, non importa, finite, perdute, dimenticate, ma che sono comunque state amate e non possono per cio’ stesso, non aver contenuto in se’ un barlume - solo un barlume, Signore - di luminosa bellezza.
Piccolo demone, - corresse con tenerezza - tu che non sei dovuta fuggire con gli altri dai vecchi santuari incendiati, stridendo come un pipistrello spaventato, perchè voli e plani alta nel cielo e sei specchio di luce…
Parole di un vecchio tuttavia, - non potè impedirsi di ammettere, riprendendo il filo del pensiero interrotto - un vecchio che aveva intensamente creduto nella Parousia ed, anno dopo anno, aveva aspettato…
In quanto al mosaico d’oro e di pietre dure, - rifletteva con amarezza - l’immagine era splendida, non per niente degna di uno che, prima di farsi monaco, si era occupato di antiquariato, ma Marcello Clemente sapeva, non poteva allora non sapere come questo, purtroppo, non rispondesse per niente a verità, ma fosse un sogno, il suo sogno.
Marcello che aveva lottato tutta la vita per costruirlo, lui, questo mitico mosaico, fragile opera d’arte incastonata nella quiete, nell’isolamento dell’alto Egitto, nel convento che Pacomio stesso aveva voluto, oasi di tolleranza, di ricerca, di pacato confronto in un epoca di dilagante fanatismo. Marcello, la cui formazione neoplatonica non aveva mai cessato di trasparire sotto il saio e sotto la croce del Cristo; partendo da essa e grazie ad essa, anzi, era stato traghettato sulla sponda cristiana con tutto il peso della sua intatta onestà intellettuale, della sua speranza di giustizia, della sua fede in un senso ultimo delle cose.
Marcello che ben sapeva, anche se, davanti a loro, non aveva mai apertamente voluto ammettere, e per questo aveva eluso gli ordini ed era riuscito ad opporsi segretamente al vescovo Atanasio. L’ esito della votazione, che comunque aveva voluto si svolgesse, era ben prevedibile, infatti. Il suo carisma personale, la dolce autorevolezza che traspariva in ogni suo conciso, pacato discorso e particolarmente in questo che tanto gli stava a cuore, la chiara, precisa esposizione delle ragioni che sosteneva, non potevano che convincere un consesso costituito da giovani monaci in lui adoranti, e da vecchi compagni di strada, spesso di conversione, come lui delusi, nel fondo alla loro anima religiosa, dalle infinite, irrazionali contraddizioni del secolo, che avevano sperato, mitissimo, perfetto ed ultimo della Storia.
Quei pochi che avevano dato parere contrario, fragili anime tormentate e un poco vergognose della pochezza del proprio coraggio, timidamente si erano raccolti attorno al solo, reale avversario di Marcello, “per ironia della sorte unico a lui legato da vincoli di parentela. - sussurravano gli osservatori superficiali - “No anzi, proprio per questo.” - correggevano i più smaliziati - suo cugino Luciano.
Di questo si era trattato in sostanza ed ancora oggi, con tanti anni trascorsi, e quasi tutti gli attori di quella singolare commedia scomparsi, si trattava… in quanto si poteva ancora - lui, Flaviano, poteva ancora - modificarne, ben lo sapeva, l’esito: Luciano contro Marcello. Pomo della discordia: l’ integrità della biblioteca del convento, la salvezza delle tante, antiche testimonianze e interpretazioni della vita di Nostro Signore Gesù fin dai primi tempi dopo la Sua morte terrena e della Sua Resurrezione, e la salvezza delle loro anime pure.





Approfondimenti:



http://it.wikipedia.org/wiki/Vangeli_apocrifi




I primi monaci egiziani 

L’Egitto è stato il primo paese in assoluto a veder nascere e fiorire in modo spettacolare il monachesimo, che da qui si è poi irradiato in tutto il mondo, fenomeno dovuto in parte al fatto di sfuggire le persecuzioni, rifugiandosi nel sempre vicino deserto, e in parte a sincere convinzioni e aneliti ad una vita più contemplativa, di preghiera e il più possibile vicino al Signore. Il monachesimo si è sviluppato in Egitto fin dall’inizio del III sec. per la vita eremitica o anacoretica di S. Paolo di Tebe (ca. 228-347) e di S.Antonio del deserto (251-356) e per quella cenobitica di S. Pacomio (ca.286-346), quest’ultimo primo redattore di regole monastiche (cenobitiche) che, tradotte da S. Girolamo, serviranno come base a S.Benedetto. Da ricordare, che alla sua morte, egli aveva già fondato nove conventi maschili e due femminili; la sua opera fu continuata dai discepoli
Teodoro e Orsiesi, i monasteri si moltiplicarono in tutto l’Egitto e intorno al 400 si contavano già oltre 5.000 monaci. Da rammentare anche l’opera di S.Giovanni Cassiano (360-435) che, dopo aver soggiornato in Egitto per circa quindici anni, fondò a Marsiglia due monasteri la cui influenza segnò profondamente il monachesimo occidentale. Si racconta che i primi eremiti scegliessero come dimore delle antiche tombe d’epoca faraonica che disponevano di cellette vicine per i sacerdoti dell’antico culto funerario. Pare che il primo a stabilirsi definitivamente nel deserto orientale sia stato S.Paolo di Tebe che vi si recò all’età di 16 anni e vi rimase fino alla morte. Ma il vero iniziatore o promotore del monachesimo fu S.Antonio, il quale fondò una comunità nel luogo in cui oggi sorge, a 60 km dal Mar Rosso, il monastero che porta il suo nome al di sopra del quale, alle falde del monte Qulzum, vi è la grotta nella quale si ritirò per allontanarsi ancora di più dalle “distrazioni del mondo”. Grazie agli esempi dei Santi citati, in poco tempo sorsero numerosi monasteri soprattutto sulle sponde del Nilo (Hermopolis Magna-Ashmounein, Hierakonpolis-Minya, Crocodilopolis-Fayoum), alcuni sfruttando le tombe faraoniche abbandonate (Lycopolis-Asyut, Panopolis Akhmim). Altri luoghi di ritiro sorsero a Hermonthis-Ermant, Latopolis-Edna, Edfou e Assuan.
Contemporaneamente si formarono alcune comunità anche nello Wadi el-Natroun (Scete), una depressione poco a sud di Alessandria a metà strada tra questa città e Il Cairo. Oggi troviamo qui 4 famosi monasteri: Deir Abou Makar o Monastero di S. Macario, da lui fondato verso il 335-340; Deir Amba Bishoi o di S.Bishoi, da lui fondato verso il 345; Deir es-Souriani o Monastero dei Siriani, fondato nel VI sec. e così denominato dal fatto che fu abitato da monaci siro-ortodossi, che già si trovavano nella regione dal IV sec., fino alla fine del XVII sec. e Deir el- Baramous o dei Romani.
Quest’ultimo è con molta probabilità il più antico dei quattro essendo stato fondato verso il 330 e il suo nome deriva dal fatto che i due figli dell’imperatore d’occidente Valentiniano I - Massimo e Domiziano – si ritirarono a vita ascetica entro le sue mura. Dopo la loro morte, le celle da essi abitate vennero denominate “dei romani” o “Ba-romeos” da cui “el-Baramous”. In questi ultimi 50 anni, dopo i molti “secoli bui”, a partire dall’anno della conquista araba dell’Egitto (641), il monachesimo, come del resto la Chiesa copta in generale, sta rifiorendo sotto l’impulso dato da Abba Teofilo ( 1989), superiore del Monastero dei Siriani, dal Papa S.Cirillo VI (1959-1971) e dall’attuale Papa Shenouda III. Il monachesimo è tornato ad essere una realtà importante dell’Egitto; numerosi monaci, di cui la maggioranza ha terminato gli studi universitari (medici, ingegneri, giuristi, archeologi), vivono principalmente nei monasteri dello Wadi el-Natroun e del Mar Rosso, perpetuando così la tradizione dei padri del deserto, mentre le monache sono concentrate al Cairo. Parallelamente al grande sviluppo monastico, venne fondata, verso il 180, dal vescovo di Alessandria Demetrio, la scuola di catechesi (o Didaskaleion), la prima in assoluto del cristanesimo, dalla quale uscirono alcuni fra i più rinomati teologi e filosofi tra i Padri della Chiesa; ricordiamo qui Panteno (il suo primo rettore), Clemente di Alessandria (discepolo di Panteno), Atenagora, Eracle, Dionigi il Grande ed Origene, ammirato
quale “padre della teologia”. Quest’ultimo (185-253), il cui nome significa letteralmente “nato da Horus”, è ritenuto lo spirito più brillante dell’antichità cristiana; il suo insegnamento mirò ad inserire la Rivelazione cristiana nelle grandi correnti del pensiero dell’epoca per mostrarne la superiorità ed avvicinare ad essa gli intellettuali. Numerosi furono anche coloro che vennero attratti dal Didaskaleion e vi compirono gli studi o vi
insegnarono, come San Basilio il Grande, Gregorio il Taumaturgo, San Giovanni Crisostomo (ca. 347-407), San Gregorio di Nazianzio, San Girolamo e lo storico Rufino. Oltre alla teologia, s’insegnavano fisiologia, medicina, astronomia, musica e lingue.
Da non dimenticare l’invenzione della prima scrittura per ciechi, a caratteri in rilievo, dovuta a Didimo (251-356), cieco dall’età di quattro anni, che fu rettore di detta scuola, e della definizione del sistema per il calcolo della data di Pasqua, stabilito verso il 260, sotto il papato di Dionigi (247-264), dal matematico Anatolio. Questa regola, che fissa la Pasqua alla domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera, è stata poi ripresa da tutto il mondo cristiano.

tratto daCenni Storici sulla Chiesa copto-ortodossa di Alessandria d'Egitto, a cura di Aurelio Balbis 
foto: Monastero di S. Antonio il Grande, in Egitto.















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