Translate

domenica 17 ottobre 2010

"Erranti" V ( Eresia - Fosca)


Eresia


“E la giara?”
Fu Montago che all’improvviso articolò in chiare lettere e con chiarissima voce, seppur in pessima pronuncia - era del luogo e testardo nei suoi errori di greco per giunta. - quelle due parole che sempre più spesso ossessionavano le notti e i giorni di Flaviano, sicchè in un un primo momento gli parve di essersele immaginate o che fossero, esse, uscite direttamente dal suo cervello ed alitassero lì, come lo Spirito Santo, impalpabili ma tuttavia ben visibili sopra le loro teste calve, chine sulle scodelle.
“Blasfemo! Stupido e blasfemo!” - si ingiuriò un attimo dopo - “E’ così, raccontano, che il peso della colpa fa immaginare all’assassino la propria vittima ergersi in carne ed ossa a lui d’innanzi, e così si svela…” - ragionò con feroce amarezza – “Ma io, io che assieme a quegli altri morti non ho voluto assassinare le verità del pensiero degli uomini, di tutti gli uomini, Signore, io che colpa patisco che giunga a torturarmi così come una Furia Oreste?”
Ma nel contempo qualcuno o qualcosa gli sussurrava dentro: “Lo sai, lo sai benissimo che quella fu una colpa, colpa di disobbedienza come quella d’Adamo… “
“Atanasio non era Dio!” - Urlò dal profondo dell’ anima sua come risposta, e fu, quello, un soprassalto della sua antica, ribelle irruenza - arroganza? - di gioventù che a quanto pare ancora sussisteva in qualche angolo remoto della sua mente.
Ma tuttavia non poteva non ammettere a sé stesso di stimare quel vescovo che il popolo d’Egitto ardentemente amava, e di ammirarlo per il coraggio non comune, per la tenacia, il rigore con cui aveva lottato contro Costantinopoli fin dagli ultimi tempi di Costantino, sventando le trame dei numerosi nemici che ipocritamente, per motivi meramente politici, sostenevano Ario e gli ariani - Per diciassette anni era stato in esilio! - nè poteva nascondersi quanto sottile e logica fosse la sua difesa della fede trinitaria che egli, Flaviano, condivideva in pieno, così come lo stesso Marcello aveva fatto.
E ricordava le lunghe discussioni sull’ argomento spinoso, come Marcello cercasse di chiarirgli il significato reale dell’Uno e dei Molti trascendente, che armonicamente – diceva - coesistevano nella divinità e lo opponesse all’Uno e ai Molti immanente di imperatori ed ariani che, al Dio Padre, invece subordinavano il Figlio. E come ne sviscerassero assieme le implicazioni molteplici sicchè da esse emergeva l’idea di una coesistenza nuova e necessaria tra individuo e Stato, tra credente e Chiesa. - non aveva forse detto il Figlio, il Cristo, di dare dunque al Cesare ciò che gli era dovuto? - tale da garantire agli uomini quelle libertà che gli oppositori non potevano condividere, stretti com’erano tra gli angusti argini di un ideale tirannico, perchè infatti l’Uno immanente non poteva non assorbire i Molti.
Signore! Quando mai finiremo di scontare il peccato di nostra madre Eva che ci limita e ci schiaccia, vermi contro la terra, e rende vano ogni nostro anelito al cielo! Che si debba pagare sempre uno scotto! Che per concedere all’uomo spazi di libertà rispetto al potere imperiale, si debba, come Atanasio prescrisse, per sempre la libertà medesima affossare!
Ma intanto Montago col cucchiaio in mano era lì che da lui aspettava una risposta. Da lui solo dei quattro, giacchè Eufemio era ormai sordo del tutto e si astraeva, l’altro, Lamnis Teodato, era un povero stolto, laborioso e tranquillo. Chissà in quali crudeli vicissitudini aveva smarrito il senno chè a volte, se pur per poco, pareva rinsavire per piombare subito in un abisso di disperazione da cui emergeva stremato. Dai pianti, dalle frasi sconnesse si evinceva soltanto che era stato vittima, ennesima vittima in verità, di tormentosi dubbi interiori e di inaudita violenza Era stato donatista? Aveva, come tanti, inferito oltre che subire? Mai lo poterono appurare con certezza: seminudo e quasi in fin di vita, era stato raccolto nelle grotte prossime al convento in tempi successivi a quelli in cui, in quelle stesse grotte, la giara sigillata era stata sepolta, e Marcello - sarebbe morto di lì a poco - aveva voluto che il misero entrasse comunque a far parte della comunità.
Da quanto tempo aspettava, Montago? La sua faccia stessa sembrava un punto interrogativo, di cui il manico del cucchiaio sollevato costituisse la gamba, ma Flaviano non riusciva a quantificare lo spazio temporale che avevano occupato le sue divagazioni.
Gli doveva comunque una risposta e una risposta precisa, per farsi perdonare l’attesa, nè poteva scantonare come in fondo avrebbe desiderato, dicendo: “Che giara?“ e fingendo di non ricordare - era vecchio, erano tutti vecchi, ora. -
Ma non poteva. Lui era il Priore
“ Che dici? La giara è sotto terra a decantare come un otre di vino, lo dimenticasti?” rispose, poi si applicò con cura a sorbirsi il fondo della scodella: la minestra era venuta pessima - rape e cicoria, quel poco che si era raccolto e niente condimento. - tuttavia il calore del brodo rincuorava.
“Non ho dimenticato, no, Flaviano, e come potrei? E perciò ti dico: E la giara?
Ci ho pensato stanotte, sai, mi è apparsa e accanto era Luciano, Luciano che mi guardava mesto e diceva: "E la giara?”
Tu sai che fu peccato di disobbedienza. Ricordi? La Pastorale di Atanasio lo vietava e in seguito diventò pure reato. Volle Teodosio giustamente equiparare eresia a paganesimo ed ambedue estirpare. La parola dell’ Augusto è legge, anche in questi tempi bui di dissoluzione, e chi contravviene alla legge compie un reato.
Ma pensa soprattutto alla nostra anima immortale!
Peccammo con gli altri, ma ancora possiamo rimediare e salvarci, Flaviano, noi siamo ancora in tempo, noi due, e pure Eufemio con noi. Per questo mi è apparso in sogno Luciano, lui non voleva, ricordi? Ma Marcello s’impose e la nostra ignara gioventù fece il suo gioco. Gioco di superbia, ora lo comprendo: la sapienza dell’uomo, la ricerca, la conoscenza… Marcello era un filosofo – ammettilo - più che un vero cristiano come era stato Pacomio, o almeno, era un cristiano ben diverso dagli altri…
- Oh! Anch’io lo amai e non sai quanto, - ma penso, non posso oggi impedirmi di pensare, che forse egli era… eretico. Non come gli altri infami certo, egli era dolcemente, - come posso dire? - mitemente un eretico. Ed io… ero troppo giovane per capirlo allora anche se forse ne ebbi la percezione. Io veramente detti voto contrario - ricordi? - Avrò ben avuto quindi i miei buoni dubbi, le mie giuste incertezze, ma poi Amodio, Amodio, quell’ alessandrino presuntuoso, quel metropolita che ci guardava tutti dall’alto in basso perchè provinciali, Amodio mi fece vergognare sicchè, vergognandomi volli, volli avventatamente collaborare all’occultamento dei testi.
Peccai con gli altri dunque proprio come te, Flaviano.
Flaviano pensa… hai pensato che ancora potremmo disseppellire la giara? Certo non noi da soli, - ahimè, le forze per sempre ci hanno abbandonato! - ma il primo valido pellegrino che giunge ci potrà aiutare e potrebbero pure arrivarne due in coppia o tre, se il Signore ci assiste, e allora lo scavo sarà facile per essi, basta che tu lo voglia, che tu lo ordini... tu sei il priore.
Un bel fuoco Flaviano, un bel fuoco purificatore ci pulirebbe l’anima per sempre e il peccato di quei poveri morti forse si farebbe più lieve in Purgatorio… Dio! Che non siano essi in Inferno!”
Ansimava, la foga del discorso interminabile quasi lo soffocava e l’ansia che covava da tempo, non certo da quella notte e da quel sogno – pensò Flaviano – lo faceva pallido.
Tacque ed abbassò gli occhi sul piatto come per farsi perdonare le parole troppo concitate, la disarticolata veemenza della perorazione ma fremeva - era ben evidente - in attesa.
“ Luciano… Marcello… che dici? Pace ai morti sta scritto e tu invece li disturbi e ti arroghi il diritto di pensarli in Purgatorio o perfino all’Inferno? Sbaglio anzi, lì tu ce li metti tutti, i nostri compagni morti, tutti quelli che diedero il consenso nel voto - perchè di votazione si trattò non dimenticarlo! - tutti tranne Luciano, quel santo che dal Paradiso certo è sceso di notte a parlarti nel sogno. Tu vaneggi Montago. Calmati. E non avventurarti nel greco, tu storpi le parole!”
Ecco la suprema ironia della vita! - pensava frattanto - Eccomi avvocato difensore a perorare una causa in cui io stesso vedo le crepe, eccomi alle soglie della morte intento a costruire un edificio - pensò ancora, sviluppando quella metafora che gli era venuta spontanea alla mente e che gli era piaciuta - un edificio che forse un giorno a causa di queste fondamenta che innalzo, rosicate dal dubbio, - costruttivo, dimmi Signore, oppure distruttivo? – crollerà fatalmente. Ma che comunque io costruirò lo stesso perchè io perorerò la causa di Marcello, questo è certo.
E, riflettendo in tal modo, si mise a scrutare il povero Montago quasi con animosità così che quello, dopo aver tanto parlato, ammutolì del tutto non potendo comprendere come non fosse diretto personalmente a lui ma a quello che lui rappresentava per Flaviano in quel momento e cioè l’incarnazione fatidica di ciò che non era riuscito ad accettare nel corso di tutta la sua esistenza, il rigido assoggettamento dell’anima immortale, frammento di luce, ad una dottrina imposta dagli uomini.
Si rese conto Flaviano dell’equivoco penoso determinatosi tra loro e cercò allora di addolcirsi l’espressione del volto poi, sempre più a disagio per il penoso smarrimento dell’altro, - povero vecchio anche lui - quasi una nube che gli offuscasse lo sguardo, gli sorrise apertamente per rasserenarlo.
“Eretico? Sì, ammettiamolo pure un momento Montago, giacché mi accingo con vasta distesa d’argomenti a confutarti le tesi e i tormentosi dubbi, voglio concedertelo per beneficio d’inventario - ammettiamo che Marcello Clemente sia dunque stato un eretico, un “dolce eretico” come ti compiaci di concedergli, e ragioniamo… ragioniamo insieme come ai vecchi tempi. Rammenti Socrate? Eretico pure lui ma non sulla base di soli indizi, congetture, ripensamenti - scusami - senili come nel nostro caso, bensì dopo un legale processo, un contraddittorio, una sentenza nel nome di un popolo famoso nei secoli, quello di Atene… E allora?
Era dunque Socrate un eretico. Pericoloso per giunta per Stato e Religione. Taci… d’accordo, sì, mi correggo… falsa religione, ma pur sempre quella del luogo e del tempo, l’unica possibile in quel tempo, ne convieni? Al punto di obbligare i suoi giudici, dicevo… Aspetta, è irrilevante qui che fossero questi giudici corrotti o non corrotti! Insomma, essi gli inflissero la pena capitale, così ci narra Aristotele, e scagliarono sui millenni futuri questa palla infuocata, la parola terribile: eresia. E i posteri la raccolsero e, ahimè! la raccolgono ora, mai come prima.”
Qui fece una pausa e bevve per schiarirsi la voce. – Ah, schiarirsi del tutto il pensiero, fosse questo possibile! -
E intanto sogguardava intensamente il compagno fino al fondo degli occhi marroni un po' sbiaditi per non permettergli di svagarsi e tenerlo in piena soggezione. Non per nulla era stato anche attore - sorrise a quell’ altro sé stesso, secoli prima.- e ancora, anche se vecchio, se si impegnava, riusciva a rammentarne la tecnica e i segreti.
Montago aveva risollevato la testa e la teneva ora un pò sghemba di lato mentre col corpo oscillava sulla panca su e giù, con inquietudine. Ascoltava con attenzione tesa ma il discorso pacato ed i toni scherzevoli del Priore stavano cominciando a dar frutto e già egli si rilassava se pure inconsapevolmente. Aveva tentato le doverose obbiezioni finora solo nei sussulti del viso e delle spalle, ma la dialettica serrata di Flaviano le aveva rintuzzate ancor prima che potesse trovare il coraggio di metterle in parole.
Era stanco, era vecchio - “settantacinque anni, Signore! “-Sempre era stato fragile, introverso ed incline al rovello interiore, a un angoscioso senso d’inadeguatezza anche, che lo aveva reso infelicemente incerto tutta la vita ed ora più che mai che si vedeva vicina, tanto vicina, l’ora del gran viaggio e del pedaggio - non un semplice obolo sugli occhi e nella bocca! - che gli potevano chiedere per passare col peso dei peccati all’ altra sponda, alla sponda sognata, o invece non passare… e ne aveva timore.”
Tanto trasparenti erano le sue preoccupazioni che Flaviano riusciva a coglierne il filo dei dubbi e dei tormenti sul viso, gli leggeva nell’anima osservando; e lampeggiava in lui, nitida, una certezza: che, se quest’unico interlocutore valido gli era rimasto tra i tanti, morti o partiti, svaniti nella mente o in mistiche astrazioni dello spirito – Eufemio che, posto da Dio al di fuori del suono, nell’oblio di sé e di tutto, andava raccogliendo estatiche visioni in un libro - era stato solo per pungolarlo a definire una volta per tutte il suo pensiero, inchiodandolo sull’orlo della tomba ad una scelta precisa, ad un destino, - Dio sa se di salvezza o perdizione! - al fato quindi, al suo fato.
“Ma sbaglio, la parola è assai più antica” - riprese con malizia sconsolata – “Prometeo stesso ai primordi peccò per questa colpa. Contro gli Dei, primo eretico, diede il fuoco agli uomini, Montago: il fuoco, metafora fiammeggiante dell’ intelletto dell’uomo, dirompente anelito al conoscere, allo sperimentare, il principio del tutto per Eraclito, quel fuoco che tu proponi di appiccare alla carta dei libri, quella infame… il fuoco che purifica e discende dal cielo, purpurea emanazione della luce. Pagò questo sua colpa atrocemente e ancora paga secondo la leggenda che è narrata e si dice falsa, pagana, racconto per infanti quanto vuoi. anche illusoria se credi.
Ma ascolta: l’illusione è percezione distorta della mente, uno specchio deforme che riflette una realtà esistente. E illuminante a proposito ci giunge la voce di S. Paolo che disse: - ricordi? - “Per speculum et per aenigmitate... ”
E la fola si apre, Montago - essa si può aprire - così come si apre un baule, squinternato, lercio, vecchissimo, ereditato dal caso o da un parente sconosciuto, e… contiene un tesoro.
Prometeo il semidio incarna un impulso, una domanda eterna dell’uomo o, se vuoi, un’eterna eresia.
Anch’io mi metto a parlare per enigmi adesso per confonderti più ancora di quanto tu già non sia confuso - questo mi dicono ora i tuoi occhi tristi, Montago, - ma, comprendi, queste mie, queste parole sconnesse di vecchio non sono enigmi ma spunti che io porgo con passione come si porge una rosa bellissima da sfogliare, con spine che possono ferire… sta a te, al tuo intelletto da Marcello educato alla logica ma soprattutto all’intuito del tuo cuore sincero, ricavarne le debite conclusioni: ferirti con le spine pure, ma non lasciarla cadere.
Per Socrate, per Prometeo, per Marcello, per gli altri eretici nel tempo, a te, ligio alle leggi dell’uomo - oggi, Atanasio, Ireneo, Teodosio imperatore- io chiedo le attenuanti per la sentenza finale che imploro e spero sia d’assoluzione.
Perché, per quanto io sia Priore, non voglio forzare la tua volontà ma non posso nasconderti che non intendo bruciare quelle altre verità - o falsità, se vuoi- qui sepolte, nè voglio consegnarle al Patriarca di Alessandria, quel perfettissimo Cirillo, persecutore di eretici, di pagani e di ebrei, tantomeno a Scenute, quell’abate fanatico che istiga perfino l’assassinio di una donna, Ipazia, per vantarsi di aver distrutto con lei filosofia.
Voglio invece tentare di convincerti e per convincerti prendo su di me, fratello, la tua parte di colpa, se colpa verrà stimata in cielo, o merito, se merito sarà, mi arrogo la responsabilità finale della scelta operata cinquantatrè anni or sono in questo convento.
In quanto al resto, tu votasti, l’hai detto, con Luciano, stai dunque in pace: l’aiuto che tu desti nel nascondere, era dovuto.
La biblioteca resterà intatta, Montago, intatta, se pur in parte occultata sottoterra. E in essa, sigillate, dormiranno le parole proibite oggi dagli uomini, in testi scritti e trascritti nella tua lingua natale... parole che parlano di Verità, di Sophia, d’Authentikos Logos o tentano, se pur imperfettamente, di parlarne... parole che lottano per la conoscenza come soldati su un limes sempre fluido ed incerto e di cui io non riesco ad accettare l’annientamento prescritto, proprio come Marcello, l’eretico, che io ho amato, che tu anche hai amato.
Così nell’oscurità profonda della terra, nostra madre, serberemo le tesi di Tommaso, di Filippo, di Giacomo, Silvano, degli altri che vollero dar testimonianza della venuta del Cristo, perfino quella di Giuda, l’infame, il disperato, da sempre predestinato a tradire e a tradire per sempre.
Noi conserveremo i testi sepolti e sarà la volontà divina a deciderne le sorti: se le reputerà, Dio, pericolose, marciranno nei secoli, se al contrario penserà pericolosa essere una verità sola per tutti – ed io, Montago, seguendo i Cinici che già misero in guardia, spesso lo temo – l' onnipotente troverà il modo di svelarle all’uomo.
Noi conserveremo nel tempo, e il tempo scorrerà ed il tuo cuore e il mio - perchè anche il mio cuore ha patito tormento - si placheranno nel tempo, nel poco tempo che ancora ci rimane, perchè noi ottemperiamo adesso ciò che allora fu votato, perchè anche Luciano e i pochi suoi seguaci, e tu tra loro, accettarono quel voto.
E il tempo scorrerà ancora e noi saremo morti.
E il tempo continuerà a scorrere su di noi, morti e sui vivi che saranno, ino alla sua fine, fino a quando non giungerà fatale l’ora della Parousia e Lui tornerà sulla terra, come è scritto, e noi infine sapremo.”
Tacque, stordito dal suo stesso ardore. La foga del discorso lo aveva portato a dimenticare gli altri due fratelli quietamente seduti attorno al tavolo e già in ombra nel buio della sera che avanzava.
Nell’ombra percepiva che Eufemio, per una volta distolto da sé, lo guardava fisso e distinse il mormorio frettoloso di una preghiera. “Per chi prega? Per cosa? Che cosa aveva capito?” Avrebbe dovuto scrivergli più tardi il succo distillato del contrasto immane che li aveva sconvolti e sbattuti come vele in tempesta ché il vento lo aveva raggiunto fino alle alte sfere di luce dove si ritraeva, ma come scrivergli il suo chiuso tormento? E il dubbio? Il suo dubbio persistente?
Lamnis Teodato era immobile, impenetrabile come antica figura egizia, uno dei suoi antenati in affresco simbolico sulla parete di un tempio. Montago si copriva con le mani gli occhi. “Piangeva? Desiderava, come lui stesso a volte sprofondare nel buio e più non pensare?”
“Lamnis,” disse dolcemente ” accendi una lucerna, fa buio.”


Fosca


Quella notte fu Flaviano che sognò quello scrigno segreto di falsità e saggezza su cui ogni possibile certezza si incrinava ed andava infranta: la giara.
Ma a lui non apparve Luciano, che certo aveva capito di aver perso del tutto la partita giocata con Marcello e se ne era rimasto là dove si trovava in attesa di vedere cosa allo scrigno riservasse il futuro. Egli aveva - pensò Flaviano - tutta l’eternità forse a disposizione per appagare tale curiosità o forse no; e lui, Flaviano, l’avrebbe avuta da morto?
Ma per pura retorica egli si interrogava così perchè che i morti debbano sprecare, se pur in parte, la loro eternità per continuare a seguire le vicende del mondo, le lotte, gli infiniti paradossi, gli affanni dei vivi e perfino quelli delle cose lasciate non gli pareva davvero possibile se non in una assai riuscita, divertente rappresentazione teatrale dell’ al di là per far sbellicare il pubblico provinciale con la miscela, sempre felice, di comico e di tragico.
Sognava quindi e nel suo sogno la giara giaceva per terra dissepolta o non ancora interrata, e tutt’intorno si alzava una nebbia grande, non però sconosciuta, densa e violacea come nella piana d’ acque e di terre dove lui era nato, lungo il corso del Padus, lontano a settentrione.
Come accade in quei luoghi, la nebbia llividendo fluttuava in atmosfera di sogno.- Flaviano sognava sapendo di sognare- Vagando, in certi punti andava quella nebbia svaporando e, svaporando, si apriva in squarci di luce opaca e fu proprio in uno di questi vaghi squarci fluttuanti che gli apparve di spalle l’alta figura di Marcello che camminava curva, appoggiata al bastone.
Si voltò. Marcello si voltò e gli sorrise appena sollevando di poco gli angoli della bocca sottile e, come in vita, quel sorriso era tutto negli occhi soltanto ma riscaldava il cuore.
“Marcello…” - disse Flaviano - “Padre…” - e lo invocava piangendo.
Si accorse poi, con stupore, di essere stato afono e che, al posto della voce, era stato il pensiero ad invocarlo, il pensiero costante di una vita trascorsa sul percorso che lui gli aveva tracciato. Marcello Clemente, il vero, unico padre che avesse avuto perchè l’altro, quello suo naturale…
-“Non voglio, non debbo rammentarlo ora: perdonai allora tutto il male subito grazie a Marcello... ho perdonato tutto il male avuto da lui in eredità e fatalmente reso ad altri, tutto il male che ancora sto scontando. Che Dio abbia pietà di me e di lui!”-
E Marcello intanto lo scrutava pensoso nel cuore e, nel sogno, quel suo sguardo glauco era come fiamma azzurra del focolare di casa – ma quale casa per lui? – che si affievolisca dolcemente dopo aver divampato calda tutta una sera, e si va a dormire e c’è silenzio e conforto nel buio luminoso.
“Bene hai scelto, Flaviano” disse la voce antica e disse ancora:” La giara non è vaso di Pandora, ma sfinge sepolta che un giorno parlerà ponendo altri enigmi ad un uomo futuro, ad un altro Marcello, ad un altro Flaviano. Il convento di Pacomio resterà ma muterà il suo nome.” Poi si volse e riprese il cammino.
Non poteva raggiungerlo; lo guardava rimpicciolirsi sempre più nel chiarore biancastro che gli faceva da strada e, in fondo a quella, non vide ma percepì esservi stelle tenuissime nel cielo.
Chiamò. Fu inutile: la voce non gli usciva che fioca e Marcello era lontano, troppo. Lo perse.
Tornò alla giara: - ma si era mosso poi, o solo aveva guardato? - la giara era sparita ma lui seppe ch’era sepolta lì, sotto i suoi piedi, che lui n’era custode, e poi gli apparve Fosca.
Fu allora lui a sbandare nella nebbia alzatasi all’improvviso, ed ecco… in un attimo solo la nebbia era sparita: tutto era terso. nitido, più reale della realtà medesima.“Come nei sogni.” - pensò - “Aspetta, è un sogno, questo. Solo in un sogno posso io meritarmi questo questo, può capitarmi ancora tale grazia insperata. Sto per morire.”
E il paesaggio tutto intanto era mutato e, sotto un cielo smagliante, Fosca si ergeva sulla sabbia d’oriente come un’antica statua, drappeggiata di giallo su una spalla soltanto, sul braccio che mancava, come una statua antica dissepolta, Fosca.
Disse, Fosca gli disse una sola parola: ”Pace”, gli occhi scintillanti di lacrime, più fondi.
“Fosca mia luce” la chiamò nel sonno per una volta ancora, Flaviano, e fu l’ultima volta. Aveva avuto il perdono.




Approfondimenti: