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mercoledì 21 dicembre 2011

Balocchi un po' cinici di fine anno



I balocco: Sola polvere...
"Insomma, dovete considerare che siamo fatti di sola polvere. Non è granché per andare avanti, lo ammetto, e non dovremmo mai dimenticarcene. Ma anche considerando questo, cioè questa specie di brutto inizio, non ce la stiamo cavando malissimo. Quindi, da parte mia, sono convinto che, nonostante la pessima situazione attuale, possiamo farcela."
Philip K. Dick

II balocco: la gente...
"Ogni volta che la gente è d'accordo con me, provo la sensazione di avere torto"
Oscar Wilde

III balocco: vera profondità...
"La vera profondità è la più limpida"
Paul Valery

IV balocco: l'acqua...
"L'acqua troppo pura non ha pesci."
Ts'ai Ken T'an


V balocco: riflettere profondamente ...
"Il pensiero è il più grande nemico della perfezione. L'abitudine di riflettere profondamente è, sono costretto a dirlo, la più perniciosa fra tutte le abitudini prese dall'uomo civile."
Joseph Conrad

VI balocco: soltanto uno schizzo...
"Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male"
Vincent Van Gogh

VII balocco: la regola...
"La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi!"
Lewis Carroll




Ma poi, alla fine... sfrenato romanticismo:

giovedì 15 dicembre 2011

Caramelle dagli sconosciuti.

Da Flickr: "Lollipop" di Claudia Brivio



Credimi, le caramelle di questa
categoria, cadono…
scrosciano dappertutto crepitando,
crespute camelie colorate,
strizzate alle estremità
a corolla.

Oppure gommose bolle
che non soltanto si calcificano sui denti
e vi si incollano
ma, in circolo nel sistema circolatorio,
circolano sino a confluire nel cervello
e celermente lo spappolano
(se per caso, già non fosse… decerebrato)

Candide o colorate, & cromatiche,
ripiene di confettura & di cinismo,
considerabili –desiderabili
per concorde consenso,
credimi, le caramelle…
le caramelle così non si offrono solo alle bambine!
( e, oggi, certo anche ai maschietti…)
Non si offrono - cerco di concludere - solo a minorenni
consumisti, concupiti & conformisti…

No! Queste caramelle sono un imperativo categorico
di una civiltà che capitombola in ciò che
può essere ancora più castrante
di un consueto cataclisma storico:
cede alla mercificazione del corpo
e cassa ciò che era chiamata
coscienza dello spirito
e/o la svende
per poche o molte
crocchianti caramelle.

domenica 11 dicembre 2011

De Chirico,i neometafisici e Ferrara:sogno e sensibilità rinascimentale nella città metafisica.(Neoplatonismo nei pittori neometafisici del novecento)



Carlo Guarienti:"Interno-esterno"


Inizio il discorso che vorrei sviluppare da Giorgio De Chirico, citando due intense pagine di Vittorio Sgarbi sull’argomento, estrapolate dalle sue “Lezioni private” (Mondadori 1996).
Titolo della lezione XIX: “Dove si comprende come l’invenzione di fantasie nell’arte passi attraverso la realtà, e a volte la superi. “
"Tra gli artisti contemporanei di cui mi sono occupato, ce ne sono di straordinari per qualità, capacità tecnica, per grande evidenza visiva, fautori di un realismo basato sul pensiero, su un concetto astratto che porta nell’immagine come la sensazione di un altrove: non quindi di un realismo meccanico, ripetitivo, mimetico, bensì di un realismo essenziale.
Alcuni più degli altri mi sono sembrati in sintonia con la mia sensibilità, e sono artisti figurativi e artisti astratti, astratti più per forme di pensiero , per lucidità , per astrazione delle idee: pittori che potremmo chiamare neometafisici.
Nella pittura italiana di questo secolo, dopo la straordinaria fiammata del futurismo, e insieme la ricerca di alcuni solitari, come Giorgio Morandi, che guardano le avanguardie senza esserne travolti, si afferma un’avanguardia di natura più complessa, legata non alla scomposizione , al movimento, alla intersecazione di forze e di forme, ma piuttosto ad una formidabile tensione intellettuale. Si tratta della pittura metafisica di Giorgio de Chirico, di Carrà, in parte dello stesso Morandi, cioè del gruppo di artisti che, nel 1916, si trovano a Ferrara e, in questa città incantata, distante, quasi disabitata e dove gli uomini sono come i minerali – quindi città astratta, tutta mentale -, elaborano quella pittura metafisica che ha il quadro più rappresentativo nelle “Muse inquietanti” di De Chirico, sul fondo del quale si vede, appunto, il castello di Ferrara – una città che, quindi, dopo il Rinascimento, entra di prepotenza nell’arte contemporanea e vi entra come luogo rappresentativo, mentre Parigi è luogo dove gli artisti, ”vanno”, Ferrara è luogo di esilio che entra nella pittura. “
Fin qua, Sgarbi; e da qua voglio partire per tutta una serie di riflessioni su quelle che dappertutto oggi usa chiamare “contaminazioni”, un vocabolo che si è imposto, trasmutato dall’ambito fantascientifico e horror, non so per quale meccanismo di associazione mentale.
Le contaminazioni del terzo millennio sono semplicemente quelle che nell’analisi di critica storica e letteraria sono sempre state chiamate: collegamenti, interdipendenze e interferenze culturali
Considerazioni quindi su quelle magiche interferenze culturali che dal passato e perfino dal passato più remoto ci giungono a confermarci come i fantasmi nati dalla mente dell’uomo vivano nel tempo e se muoiono, possano però sempre risorgere come l’araba fenice risorge dalle sue ceneri.
Tra le parole di Sgarbi mi vorrei soffermare, in particolare, su: “fantasie dell’arte”, “sensazione di un altrove”, “astratti per astrazione di pensiero”, “neometafisici”… e, servendomi di ciascuna di esse, come fosse spoletta, cercare di tessere la mia trama.

Gaetano Pompa:"Mutmassungen sul paesaggio italiano"

Ora, è noto a tutti come l’attuale centro storico della città di Ferrara assunse gli armoniosi, equilibrati ma al tempo stesso magicamente rarefatti contorni rinascimentali, grazie al primo "piano urbanistico moderno d'Europa", ovvero al progetto più avveniristico mai pensato per una città, realizzato da Biagio Rossetti per conto degli Este. L’architetto ed urbanista vi lavorò ininterrottamente dal 1467, anno in cui iniziò la costruzione della reggia di delizie degli estensi, il palazzo di Schifanoia, fino a tutto il decennio successivo all’anno 1492 in cui, trasformando la città in un cantiere, realizzò con criteri modernissimi per i tempi - una felicissima fusione tra nuovo e antico - la famosa “Addizione Erculea”, così chiamata in onore del duca Ercole I d’Este.
In essa, come ci recitano le guide di Ferrara, ben coniugando il nuovo spirito del Rinascimento, egli seppe temperare genialmente i principi umanistici di rigore prospettico e geometrico con le esigenze concrete di una città in espansione, dando vita ad un linguaggio architettonico in cui i nuovi elementi rinascimentali si innestavano sul ceppo della tradizione costruttiva tardogotica.
La Ferrara di quel periodo, a volerne delineare una più viva inquadratura storica, è la città ove giunge fresca sposa(ma già al suo terzo matrimonio)la fragile, bellissima Lucrezia Borgia, preceduta in verità da una non meritata, infame fama… Sposa dell’erede di Ercole, colui che si rivelerà a breve, come uno dei migliori condottieri della sua epoca, Alfonso I d’Este,
Se il padre infatti, il vecchio Ercole, era stato, per mezzo del Rossetti e di altri, ” duca architetto” e comunque sognatore e metafisico, Alfonso riserverà al dio della guerra la creatività e la visionarietà ereditate e per le sue guerre sarà ingegnosissimo artigliere, uno degli inventori e dei perfezionatori della moderna artiglieria cinquecentesca.
Se qualcuno per caso volesse approfondire il clima e le atmosfere di questo particolare momento della storia di Ferrara, consiglio la lettura dell’insuperato “Lucrezia Borgia” di Maria Bellonci (1940)

Bartolomeo Veneto:"Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara"

E’ una città ben ricca, quella Ferrara - nonostante i francesi e il Valentino che vanno mettendo a ferro e a fuoco mezza Italia -, quieta e protetta e ben governata e affezionata ai suoi Signori, i quali per il piacere del popolo apparecchiano fastosi apparati e messe in scena di feste e cerimonie pubbliche, da recitare sul teatrale sfondo di quelle aeree piazze e di quelle classiche chiese, di quelle strade che s’intersecano a scacchiera
Tale rimase Ferrara fin quasi alla fine del secolo, prima di diventare preda della voracità del papa e di entrare così nella sua decadenza.(1597)
Ciò che non molti ricordano e/o sanno è che, prima che ciò avvenisse, al tempo di Alfonso II, suo ultimo duca, Ferrara tornò ad essere la città dell’utopia che era stata ai tempi del nonno “ingegnere” e del bisnonno”architetto”; Alfonso terrà una corte splendida e, intorno al 1570, s’imbarcherà per l’utopico progetto di realizzare addirittura una sorta di città ideale su di un’isola del delta del Po, delimitata da una colossale cinta muraria triangolare, lunga oltre 12 km., alta 4 m. e larga 2, con torrette di guardia e baluardi.
All’interno di un’opera ciclopica di risanamento e bonifica delle terre basse che si stendevano allora verso l’Adriatico, solcate dai bracci serpeggianti del delta, nella parte di sud ovest era stato enigmaticamente cintato un territorio, denominato “isola di Mesola”, ove venne dapprima eretto un piccolo palazzo turrito con una corte, una copia del palazzo reale di Ferrara. Il resto, più grande della città di Ferrara o di Bologna, era interamente coperto di foresta e popolato di cervi, caprioli e cinghiali…

Giorgio De Chirico:"La rivolta del saggio"

Se pure interrotto da un terremoto che devastò la città e costrinse il duca a sospendere i lavori per un decennio per occuparsi della ricostruzione, il progetto prevedeva a quanto pare, la trasformazione di questo immenso recinto di caccia in una città lacustre che, nell’intenzioni del duca, avrebbe dovuto far concorrenza addirittura alla Serenissima
E fu questo il motivo per cui questo insolito progetto fallì, fu giocoforza abbandonato ed affondò lì a poco nel fango semipalustre per sempre:l’intervento repentino di Venezia, la sua mano imperiosa
Ma questo qui non ve lo racconterò, rimandandovi al saggio molto intrigante dal quale ho tratto tutte queste notizie: “Il giallo della città perduta”(Il Mulino) di Francesco Ceccarelli, docente di Storia e Urbanistica moderna all’Università di Bologna.
Cito però una sintesi di poche righe affascinanti su questo “giallo”, tratte da un articolo di Panorama del 10-12-98, allora letto con grande interesse e sempre conservato:
“I porti della Mesola vennero interrati e una vasta landa semipalustre si estese davanti alle mura e alle torri fatiscenti. Tramontava la stagione del Rinascimento e le mura della Mesola erano ora ricoperte di rampicanti e di erbacce, il grande palazzo cominciava a sgretolarsi. Agli inizi dell’Ottocento quello che restava fu abbattuto e la foresta cancellò per sempre le ultime tracce del sogno ambizioso di Alfonso,”
Non vi ricorda. questo scenario, qualcosa?
Non vi vengono in mente le atmosfere e i vuoti scenari di abbandono di De Chirico e di alcuni altri neometafisici tra tutti quelli citati e analizzati da Sgarbi nella sua Lezione XIX (precisamente: Carrà, Savinio, "il multiforme, surrealista fratello di De Chirico," Fabrizio Clerici, "punto di congiunzione tra la prima e la seconda avanguardia metafisica e surrealista," Gentilini, Gnoli, D’Assia, Usellini, Stanislao Lepri. Leonor Fini, Parmeggiani, il russo Eugene Barman, Gaetano Pompa, Foppiani, fino all’ultimo, al sopravvissuto di quella splendida stagione, Carlo Guarienti)?
Ma al nocciolo del mio discorso io non sono ancora arrivata: ho preceduto fin qua bordeggiando un po' al largo, a velatura ridotta, senza mai smettere tuttavia di scrutare ed ammirare i contorni della costa misteriosa che, via via si disvelava ai miei occhi, ora strambo e mi dirigo verso un punto preciso della spiaggia, rosea e appannata ancora in lontananza

Carlo Carrà
Ceccarelli ci dice di aver scoperto che il misterioso progetto della Mesola s’intrecciò con i più misteriosi sentieri della poesia…. primo indizio: sul frontespizio di un registro dei conti per il pagamento degli operai, appare la citazione dei primi versi del Canto VI dell’Orlando Furioso, quelli che descrivono la magica isola di Alcina, stranamente riconoscibile nella Mesola, col suo castello incantato in mezzo ai boschi circondati da una muraglia che racchiude fiere ed animali selvatici.
E ci ricorda anche che, proprio in quel periodo, Torquato Tasso, da poco dimesso dall’ ospedale di Sant’Anna, compone un madrigale in lode della Mesola e, parlando dell’opera di Alfonso, dice che il duca la volle per “ad imitazione degli antichissimi principi, i quali edificarono la città (di Ferrara)”.
Perché il duca del Tasso, colui che gli offrì rifugio e protezione negli anni del declino psichico, è proprio lui, Alfonso II.

Girolamo da Carpi:"Alfonso IId'Este"

Fantasmi del Rinascimento, quindi, forse più tangibili perfino delle chiese e dei palazzi che il Rinascimento lì aveva prodotto, vagavano ancora nell’aria, per le strade, nelle rarefatte atmosfere invernali della Ferrara prefascista e dei suoi dintorni nel 1916, all’epoca in cui De Chirico e la prima avanguardia vivevano e passeggiavano in quei luoghi.
Fantasmi del Rinascimento risalivano alla superficie nella loro opera e nella loro psiche da quel meraviglioso substrato che percorre sotterraneamente i secoli e sempre enigmaticamente riaffiora…. E nella loro metafisica, anche… e si fondevano armoniosamente con le poderose interferenze che il Surrealismo, trionfante, trasmetteva da Parigi.

Carlo Guarienti:"Paesaggio"

Io vorrei ora affondare nella parola che Sgarbi usa, per De Chirico e per gli altri: “neometafisica” - essa, chiaramente sta per “nuova metafisica” - ed, affondando, vorrei risalire alla metafisica del Rinascimento e del Tardo Rinascimento, che Ferrara e non certo solo Ferrara mirabilmente produsse tra il quattro e il cinquecento.
Vale davvero la pena nuotare così in profondità sulla scia di “armoniose e amorose corrispondenze”!(Per me, poi, è d’importanza vitale, perché da tre anni sto tentando di scrivere un romanzo su questo argomento e mi trovo attualmente in una situazione di stallo.)
La metafisica rinascimentale e tardo rinascimentale si riallaccia a sua volta a Plotino e al neoplatonismo e quindi a Platone.
Ma non voglio essere troppo pesante e pedante ed imporre pure a voi le mie ricerche e riflessioni su queste antichissime filosofie e il Rinascimento.
Mi limiterò allora a citarvi e segnalavi brevi stralci di critica d'arte come fossero tracce, piccoli indizi da seguire lungo la pista in cui mi sono avventurata

Giorgio Morandi

Sgarbi definisce il realismo magico un realismo geometrico, uno schema mentale, un ordine ella mente assoluto, quasi platonico”
Di Enrico D’Assia, scrive che “… nel rappresentare sogni archeologici, di un’archeologia che può essere quella greca come quella egizia e che porta ad una dimensione mediterranea, assolata, distante, in cui però tutto è astratto, tutto è pensiero puro, tutto è riflessione sul mito”
Del “sopravvissuto” Carlo Guarienti scrive che “… egli diventa pittore di geometrie, geometrie mentali che sono anche dei solidi, il cubo, la sfera, la piramide, ma con riferimento sempre ad una realtà sensibile, concreta, un sogno che non è mai indistinto, confuso con elementi di mostruosità che contraddicono l’esperienza razionale”
Platone dunque, attraverso Plotino e attraverso il Rinascimento magico, sognante, furiosamente neoplatonico…
L’accenno di Sgarbi alle mature “mostruosità” del Guarienti mi ha fatto subito venire alla mente le famose “grottesche” che, imposte come moda da Raffaello, furoreggiavano nel cinquecento (derivate anch’esse dall’antichità classica)
Queste grottesche, come ogni manifestazione artistica del tempo, avevano un preciso significato filosofico: esse ubbidivano alla legge degli opposti, erano allegorie del disordine del mondo che all’ordine, secondo la visione neoplatonica, si oppone.
Inoltre secondo le intenzioni degli artisti che le crearono, esse, tenebra del mondo, dovevano rivelare per contrasto l’armonia sublime infusa dal creatore all’intero universo. Ad esse era infatti attribuito il potere magico di rigettare i demoni dell’inferno e cioè i demoni dell’animo umano in quanto, essendo appunto mostri, cioè specchio dei demoni, non amavano specchiarsi ed erano portati a riflettere il male che rappresentavano all’esterno (della stanza, del palazzo ove erano stati dipinti o scolpiti, ad esempio.)

Carlo Guarienti

Il Rinascimento e il tardo Rinascimento furono l’epoca in cui la scienza e la filosofia della magia raggiunse il suo massimo culmine e splendore per subito dopo, precipitare rovinosamente e divenire, nella percezione dei più, ciò che essa certo non era allora, se si pensi al fatto che Giordano Bruno e Tommaso Campanella ne furono tra tanti altri i più importanti rappresentanti.
Tale caduta fu soprattutto opera dei razionalisti del XVIII e XIX secolo, i nostri più diretti antenati, che la classificarono e la percepirono da quel momento per ciò che, ancora oggi è opinione comune essa sia e cioè un ammasso di ricette e metodi derivante da una concezione primitiva, non scientifica, della natura
Sto riportando adesso il pensiero di Ioan Petru Gulianu, storico delle religioni, nel suo “Eros e magia nel Rinascimento”( Universale Bollati Boringhieri).
Senza addentrarmi troppo in questo affascinante argomento, ne voglio citare, in chiusura, solo due stralci dal primo capitolo:
“ .…la magia di cui ci occuperemo in questa sede è una scienza dell’immaginario.
Al suo massimo sviluppo, raggiunto nell’opera di Giordano Bruno, la magia è un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive. Vi si può riconoscere non solo il lontano antenato della psicoanalisi, ma anche e soprattutto, quello della psicosociologia applicata e della psicologia di massa.
In quanto scienza di manipolazione dei fantasmi, la magia si rivolge in primo luogo all’umana immaginazione…”
Io ho finito; non mi resta che chiudere questa lunga serie di nessi e connessioni, interdipendenze, interferenze o, se proprio vogliamo,“contaminazioni”, con un’ultima “corrispondenza armoniosa” e poi ciascuno, se vorrà e come vorrà, tirerà le somme, le sue somme
Cito ora semplicemente da Internet le sintetiche definizioni che vengono fornite alla voce: “Realismo magico”:
“Realismo magico (o realismo fantastico) è un termine che può essere applicato sia alla letteratura che alle arti visive e alla pittura in particolar modo.
In letteratura distingue un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto altrimenti realistico. In pittura si rifà ad una visione lucidamente attonita del reale…”
“… Obiettivo principale degli esponenti di questa corrente è ottenere una rappresentazione realistica del mondo e della vita quotidiana attraverso visioni distorte, sospese, attonite e quasi allucinate di essa. I tratti di questa corrente sono precisi, curati nei particolari e definiti geometricamente nello spazio; lo scenario è immobile, incantato, appunto quasi magico. “
“Vittorini e Morandi, e così Carrà e De Chirico, vogliono rivelare una verità di fondo e fondativa dell’essere in sé e negli esistenti.”


Giorgio de Chirico:"Mistero"








lunedì 17 ottobre 2011

Piccolo Retablo erotico personale

Eugene de Blaas: "The Water"



Roland Barthes per iniziare ad analizzare:
“Oltre all’accoppiamento (e al diavolo l’immaginazione!), vi è quest’altro abbraccio, che è una stretta immobile: siamo ammaliati, stregati: siamo nel sonno, senza dormire; siamo nella voluttà infantile dell’addormentamento: è il momento delle storie raccontate, della voce che giunge a ipnotizzarmi, a straniarmi, è il ritorno alla madre. In quest’incesto rinnovato, tutto rimane sospeso: il tempo, la legge, la proibizione: niente si esaurisce, niente si desidera: tutti i desideri sono aboliti perché sembrano essere definitivamente appagati. Tuttavia, nel mezzo di questo abbraccio infantile, il genitale si fa sentire; esso viene a spezzare l’indistinta sensualità dell’abbraccio incestuoso; la logica del desiderio si mette in marcia, riemerge il voler prendere, l’adulto si sovrappone al bambino e, a questo punto, io sono contemporaneamente i due soggetti in uno: io voglio la maternità e la genitalità (L’innamorato potrebbe definirsi un bambino col membro eretto: tale era il giovane Eros)”

Caravaggio: "Amor vincit omnia"

Già… lupus in fabula… Eros, il Dio che si venera, oggi, soltanto nei musei (qualcuno avrà poi spiegato chi era realmente questo tizio ai nostri liceali?) Eros…
“Di nuovo Eros che spezza le membra mi sconvolge, / dolceamara, invincibile creatura…” grida Saffo e poi cede ad un frantumato lamento che non è solo dolore e rimpianto ma perversa voluttà di ricreare, nel ricordo,il piacere perduto:
“ … che bei momenti abbiamo vissuto/ con molte corone di viole/ e di rose…/ e accanto a me posavi il tuo capo/ e molte ghirlande di fiori/ intrecciate attorno al collo delicato … / … e di unguento profumato,/ di brentio … / cospargevi i capelli e di reale … / e su di un letto morbido/ la delicata … / placavi il desiderio…”


Fernand Khnopff: "Des caresses"

Antichissimo vizio erotico oltre che sentimentale, dunque questo,(al diavolo- direbbe Barthes - le presunte innumerevoli colpe del Romanticismo in materia!) e che, molto, molto spesso appaga più del più completo appagamento sessuale.
2600 anni dopo, infatti, Costantinos Kavafis ci… mi gratifica dello stesso sottile erotismo vissuto come ricordo:
“Corpo, ricorda non solo quanto sei stato amato/ non solo i letti dove hai giaciuto/ ma i desideri, anche,/ brillanti, chiari per te negli occhi/ che tremavano nella voce – da qualche/ ostacolo casualmente impediti./ Ora che tutto ormai è nel passato, pare/ che in qualche modo a quei desideri/ tu avessi ceduto – come brillavano,/ ricordalo, negli occhi su di te fissi;/ e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.”
E ancora: “Mirra e delizia della vita m’è il ricordo delle ore/ in cui trovai la voluttà come la desideravo/ e la trattenni forte. Mirra e delizia della vita/ a me che disdegnavo ogni piacere dei consueti amori.”
Poi, o meglio “prima” (cronologicamente), c’è, per me, Verlaine che, con toni e ritmi svariati e sempre impeccabili, alterna, in materia, molte delle sue tante anime: la patetica, la francamente oscena, calda e succosa alla Villon, alla Rabelais, la cinica molto o vagamente birichina, in cui da bravo decadente arriva a godere del rimpianto di un passato addirittura non vissuto:
“Come un volo strepitoso di uccelli eccitati/ su di me s’abbattono tutti i miei ricordi,/ s’abbattono sul fogliame giallo del mio cuore/ che rimira il suo tronco piegato d’ontano/ nello specchio viola dell’acqua dei Rimpianti…”
“Cosce grosse ma affusolate/ tenere e ferme di sotto,/ sopra sode eppure dolci, / muscolose e pienotte/ così buone da baciare/ di là da dove si partono/ bianche più di una rosa tea,/ dei pensieri la miglior parte…”
“Bruna ancora non avuta/ io ti voglio quasi nuda/ sopra un sofà tutto nero/ in un boudoir tutto giallo, / come s’usava nell’anno/ milleottocentotrenta…”

Manet: "Olympia"

Segue Garcia Lorca, signore assoluto dei miei più vividi sogni tenebrosi:
“… La sera folle di fichi/ e di caldi rumori/ cade svenuta sulle cosce/ ferite dei cavalieri./ E angeli neri volavano/ nel vento d’occidente./Angeli con lunghe trecce/ e cuori d’olio d’oliva.”
“La sua luna di pergamena/ Bella suonando viene/ S’è levato vedendola/ il vento che mai non dorme./ San Cristobalòn nudo,/ pieno di lingue celesti,/ guarda la bambina che suona/ una dolce piva assente./ Ragazza, lascia che alzi/ il tuo vestito per vederti/Apri alle mie dita vecchie/ la rosa azzurra del tuo ventre./ Bella getta il tamburello/ e corre senza fermarsi./ Il vento maschio l’ insegue/ con una spada calda./ Il mare aggrinza il suo rumore./ Gli olivi impallidiscono./ Cantano i flauti di penombra/ e il liscio gong della neve./ Bella, corri, Bella/ che il vento ti prende, il vento satiro!/ Guardalo da dove viene!/ Satiro di stelle basse/ con le sue lingue lucenti…”


Klimt: "Adamo e Eva" (particolare)


Poi, ecco irrompe Whitman, come una sferzata d’aria pura e cantando il futuro e abbracciando le schiere di quelli che lo amano e lo abbracciano e lo ameranno e lo abbracceranno in futuro, nei secoli che seguiranno (e io, tra loro), spudoratamente canta “il corpo elettrico”…
Walt Whitman, fulvo e leonino come un Giove Pluvio, come Wotan in persona che discenda dal cielo ed inceda sull’erba, che, all’ottavo verso tuona: ”E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe?”E poi ancora canta con toni mitici e ritmo incalzante la forma femminile, dalla quale “… un nembo divino esala dal capo ai piedi/ attrae con una fiera, irresistibile attrazione…”:
“ Io sono spinto dal suo respiro come se non fossi niente, più che un vapore indifeso, tutto scompare fuorché noi due,/ libri, arte, religione, tempo, la terra solida e visibile, e ciò che ci si aspettava dal cielo o si temeva dall’inferno, ora sono consumati,/ folli filamenti, ingovernabili germogli che ne promanano, altrettanto ingovernabile la reazione,/ capelli, petto, fianchi, gambe, che si piegano, mani che cadono in negligente abbandono, come le mie/ riflusso colpito dal flusso e flusso colpito dal riflusso,/ carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente male,/ getti d’amore senza limiti, caldi ed enormi, tremante gelatina d’amore, biancofiorito, delirante succo,/ notte d’amore dello sposo che dura sicura e dolce sino all’alba prostrata,/che ondeggia fino al giorno compiacente e docile, / perduta nella fessura del giorno che abbraccia ed ha tenera la carne./ Questo è il nucleo – dopo che il bambino è nato di donna, l’uomo è nato di donna,/ questo è il bagno della nascita, questo è il fondersi di piccolo e grande, e lo sbocco di nuovo./ Non vergognatevi, donne, il vostro privilegio racchiude il resto ed è l’esito del resto,/ voi siete i cancelli del corpo, voi siete i cancelli dell’anima…”


Gustav Vigeland: "Kos"


Col nuovo secolo che giunge, Lawrence gli fa eco e, in “ Lei mi diceva proprio così”, scolpisce l’uomo in amore - sé stesso ed insieme, l’archetipo eterno – nelle parole vere o presunte di una donna, la sua più amata amante, Frieda Weekley:
“… Perché ti vergogni?/ Quel pezzetto di torace che esce/ dall’apertura della camicia, perché/ lo copri? Perché non dovrebbero le tue gambe, le tue buone, forti cosce essere/ ruvide, piene di peli? Io sono/contenta che siano così./ Tu sei timido, sciocco, tu sciocca,/ timida cosa. Gli uomini sono le più timide delle creature, non usciranno mai dai loro/ rifugi. Come un serpente che scivola nel suo letto di foglie morte, tu ti affretti dentro/ i tuoi vestiti. E a me piaci così!/ Diritto e netto e tutto d’un pezzo e il corpo/ dell’uomo, uno strumento così, una picca, come una spada, e come un treno, una gioia/ per me!” Così lei appoggiava le sue mani/ e le premeva sotto i miei fianchi/ così io cominciavo a meravigliarmi/ di me stesso , a chiedermi che cosa ero./ Lei mi diceva:” Che strumento il tuo corpo!/ Singolo, perfettamente distinguibile/ da ogni altro. Che utensile nelle mani del Signore! Soltanto Dio poteva/ portarlo al compimento della sua forma./E come se la sua presa, lavorandoti,/ ti avesse scavato, scavato/ questa scanalatura nei tuoi fianchi,/ impugnato sotto il petto e portato/ all’essenza della tua forma/ più sottile di un vecchio, dolce, consumato/ archetto di violino./ ….”“… Ma, qui, ora,/ è gioia che sento/ Dio sa che cosa sento, ma è/ gioia. Guarda, tu sei netto, ben fatto, unico:/ io ti ammiro così, sei bello,: questa netta/ curva dei tuoi fianchi, questa fermezza, questa/ secca modellatura./Vorrei morire piuttosto che avergli fatto/ del male con uno sfregio./ Desidero afferrarti come il pugno/ del Signore, ed averti…”
Ecco, grazie all’artificio retorico di questo visionario che fu anche grande scrittore e poeta (Lawrence), nel mio teatrino erotico personale irrompe il punto di vista femminile e mi porta a sviscerare un aspetto poco dibattuto dell’erotismo, ma essenziale per una donna quale io sono: il fatto che, dopo Saffo, che del resto, a parte il leggendario amore senile per Faone (di cui non resta frammento), era notoriamente lesbica, dopo Saffo, dicevo… c’è il vuoto.


Bernini: "Estasi di S.Teresa" (particolare)


L’immaginario erotico femminile per secoli si è nutrito di riflesso dell’immaginario erotico maschile: le donne hanno imparato a godere - ed anche molto - del godimento da loro stesse suscitato nell’uomo e di tutti i relativi apparati e corollari di esso, a cominciare dalla loro stesso corpo via, via dipinto, descritto, cantato, mitizzato, demonizzato, eccetera, eccetera, fino alle vesti, agli orpelli, ai complementi che lo abbellivano, per i quali l’uomo amava manifestare interesse feticistico.
Questo compiacente identificarsi con la rappresentazione erotica del proprio stesso corpo esposto è una caratteristica culturale squisitamente femminile (che conduce al narcisismo ma non nasconde necessariamente tendenze omossessuali come troppo spesso si tende a credere, oggi).
Quando poi le donne cominciarono finalmente a poter far sentire la loro voce e a lasciare testimonianza in forma per lo più poetica e pittorica, si era nel cinquecento e dominava il petrarchismo, in letteratura, il soggetto religioso,in pittura.
A parte qualche rarissima eccezione che riesce a sconfinare in territori proibiti: la Gentileschi coll’evidente sadismo erotico delle sue teste tagliate, Gaspara Stampa con alcuni versi, ove il focoso temperamento le prende la mano per scardinarne il sentimentalismo ed i preziosi equilibri del verso rinascimentale (”Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto/ Piangerò, arderò, canterò sempre!”), si deve arrivare all’ottocento, nel cuore stesso del Romanticismo, nel tempo in cui solo il più trito sentimentalismo poteva far perdonare, in una donna, la pericolosa potenzialità della manifestazione artistica, per trovare una voce femminile in cui riconoscerci, una voce che parla per noi tutte, mute da secoli, e freme di intensa, devastante pulsione erotica; la voce di Emily Dickinson:
“Notti selvagge - notti selvagge!/ Se fossi con te/ queste notti selvagge sarebbero/ la nostra voluttà!/ Futili - i venti -/ per un cuore in porto :/ niente più bussola,/ niente più carta!/ Vogare nell'Eden -/ Ah! il mare!/ Se potessi ancorarmi/ stanotte in te!”
“Mio per la legge della candida scelta!/ Mio per sigillo regale!/ Mio per il segno della rossa prigione/ che le sbarre non celano!/ Mio qui, nella visione e nel divieto!/ Mio per l’abrogazione della tomba./ Confermato, intestato,/ delirante contratto!/Mio mentre fuggono le epoche!”
E’ ormai assodato che i vittoriani, molti vittoriani almeno, acuirono allo spasimo le loro percezioni erotiche a causa della situazione repressiva del tempo, ma è altrettanto certo che questa donna, questa poetessa che visse, isolata, una vita solitaria nella più sperduta provincia americana, esprime forse per la prima volta la forza e l’originalità dell’erotismo al femminile.


Joanna Chrobak:"Notturno"


Dopo, io scelgo Colette: sensuale, leggera, ironica, cinica e scatenata nella sua scrittura sciolta e dirompente, la sua – grande – scrittura che, secondo i detrattori e gli invidiosi, “sapeva di sperma” ( leggete “Cherì”, leggete il superbo cameo della Bella Otero, ormai vecchia, in “Il mio noviziato”!)
Scelgo lo stanco disincanto erotico della Sagan (oggi completamente fuori moda) e Angela Carter soprattutto, la sarcastica cuciniera di favole, una delle poche che abbia interpretato al femminile l’inconscio, il corpo, l’erotismo, la sessualità:
“… la bambina scoppiò a ridere, sapeva di non essere il bocconcino di nessuno. Gli rise in faccia, gli sfilò la camicia e la gettò nel fuoco, tra le ceneri dei suoi stessi vestiti. Le fiamme danzavano come anime morte nella notte di Santa Valpurga e le vecchie ossa, sotto il letto, presero ad agitarsi e a far rumore, ma la bambina non ci badò.Incarnazione del carnivoro il lupo si sazia solo di carne innocente.Lei gli permetterà di appoggiarle l’orrido capo sul suo grembo e gli pulirà il pelo dalle pulci, ubbidendo al comando, come in una notte di nozze tra selvaggi.La tormenta si placherà.E si placò. La tormenta, lasciando le montagne sporche di neve, come se una massaia cieca vi avesse disteso sopra i lenzuoli, e i rami alti dei pini duri di calce bianca, scricchiolanti, carichi di neve.Luce di neve e di luna, una confusione di impronte sul terreno.E quiete, tantissima quiete.E’ mezzanotte; l’orologio batte le ore. E’ Natale, il giorno dei lupi mannari; la porta del solstizio è spalancata; che ci sprofondino pure tutti quanti dentro! Guardate come dorme tranquilla nel letto della nonna, tra le braccia amorevoli del suo lupo”

Gustave Doré: "Cappuccetto rosso"


E poi? Poi, le donne hanno ormai imparato faticosamente a muoversi e ad esprimersi su questo affascinante terreno minato, ma troppo spesso ricalcano l’antico modello passivo -riflessivo o, all’esatto opposto, scrivono in materia, così come oggi si usa schiamazzare come reclute in libera uscita, davanti a culturisti che si spogliano la sera dell’8 marzo.
Del resto, in un epoca storica come la nostra, in cui si susseguono i proclami che annunciano morti eclatanti: della Natura, di Dio, della religione, del marxismo, del capitalismo, della storia, persino del calcio inteso come sport, la morte dell’erotismo è sotto gli occhi di tutti, la mercificazione consumistica del sesso incombe, la generale, deprimente tendenza al nudismo, è ormai un fenomeno sociologicamente accertato e, dulcis in fundo Barthes ci ricorda che ”…il tributo morale decretato dalla società per tutte le trasgressioni, colpisce oggi la passione più ancora del sesso...”
E tuttavia io credo che l’erotismo che piace alle donne sia ancora quello passionale.

Leonor Fini: "Sfinge su fondo arancione"

Chi mi ha seguito fin qui merita un premio, una poesia di tutto rispetto e scelgo quella di una poetessa americana della mia generazione.
Erika Jong, ai tempi ormai mitici dei figli dei fiori e sotto l'influsso, credo, del grande vecchio del sesso, Henry Miller, produsse poesia dionisiaca, nel solco di quella, grandissima, di Lawrence e di Whitman:
“Questo è il lungo tunnel del desiderio./ Ha le pareti umide di baci/ umide & rosse come la tua bocca profonda,/ piene & succose come la tua lingua avida,/ calde come la tua pancia contro la mia/, profonde come il tuo ombelico dolce,/ morbide come il tuo uccello sopito che si sveglia, / strette come le tue gambe che avvolgono le mie,/ dritte come le dita dei piedi puntate verso il letto/ mentre sali sopra di me & affondi il cazzo duro/ nel lungo tunnel del mio desiderio,/ seminando sogni & speranze insopportabili,/ ricordi del futuro,/ visioni chiare del passato tortuoso;/ mi insegni a vivere nel tempo presente/ con il trapassato prossimo e il futuro incerto/ improvvisamente certo per certo/ nel lungo tunnel del mio vecchio desiderio/ che prima finiva sempre/ e adesso comincia & comincia ancora/ con te, con te, con te.”

Klimt: "Bacio"

Fata Morgana

Tales of Camelot Mais la soeur du Roi Morgan le Fay maitresse de reflets et illusions
"Tales of Camelot ... Mais la soeur du Roi,Morgan le Fay,
maitresse de reflets et illusions..."
(Collage e manipolazione digitale)



Fossi stata Morgana la fata...
- ascolta, se lo fossi stata almeno solo un poco -
avrei appeso il tuo caldo cuore ad un albero
ai tempi in cui tu ancora avevi un cuore.
Ad un albero della foresta lo avrei appeso,
mio amore,
il tuo vecchio cuore di amante...
E, se lo fossi stata sul serio,
Morgana, dea, fata, strega che dissero,
la tua spada amore,
la tua spada, fiore della tua vita,
la tua spada,
fulcro & implacabile specchio
della tua virilità implacata,
avrei rubato per sempre
e col cuore purpureo nascosto
nel fondo più fondo del bosco
oltre i segreti sentieri del possibile
& i baratri dell' impossibile,
oltre le paludi di viltà e disincanto,
amore mio,
oltre la nebbia
che sempre perde ogni passione umana
e, nella nostra acre battaglia,
non io, non tu,
nè alcuno avrebbe perso:
io avrei tessuto quest'ultima illusione.



Per entrare nel set "Tales of Camelot" di magalibobois su Flinckr, clicca su questa miniatura:
'Tales

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ERRANTI IV: Il convento: Conoscenza


Il convento


Era un ottobre dorato con notti fredde e giornate luminose. Risalendo il pendio verso il convento a piccoli passi strascicati, Flaviano risaliva con la memoria fino ad un ottobre più antico e a un tempo passato.
Era un vecchio, adesso e godeva di uno degli ultimi piaceri della vecchiaia con intatto entusiasmo, come un bambino che si racconti favole nel buio notturno. Quella sera, però, era stanco e triste: avvertiva in pieno tutta la banalità’, tutto lo sconforto della sua vita presente, della decadenza dei tempi e del convento che gli era toccata vivere e subire, aggravata dalle miserie fisiche e morali del corpo che invecchiava e della mente che sempre più spesso si intorpidiva,
Arrivato all’angolo diroccato del muretto, che un tempo aveva protetto i lavatoi, si sedette e si lamentò piano. Un vecchio lamentoso, ecco che cosa era diventato, un vecchio come tanti che viveva di ricordi e cominciava anche, qualche volta a smarrirsi nei labirinti labili della memoria. Così sia, si disse e cercò di trovare la giusta rassegnazione.Un poco ancora, e poi tutto questo sarebbe finito. Pochi tramonti ancora – chissà quanti gliene restavano? Si chiese con fredda curiosità – e si sarebbe affidato infine alla misericordia del Signore Gesù e tutti i suoi dubbi, forse, e i suoi peccati gli sarebbero stati perdonati.Si rinfrancò, riprese il suo cammino nella bruma azzurrina della sera.
Più in alto, sopra di lui, la campanella già suonava per il Vespro. Si era bagnato i piedi tra le erbe dell’acquitrino ed ora sentiva quasi freddo .Un brivido gli risalì lungo la schiena. Scosse la testa sconsolatamente, guardandosi attorno.
Così, a poco a poco, le colture erano state abbandonate, l’erba era cresciuta alta nei viali, le foglie marcivano sotto gli alberi; le acque, scorrendo, avevano trascinato terra e sassi a colmare i canali e il letto del torrente, finchè si erano distese in stagni putridi.
Eppure, ancora vivido nella memoria, riemergeva il ricordo dei giorni assai diversi che ivi erano stati: giorni di alacre attività, di ordinata, tranquilla fatica, scandita dai ritmi di una natura ridente e curata e alternati, secondo la regola, a preghiera e a studio e a vivaci, ardite discussioni che allenavano la mente a comparare fede con filosofia per comprendere al meglio la parola del Cristo.
Eppure lì aveva vissuto Marcello Clemente, impugnando con tenace dolcezza lo scettro del comando e tutte le loro vite armoniosamente aveva formato, allevandoli come figli suoi, nell’amore, nella libertà intellettuale, nel reciproco, amorevole rispetto, nella pace… E tutto questo gli era riuscito in tempi di astiose turbolenze religiose, per quanto, quello, fosse stato, in fondo, ancora tempo di pace per l’Impero, l’ultimo tempo di pace… e loro non lo sapevano.
E come avrebbero potuto sapere ciò che aveva in serbo il futuro per loro? E chi, di loro, avrebbe potuto allora concepire il crollo improvviso del mondo civile, la catastrofe dell’Impero, così pericolosamente vicina, oltre la porta del secolo nuovo?
Certo, era stato detto: ”Questo mondo perirà nel fuoco e nel sangue” ed anche: “Piomberà dall’alto su di te, o Roma, il meritato castigo del cielo.” Lattanzio aveva scritto che il nome di Roma, che dominava il mondo, sarebbe stato cancellato e Tertulliano non aveva tuonato contro l’Impero e previsto la fine? Ma chi avrebbe pensato realmente possibile potesse cadere nella polvere - e cosi’ presto - l’Urbe antichissima, ombelico del mondo? Chi non si era sentito orfano, alla notizia tremenda, incredibile? Chi non aveva pianto?
I cristiani, storditi, si erano perfino avvicinati ai pagani e questi avevano pianto con loro e gli eretici tutti si erano uniti a quei pianto dolente… ma, poi, le annose dispute e gli odi insuperabili non avevano tardato nuovamente ad opporli tutti, gli uni agli altri, e ancora più aspramente avevano ripreso a scagliarsi maledizioni reciproche. Con in più un’accusa inedita ed atroce, sulle labbra: lo sfacelo stesso di Roma e dell’Impero.
Se per i primi, infatti, la giustizia di Dio aveva colpito, in Roma, ogni possibile male, per gli altri era stata per colpa dei cristiani che la fine del mondo era venuta a stroncare l’Urbe orgogliosa e quell’Impero che si pensava eterno e chiamavano topi, i cristiani, che, avendo impunemente rosicchiato ed aperto le falle, ora se ne fuggivano stridendo, e la nave affondava.
Ripercorse la serie infinita di drammi di cui lui stesso e, con lui, tutta la sua generazione sventurata, era stato testimone: la minaccia costante dei Persiani, che avanzavano ormai, di anno in anno, incombeva dall’Oriente, Blemmi e Nobadi, risalivano dalle sabbie dei deserti e sempre più Ara-bar giungevano dal sud misterioso a ricongiungersi con i loro consanguinei Sabei e Nabatei; ma era dal nord che giungevano le notizie più incredibili: Quadi e Sarmati in Pannonia, Valente ucciso ad Adrianopoli e la battaglia perduta… gli spaventosi Unni straripati nell’Illirico ed era solo l’inizio.
Quando, in terra d’Egitto, si seppe delle orde che, la notte di Capodanno, avevano dilagato oltre il limes, passando sul Reno ghiacciato, era ormai autunno inoltrato. Più di dieci anni erano passati dalla morte di Teodosio e l’Impero si era nuovamente spezzato: l’oriente, ad Arcadio, ad Onorio, l’occidente.
Il Priore, Lucino Punico in quegli anni, li riunì per pregare. Si accesero tutte le candele e si cantò con fervore. Nulla di più tremendo poteva capitare, ma, tuttavia, ancora una tenue fiamma li sosteneva : si sperava in Stilicone Ma quando, quattro anni dopo, - morto, ahimè, il fiero Console che Teodosio aveva voluto come genero - giunse quella nuova inaudita che l’Urbe, l’Urbe che resisteva al lungo assedio dei Goti, era caduta, tutti tacquero a lungo, come annientati, prima di volgersi singhiozzando alla preghiera. E intanto le navi dei profughi avevano avuto tempo di giungere e i loro affannati, racconti d’orrore di spargersi in ogni angolo della provincia fino al remoto convento.
Quando anche la Spagna infine fu perduta e si iniziò seriamente a temere per l’Africa e per l’Egitto, l’ ansia, come un’onda del mare, dilagò a sommergere tutta la regione e le violenze di Donatisti e Circoncelloni, parvero allora poca cosa in confronto di quello che su di loro, miseri, stava per precipitare.
Ogni epoca ha le sue Apocalissi, pare insegnino, con desolato scetticismo gli Accademici, ma questa fine del mondo li aveva in un primo momento lasciati in uno stato tale di annichilimento morale, che, questo, quasi impediva loro di comprenderne appieno l’entità e le implicazioni. La Parousia, la Parousia, infine, che, sola, avrebbe giustificato tutto ciò, ebbene, essa non era arrivata; neppure questa volta, nel dolore, il Cristo era tornato sulla terra e loro, poveri uomini, smarriti tra le rovine del mondo, avevano continuato a non capire.
Fu il limpido insegnamento di Plotino che venne allora in suo aiuto a sostenerlo e ne cercò e ne volle condividere le tesi. Solo attraverso una rigida disciplina – aveva detto il filosofo - l’umanità, precipitata nel baratro, pervenuta all’infima tappa della sua immane caduta dal cielo, poteva ambire a risalire gradualmente verso la luce. Si poteva sperare, dunque?
Ripensò ai compagni di allora che, nel tempo, la morte si era presi o la lontananza. Quanti erano stati quelli che erano andati via? Li rivedeva allontanarsi a piccoli gruppi, alcuni ciarlando per farsi coraggio, altri, cupi, silenziosi, a volte in coppia oppure soli, aggrappati ad un bastone, e le figure del ricordo, come pure i volti che essi avevano avuto, nella luce che scemava divenivano sempre più evanescenti, e, alla fine, svanivano come fantasmi, inghiottiti dal buio.
Ora i monaci rimasti erano soltanto in quattro e a lui, Flaviano, era toccata in sorte governare quella superstite famiglia in tempi penosi di dissoluzione. E tutto ciò che era stato sembrava, a volte, essere soltanto un sogno.Ma quel cenobio che Pacomio aveva voluto, avrebbe resistito nello spirito del suo fondatore, che era stato soldato, e avrebbe custodito, nel buio di un mondo declinante, una piccola lucerna di fede e di speranza; come uno scoglio avrebbe affrontato l’urto dei marosi e di venti di tempesta, finchè, un giorno, forse, sarebbe rinato.
Qui Flaviano provò un senso di vertigine perchè il futuro non era più per lui – lo sapeva – e, nell’immaginarselo, si smarriva.
Risaliva. Era ormai a due passi dal muro del convento. La preghiera del Vespro, la cena, il riposo nel silenzio notturno avrebbero fortificato il suo animo inquieto; quella notte, prima del sonno, avrebbe filato la trama di ricordi, riannodato i fragili fili che lo legavano ad un giorno lontano e, ancora una volta, addentrandosi nei meandri dell’anima, avrebbe rivissuto.



Conoscenza


Era quello un ottobre dorato, con notti fredde e giornate luminose. Le mattine scintillavano sui piccoli orti del convento e, alla sera, il cielo era pieno delle grida delle cornacchie.
I monaci operai, nove o dieci in tutto, e lui con loro, parlottavano lavorando all’annuale ripristino dei canali d’irrigazione e le loro voci eccitate non riuscivano a nascondere una sorta di vaga inquietudine. A tratti, si guardavano alle spalle come se qualcuno – e chi mai, in quell’angolo sperduto della provincia egiziana? – come se “qualcosa” fosse lì a spiarli e i più giovani tra loro si divertivano come fanciulli a giocare il gioco della cospirazione chè, in fondo, fanciulli non erano più da troppo poco tempo..
Così infine i fratelli anziani avevano deciso; così, dopo giorni e giorni d’intensa preghiera e innumerevoli riunioni di libera discussione e confronto, la difficile decisione era stata presa e, quella notte stessa, la giara sarebbe stata sotterrata da tre o quattro di loro. Restava solo da sapere chi costoro sarebbero stati e chi soprattutto si sarebbe sentito di accettare.Il precetto d’obbedienza, in questo caso particolare, non poteva certo essere invocato dal padre Priore – su ciò erano tutti d’accordo – così che ciascuno di loro avrebbe avuto modo di offrire o non offrire la propria robusta collaborazione.
“Certo” aveva detto Amodio Antonino “Non tutti loro potevano rifiutare quella responsabilità e lasciare che se la sbrigassero quegli altri poveri vecchioni, alcuni pure traballanti e rattrappiti nelle ossa, o il padre Priore stesso che, per quanto ancora sostenuto dal fisico di ferro e dalla volontà tenace, si diceva avesse da poco superato la bella eta di ottantadue anni!”
E lì aveva guardato con una certa arietta di superiorità, per non dire ironico disprezzo, Filippo e Montago, i due che, tra di loro, avevano dato voto contrario.
Costoro, nell’imbarazzo, abbassarono lo sguardo, ma Amodio sapeva essere generoso anche se oltremodo caustico: “Se una cosa era certa, in quel groviglio di dubbi e di incertezze,“ - già motteggiava ridendo - “…era che, a S. Pacomio, il clima dolcissimo o la vita tranquilla o il vivace spirito di ricerca intellettuale, ivi voluto e coltivato dal Priore o tutte queste cose probabilmente assieme congiuravano ad accrescere la longevità dei monaci! Sicchè, anche loro, chissà quante ne avrebbero viste e subite, di cose strambe, in futuro, prima di giacersene in pace, “specula saeculorum”, nella cripta da poco ampliata ed imbiancata!”
E la cosa “stramba” a cui indirettamente gli era piaciuto alludere era - lo capirono subito tutti - la discussa, ohimè, quanto discussa, famosa Pastorale di Atanasio, piombata sul convento come un fulmine, nel bel mezzo dell’estate e portante, in calce, la data della Pasqua precedente:.
“Cinque mesi erano gia’ trascorsi. Era tempo di agire. - aveva detto il padre Priore - ed eccoli lì, loro, i “giovani” del convento, che in teoria avrebbero dovuto essere i più aperti alle novità dei tempi, dopo infiniti ragionamenti e altrettanti ripensamenti, eccoli ancora a discutere sul come e sul chi e sul se.” aveva continuato l’incontenibile Amodio.
“ Se fosse stata una saggia decisione, quella a cui si era infine approdati il giorno precedente, al termine di una lunga e accidentata votazione, questo, secondo lui, soltanto i posteri lo avrebbero saputo! E, tra di essi, colui che, tra gli uomini venuti dopo di loro, avrebbe avuto la ventura di scoprire ciò che essi, nascondendo, avevano voluto conservare per i tempi futuri. Sempre che fosse quella la volontà del Signore e la giara, che quella notte avrebbero faticosamente sotterrato, dovesse un giorno essere riportata alla luce.”
“Le novità dei tempi…” aveva scandito nuovamente Amodio “Le cosiddette novità dei tempi…”aveva ripetuto ancora, calcando la voce sul ”cosiddette”.
Poi, sbadigliando vistosamente, si era sgranchito le braccia muscolose che allenava, un tempo, nella migliore palestra di Alessandria, ed ora manteneva nei lavori degli orti e specie in quello, suo prediletto, del giardino,
Con ciò, considerando chiuso una volta per tutte lo spinoso argomento, aveva ripreso a dragare il canale di scolo e gli altri, in un curioso silenzio, l’avevano imitato.
Ironia della sorte - aveva pensato Flaviano, allontanandosi dal gruppo per andare a sostenere gli argini con un nuovo muretto- Le “cosiddette” novità dei tempi, come appunto le aveva definite ironicamente Amodio, erano apparse a tutti, anche ai piu’ incerti e superficiali di loro, come un regresso rispetto a quel già quasi mitico passato di cui tanto avevano sentito parlare e riparlare.
Passato recente, tuttavia, che i racconti dei monaci più anziani e i ricordi del padre Priore particolarmente, tanto spesso rinnovavano per loro. Racconti fascinosi, quasi come quelli sulla vita di Nostro Signore, ascoltati con sempre nuovo stupore perchè rinsaldavano in loro la fede e il senso di appartenenza alla comunità.
Riflettendoci, parve a Flaviano che essi confermassero in pieno il sospetto che i loro tempi “nuovi” stessero divenendo, rispetto agli altri appena passati, assai più chiusi e gretti ed era questo che Amodio, con le sue arie di finta noia e voluta noncuranza, aveva cercato di suggerir loro, Amodio, di loro, senz’altro il più perspicace e versato nell’arte della critica, nonchè della dialettica e dell’ironia.
Del resto, bastava ricordare quelle meravigliose, vecchie storie. Il padre priore l’aveva detto e rammentato instancabilmente ai fratelli più giovani, molti dei quali non erano ancora nati quando… “L’entusiasmo, come fresco vento di mare, aveva spirato su tutte le terre dell’Impero e pervaso il mondo affinchè conoscessero e, dopo aver conosciuto, cercassero di capire come e perchè fossero miracolosamente cambiati la vita degli uomini e l’animus del tempo.”
L’ abate, aveva quasi trent’anni quando Costantino, “ visto nel cielo il segno del Signore”, nel segno della croce sbaragliò Massenzio a Ponte Milvio.
Convertitosi, pare, l’anno dopo, l’imperatore aveva amnistiato tutti i cristiani, ponendoli sotto la sua diretta tutela, cosicchè il mondo conosciuto era divenuto libero per loro, e, con loro, il cuore del mondo aveva palpitato, espandendosi come in ampio respiro.
Era stato allora, ricordavano i vecchi monaci, che i cristiani, quasi attoniti, avevano guardato a quel tempo incredibile ove avevano avuto in sorte di vivere, e molti avevano pianto di gioia e infinita riconoscenza per il sangue dei fratelli martirizzati che tale miracolo aveva reso possibile, anno dopo anno, secolo dopo secolo – il sangue di tre secoli di rinnovate persecuzioni! – affinchè il terreno fosse alfine reso fertile ed il Regno di Nostro Signore, detto il Cristo, avesse inizio.
Era stato allora che Marcello Clemente, colui che per più di trent’anni sarebbe poi divenuto il loro amatissimo abate, , aveva avuto la sua personale illuminazione e, sbigottito dall’inaudita conversione dell’Augusto, come Paolo aveva trasformato radicalmente la sua vita tormentata in qualcosa di sereno e compiuto, una costruzione armonica che permettesse finalmente al suo animo assetato di verità e giustizia, di dilatarsi all’unisono con il cuore del mondo; e ciò senza rinnegare, tuttavia, il dubbio costruttivo, la volonterosa epinoia, come egli amava chiamarla, ma anzi, da esso muovendo a piccoli passi verso una ritrovata fede cristiana, respirata tra le braccia materne e poi smarrita, nella tumultuosa giovinezza, in molteplici, avventurose, sterili ricerche.
“Fu allora che, come me,” – e qui, l’antica voce commossa di Marcello si arrochiva e ciononostante riusciva ugualmente a raggiungere la mente di Flaviano disteso nel suo letto, nella sua piccola cella, nel suo monastero invaso dalle erbacce, nel suo “altro” tempo di decadenza - ”… come Pacomio stesso, il mio caro maestro, ... tanti altri seppero, all’improvviso di credere nel Cristo con naturale semplicità ed infinito sollievo; le angosce annidate nel profondo dei cuori insoddisfatti erano sembrate sciogliersi come ghiaccio al sole, incertezze e delusioni, tormentosi fardelli che pesavano su tante anime inquiete, erano svanite: le parole del Cristo si erano diffuse mai come prima, sulla terra, mentre le tante testimonianze della sua vita, apertamente discusse e comparate in liberi Concili, venivano a costituire un bellissimo mosaico, cangiante di colori, luminose sfumature, scintillii radiosi d’oro, di diaspro, di lapislazzuli cilestrino, a cui il popolo di Dio, potesse attingere ammirando, perchè… il colore del cielo era sceso sulla terra e gli uomini per la prima volta respiravano la celeste, pura aria del Paradiso e ne erano pervasi.”
Parole ispirate, - pensò Flaviano - parole di toccante poesia…
Dalla finestra gli entrava profumo forte di mentastra e un silenzio quasi fisico, lo avvolgeva in un bozzolo setoso e confortante.
La luna girava per il cielo.
Signora Iside, - volle distrarsi un attimo - bianca, eterea signora, tu che portavi, un tempo, dolce consolazione ai tormenti notturni, tu che… Si censurò subito, ma poi ci ripensò: alla sua eta’ poteva ben permetterselo! Il Signore dei Cieli, se pure, per un attimo, si fosse distolto dalle Sue degne occupazioni per abbassarsi a leggere in quel suo vecchio, stupido cuore un po’eretico, ne avrebbe capito la giocosa intenzione, l’amore pure per tutte quelle cose, siano esse animate o inanimate, reali o irreali, non importa, finite, perdute, dimenticate, ma che sono comunque state amate e non possono per cio’ stesso, non aver contenuto in se’ un barlume - solo un barlume, Signore - di luminosa bellezza.
Piccolo demone, - corresse con tenerezza - tu che non sei dovuta fuggire con gli altri dai vecchi santuari incendiati, stridendo come un pipistrello spaventato, perchè voli e plani alta nel cielo e sei specchio di luce…
Parole di un vecchio tuttavia, - non potè impedirsi di ammettere, riprendendo il filo del pensiero interrotto - un vecchio che aveva intensamente creduto nella Parousia ed, anno dopo anno, aveva aspettato…
In quanto al mosaico d’oro e di pietre dure, - rifletteva con amarezza - l’immagine era splendida, non per niente degna di uno che, prima di farsi monaco, si era occupato di antiquariato, ma Marcello Clemente sapeva, non poteva allora non sapere come questo, purtroppo, non rispondesse per niente a verità, ma fosse un sogno, il suo sogno.
Marcello che aveva lottato tutta la vita per costruirlo, lui, questo mitico mosaico, fragile opera d’arte incastonata nella quiete, nell’isolamento dell’alto Egitto, nel convento che Pacomio stesso aveva voluto, oasi di tolleranza, di ricerca, di pacato confronto in un epoca di dilagante fanatismo. Marcello, la cui formazione neoplatonica non aveva mai cessato di trasparire sotto il saio e sotto la croce del Cristo; partendo da essa e grazie ad essa, anzi, era stato traghettato sulla sponda cristiana con tutto il peso della sua intatta onestà intellettuale, della sua speranza di giustizia, della sua fede in un senso ultimo delle cose.
Marcello che ben sapeva, anche se, davanti a loro, non aveva mai apertamente voluto ammettere, e per questo aveva eluso gli ordini ed era riuscito ad opporsi segretamente al vescovo Atanasio. L’ esito della votazione, che comunque aveva voluto si svolgesse, era ben prevedibile, infatti. Il suo carisma personale, la dolce autorevolezza che traspariva in ogni suo conciso, pacato discorso e particolarmente in questo che tanto gli stava a cuore, la chiara, precisa esposizione delle ragioni che sosteneva, non potevano che convincere un consesso costituito da giovani monaci in lui adoranti, e da vecchi compagni di strada, spesso di conversione, come lui delusi, nel fondo alla loro anima religiosa, dalle infinite, irrazionali contraddizioni del secolo, che avevano sperato, mitissimo, perfetto ed ultimo della Storia.
Quei pochi che avevano dato parere contrario, fragili anime tormentate e un poco vergognose della pochezza del proprio coraggio, timidamente si erano raccolti attorno al solo, reale avversario di Marcello, “per ironia della sorte unico a lui legato da vincoli di parentela. - sussurravano gli osservatori superficiali - “No anzi, proprio per questo.” - correggevano i più smaliziati - suo cugino Luciano.
Di questo si era trattato in sostanza ed ancora oggi, con tanti anni trascorsi, e quasi tutti gli attori di quella singolare commedia scomparsi, si trattava… in quanto si poteva ancora - lui, Flaviano, poteva ancora - modificarne, ben lo sapeva, l’esito: Luciano contro Marcello. Pomo della discordia: l’ integrità della biblioteca del convento, la salvezza delle tante, antiche testimonianze e interpretazioni della vita di Nostro Signore Gesù fin dai primi tempi dopo la Sua morte terrena e della Sua Resurrezione, e la salvezza delle loro anime pure.





Approfondimenti:



http://it.wikipedia.org/wiki/Vangeli_apocrifi




I primi monaci egiziani 

L’Egitto è stato il primo paese in assoluto a veder nascere e fiorire in modo spettacolare il monachesimo, che da qui si è poi irradiato in tutto il mondo, fenomeno dovuto in parte al fatto di sfuggire le persecuzioni, rifugiandosi nel sempre vicino deserto, e in parte a sincere convinzioni e aneliti ad una vita più contemplativa, di preghiera e il più possibile vicino al Signore. Il monachesimo si è sviluppato in Egitto fin dall’inizio del III sec. per la vita eremitica o anacoretica di S. Paolo di Tebe (ca. 228-347) e di S.Antonio del deserto (251-356) e per quella cenobitica di S. Pacomio (ca.286-346), quest’ultimo primo redattore di regole monastiche (cenobitiche) che, tradotte da S. Girolamo, serviranno come base a S.Benedetto. Da ricordare, che alla sua morte, egli aveva già fondato nove conventi maschili e due femminili; la sua opera fu continuata dai discepoli
Teodoro e Orsiesi, i monasteri si moltiplicarono in tutto l’Egitto e intorno al 400 si contavano già oltre 5.000 monaci. Da rammentare anche l’opera di S.Giovanni Cassiano (360-435) che, dopo aver soggiornato in Egitto per circa quindici anni, fondò a Marsiglia due monasteri la cui influenza segnò profondamente il monachesimo occidentale. Si racconta che i primi eremiti scegliessero come dimore delle antiche tombe d’epoca faraonica che disponevano di cellette vicine per i sacerdoti dell’antico culto funerario. Pare che il primo a stabilirsi definitivamente nel deserto orientale sia stato S.Paolo di Tebe che vi si recò all’età di 16 anni e vi rimase fino alla morte. Ma il vero iniziatore o promotore del monachesimo fu S.Antonio, il quale fondò una comunità nel luogo in cui oggi sorge, a 60 km dal Mar Rosso, il monastero che porta il suo nome al di sopra del quale, alle falde del monte Qulzum, vi è la grotta nella quale si ritirò per allontanarsi ancora di più dalle “distrazioni del mondo”. Grazie agli esempi dei Santi citati, in poco tempo sorsero numerosi monasteri soprattutto sulle sponde del Nilo (Hermopolis Magna-Ashmounein, Hierakonpolis-Minya, Crocodilopolis-Fayoum), alcuni sfruttando le tombe faraoniche abbandonate (Lycopolis-Asyut, Panopolis Akhmim). Altri luoghi di ritiro sorsero a Hermonthis-Ermant, Latopolis-Edna, Edfou e Assuan.
Contemporaneamente si formarono alcune comunità anche nello Wadi el-Natroun (Scete), una depressione poco a sud di Alessandria a metà strada tra questa città e Il Cairo. Oggi troviamo qui 4 famosi monasteri: Deir Abou Makar o Monastero di S. Macario, da lui fondato verso il 335-340; Deir Amba Bishoi o di S.Bishoi, da lui fondato verso il 345; Deir es-Souriani o Monastero dei Siriani, fondato nel VI sec. e così denominato dal fatto che fu abitato da monaci siro-ortodossi, che già si trovavano nella regione dal IV sec., fino alla fine del XVII sec. e Deir el- Baramous o dei Romani.
Quest’ultimo è con molta probabilità il più antico dei quattro essendo stato fondato verso il 330 e il suo nome deriva dal fatto che i due figli dell’imperatore d’occidente Valentiniano I - Massimo e Domiziano – si ritirarono a vita ascetica entro le sue mura. Dopo la loro morte, le celle da essi abitate vennero denominate “dei romani” o “Ba-romeos” da cui “el-Baramous”. In questi ultimi 50 anni, dopo i molti “secoli bui”, a partire dall’anno della conquista araba dell’Egitto (641), il monachesimo, come del resto la Chiesa copta in generale, sta rifiorendo sotto l’impulso dato da Abba Teofilo ( 1989), superiore del Monastero dei Siriani, dal Papa S.Cirillo VI (1959-1971) e dall’attuale Papa Shenouda III. Il monachesimo è tornato ad essere una realtà importante dell’Egitto; numerosi monaci, di cui la maggioranza ha terminato gli studi universitari (medici, ingegneri, giuristi, archeologi), vivono principalmente nei monasteri dello Wadi el-Natroun e del Mar Rosso, perpetuando così la tradizione dei padri del deserto, mentre le monache sono concentrate al Cairo. Parallelamente al grande sviluppo monastico, venne fondata, verso il 180, dal vescovo di Alessandria Demetrio, la scuola di catechesi (o Didaskaleion), la prima in assoluto del cristanesimo, dalla quale uscirono alcuni fra i più rinomati teologi e filosofi tra i Padri della Chiesa; ricordiamo qui Panteno (il suo primo rettore), Clemente di Alessandria (discepolo di Panteno), Atenagora, Eracle, Dionigi il Grande ed Origene, ammirato
quale “padre della teologia”. Quest’ultimo (185-253), il cui nome significa letteralmente “nato da Horus”, è ritenuto lo spirito più brillante dell’antichità cristiana; il suo insegnamento mirò ad inserire la Rivelazione cristiana nelle grandi correnti del pensiero dell’epoca per mostrarne la superiorità ed avvicinare ad essa gli intellettuali. Numerosi furono anche coloro che vennero attratti dal Didaskaleion e vi compirono gli studi o vi
insegnarono, come San Basilio il Grande, Gregorio il Taumaturgo, San Giovanni Crisostomo (ca. 347-407), San Gregorio di Nazianzio, San Girolamo e lo storico Rufino. Oltre alla teologia, s’insegnavano fisiologia, medicina, astronomia, musica e lingue.
Da non dimenticare l’invenzione della prima scrittura per ciechi, a caratteri in rilievo, dovuta a Didimo (251-356), cieco dall’età di quattro anni, che fu rettore di detta scuola, e della definizione del sistema per il calcolo della data di Pasqua, stabilito verso il 260, sotto il papato di Dionigi (247-264), dal matematico Anatolio. Questa regola, che fissa la Pasqua alla domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera, è stata poi ripresa da tutto il mondo cristiano.

tratto daCenni Storici sulla Chiesa copto-ortodossa di Alessandria d'Egitto, a cura di Aurelio Balbis 
foto: Monastero di S. Antonio il Grande, in Egitto.















"Come si spenge una sigaretta"; Poesiola estemporanea ispirata & dedicata a G. G. (& a Jean Gabin)


 





















Sei molto cinico
sei molto romantico
sei molto alla Prévert
Ti vedo tra nuvole di fumo
- è nebbia o è il fumo della sigaretta?
O è qualche chiatta a vapore
che fuma, invisibile, dal fiume?-

Una sirena getta in lontananza
l'urlo triste della solitudine
Ti vedo che te ne vai:
ti allontani sul lungosenna
Sul lungosenna
lucido & malinconico
Sul lungosenna
desolato & deserto
Ti allontani da un'ombra
Ti allontani da Lei

Alla luce di un fanale
intravedo il tuo cappello floscio
che è chiaro
naturalmente
ma in quella luce fievole,
fantasticamente falsa
- falsa come la vita! -
diventa giallo
giallo come un uovo
-come un uovo alla coque!-

Giallognolo
è pure il tuo impermeabile
in questa luce screanzata
Quell'impermeabile spiegazzato
Quell'impermeabile usurato,
ammaccato & malmenato dalla vita
Quell'impermeabile
irrimediabilmente vecchio
- anzi vintage -
& stretto
come l'amore
Quell'impermeabile dejà-vu
come il bel tempo che fu

Quell'impermeabile che ho tanto amato
Amaro come la piega delle tue labbra
Splendente come i tuoi rari sorrisi
splendidi nel grigio della nebbia
Umido e bagnato come il tuo bacio

Quel tuo bacio che non ho mai avuto
Quel tuo bacio che ho sempre sognato
Quel tuo bacio desiderato
concupito
immaginato
Quel tuo bacio emblema dell'amore,
deluso & illuso,
dell'amore che non esiste
o forse dell'amore che non esiste più

Quel tuo bacio...
- avvinta nella tua stretta,
tra il fumo della sigaretta
della tua desolata sigaretta -
quel tuo bacio caro & raro

- Caro mio!
Caro Gabin
è davvero l'ultimo!
Questa volta è finita
E' finita come finisce la vita
così come per niente
quasi distrattamente
come si spegne una sigaretta
ed è fatta.-









Battute celebri nella nebbia


Jean Gabin & Michèle Morgan:

- "Dove vai?"-

- "Mah... Non lo so." -

- "Allora andiamo dalla stessa parte." -

Jean Gabin & Michèle Morgan:

- "Un uomo e una donna non possono capirsi.

È impossibile: non parlano la stessa lingua." -

- Forse non possono capirsi. Ma possono amarsi." -

Michèle Morgan a Jean Gabin:

- "Ogni volta che spunta il sole si spera che succeda qualcosa di nuovo, qualcosa di bello...

E invece il sole va a dormire, e noi pure..." -

Michèle Morgan e Jean Gabin:

- "La gente si ama." -

- "No, la gente non si ama: non ne ha il tempo." -

Michèle Morgan a Jean Gabin:

- "Non puoi immaginare come sto bene quando sono con te: respiro, mi sento vivere.

Dev'essere così quando si è felici." -

Jean Gabin a Michèle Morgan:

- "Che vuoi? Quando una donna è giovane, bella, e vorrebbe vivere, è come un uomo che voglia essere libero: gli sono tutti contro, come tanti cani" -


mercoledì 16 febbraio 2011

Riflessi sull'acqua


Riflessi sull'acqua

Spezzati, ritorti messaggi
sull'acqua,
riposti ritratti
di morbidi mondi sommersi.
Riflessi.
Un vuoto che attira,
un pieno che espande e dilata,
un liquido specchio che finge,
che stinge i colori di cieli violenti,
di case sbiadite, di acido verde
di gente smarrita
a volte delusa, a volte ancora sognante,
attoniti sguardi fissanti
riflessi sull'acqua..





Per entrare nel set fotografico "Colori di Venezia in inverno" (magalibobois su Flinckr), clicca su questa miniatura:
Il lenzuolo fucsia

Palermo: riflessi della villa Garibaldi (piazza marina) in uno specchioPalermo: riflessi della villa garibaldi (piazza marina) in uno specchio 2Ritratto in uno specchio (Assisi: Fiera medioevale) Riflessi in una pozzanghera  1Riflessi in una pozzanghera 2Riflessi sull'acqua: grigio e lillaRiflessi sull'acqua: blu petrolio e turcheseRiflessi sull'acqua: rosa e blu riflessi & papera...Riflessi  nelle botteghe d' antiquariato di Spello con self-portraitRiflessi sui vetri 1Riflessi sull'acquaRiflessi sull'acqua: verde, rosso e turchino CanaleRiflessi sull'acqua: grigio e rosain barca...riflessi barocchi in una finestra...Riflessi  in una finestra medioevale (Palazzo Abbatellis - Palermo)... della seggiola...
Inganni & riflessi , un set su Flickr.