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sabato 1 maggio 2010

"Erranti" III ( Gli attori - Chairas)




Gli attori

Era una piccola compagnia teatrale di guitti e di attori di strada, alcuni dei quali, in tempi neanche troppo lontani, erano stati abbastanza famosi, abbastanza ammirati, discretamente pagati oppure mantenuti da mecenati passabilmente generosi, altri… povera gente raccogliticcia venuta a rimpinguare, qua e là, quei vuoti lasciati dalle solite prevedibili diserzioni, le belle ragazze, le meno belle ma sfacciate, gli efebi dagli occhi troppo languidi, o da qualche morte: i più anziani, gli stremati, i più disperati... che non è morte in fondo diserzione suprema dalla carne?Tra essi, sbandati e vagabondi che ne sapevano di teatro ben poco o niente, di vita invece, tanto e ciò era anche meglio: niente arie e imparavano.
”Imparano” - diceva Artemidoro, l’impresario - ” in un batter d’occhio, mai migliore scuola di recitazione uguaglierà fame e necessità impellente di sopravvivenza, purché si abbia la voce, con la voce anche i cani randagi sarebbero ottimi attori!” 
E rideva. Poi però, riflettendo: ”Certo, c’è il mimo… ma quella è un’altra cosa, vi assicuro, per quello, per il mimo, signori, ci vuole arte, vera arte!”
Artemidoro rideva dì un riso aperto, sprezzante, Artemidoro parlava e parlava a gran voce, senza alcun ritegno, in eccessi di stridula, vorace sincerità, e scherniva gli altri e, con gli altri, sé stesso e il mondo intero e gli dei... non dimenticava certo gli dei e lì anzi era il grosso del suo divertimento! Ma egli sapeva anche ben mentire e con grazia e con eleganza innata e sussurrare parole dolci a chi amava o diceva d’amare, così che tutti ingannava con arte, vera arte. Come un grosso gatto spiritoso e maligno avanzava a balzi, saltellando alla sua età meglio di un giovane acrobata su un sentiero sempre scelto al momento, senza una meta precisa, senza uno scopo se non dei più prosaici e banali, campava la vita tenacemente aggrappato a quel guinzaglio feroce con cui essa lo sballottava senza pietà, ma si vendicava di quella puttana vituperandola forte. E, dietro di lui, che andava sempre avanti col piglio audace del condottiero che conduca alla guerra - Cesare in Gallia o Alessandro tra gli Indi - la sua compagnia sgangherata si andava trascinando lungo le piste calcinate dal sole del deserto siriaco cercando di raggiungere, oltre le rovine di Palmyra, un’oasi che dicevano abitata e, da lì, tagliare verso la costa per Antiochia.
Vaghe notizie, raccolte in Giudea, dicevano che Costanzo con la corte dovesse acquartierarsi là per l’inverno a raccogliere truppe perchè il suo Cesare, Giuliano, non gli aveva mandato quelle promesse dalla Gallia e i Persiani incombevano. Altre notizie davano per certa la ribellione del Cesare che pare si fosse proclamato imperatore, ma alcuni dicevano che erano stati i soldati ad eleggerlo, quelle truppe stesse che in oriente non erano arrivate.
”E quindi ancora lotte civili in vista, lo scannatoio continua su nelle alte sfere; dopo Magnenzio, dopo Gallo, a chi tocca adesso? E tutto con la scusa di non voler dividere l’impero! Ma dico, amici miei, ha un senso questo? Fino a quando quest’ impero ipertrofico potrà reggere l’incessante rodio e l’impeto dei nemici innumerevoli? L’aveva pur capito Diocleziano ma tutto quello che ha fatto l’hanno affossato quei generali ingrati. Per Costantino idem, e questa volta a dilaniarsi gli eredi del sangue, e che sangue, per Ade, sangue infernale!
Che ci svincolino, dunque, una buona volta l’oriente! Costanzo, Giuliano, che importa, saremo almeno per i fatti nostri.”
”Sempre meglio Costanzo per noi, Artemidoro “ parlava il solo Eugenio – gli altri, tutti zitti, per noia o soggezione - “dell’altro si sa poco.”
“Scampò alla strage di famiglia perché tanto malato e gracile, dicevano, da non minacciare di crescere e invece visse, vive e mi pare che, vivendo così, prometta bene. Di lui si sa quel tanto che basta per capire che se non appoggia i cattolici, egli non appoggia neppure gli ariani come te, mio caro, e come il tuo Costanzo; sembrerebbe equidistante dal groviglio di vipere dei preti di opposte fazioni che assediano l’Augusto, ma, mi chiedo, chi appoggia egli realmente? Lo dicono allevato in un convento e…filosofo e questo è in contraddizione.”
“Dicono che sia per i pagani, almeno lo dicevano”
“E allora, se quello che mi dici è vero, Eugenio, se quel Giuliano è tanto ingenuo ed audace, io, Artemidoro, Giuliano sosterrò per sempre o almeno, per molto! - il che, per un attore, è tanto! - Infatti, per gli dei morti da un pezzo io amo, non posso non amare una causa persa! Quando la trovo, io mi commuovo! E questa, questa vi assicuro, amici miei, è davvero persissima!
Ma intanto, o illustri attori, corriamo dunque ad Antiochia a riverire Costanzo affinchè, prima della brutta caduta, si allieti ancora un poco grazie all’arte nostra teatrale e ci sganci possibilmente qualcosa, così che questo nostro periplo di sciagura giunga alla fine e cessi questa vita amarissima! “
In effetti, da più di un anno ormai avevano lasciato Berenice, l’ultima sede decente in cui erano riusciti a condurre una vita a stento accettabile, ma almeno in un consesso civile. Imbarcandosi per Aelana, sull’altra sponda del mar Arabico, si erano avventurati per l’Arabia che "per quanto rinominata Palestina Salutaris da Diocleziano, di salutare non aveva nulla. Una scatola di sabbia arroventata, ecco che cos’era” - gemeva Artemidoro - “Poi via, sopravvissuti per qualche strano miracolo agli arabi, eccoci a battere le strade dissestate della Palestina vera e propria, terra abitata da gente ancora peggiore se possibile.”
In effetti abbandonato l’Egitto, tutta una serie di guai che sembravano non aver più fine erano caduti loro addosso senza speranza alcuna di remissione, così che ora, in Siria, procedevano lenti, storditi dal caldo, passivamente trasognati e rassegnati ai capricci del fato. C’erano del resto abituati da una vita di stenti crudeli e rare gioie, ma quasi tutte le donne si lamentavano ed era uno strazio ulteriore sopportarle: le donne…
” Le donne di teatro sono molto peggio di tutte le altre che già non scherzano per infamia!” andava ripetendo il piccolo Chairas, buffone, ed ammiccava sogghignando dispettoso a quelle, tra loro, non ancora abituate all’ eterno ritornello. Queste immancabilmente scattavano su come iene protestando e lo volevano prendere a calci, ma lui, ridendo. scattava prima e correva più lesto - non si sa come - sulle sue piccole estremità muscolose e mai riuscivano a prenderlo.
“Aline dalle lunghe gambe....  Sarapa e Serapia, gemelle intercambiali, fortunatamente disposte ad ogni fantastica dissolutezza; in piena dissoluzione invece la vecchia Teofania che, vi assicuro io che la conobbi giovane, era una donna formidabile sulle scene e nei letti! Tuttavia è ancora ottima attrice e forse tra le femmine, oggi,  la sola che mi rimane. 
Eccoti poi Anna Dionisia dalle folte sopracciglia, dai folti capelli, dal vello più folto di una capra; questa bruna creatura sta costantemente a rimpiangere i fasti di Antinopoli che per qualche sua oscura colpa, che non vi rivelerò ora ma più tardi, ha perduto per sempre… sua figlia Demos, un’infernale verginella ammiccante, più sconcia di una puttana vera, che ti adesca per vedertelo rizzare - ci riesce quasi sempre - e poi corre starnazzando a nascondersi dalla mamma, Ellis, oh Ellis dalla pelle d'ebano e dall fica azzurrina! La bionda Flavilla che fu l'amante di Alessandro Balas il costruttore, e poi più nulla per sempre... e chi ancora? 
Non voglio, non voglio ricordare quella demente di Cassis, che ha scelto d’ impiccarsi proprio nel giorno, nell'ora concessaci per la nostra unica rappresentazione da quei maledetti asini di Gerasa, e,questo solo per farmi dispetto, come se un impresario non potesse, Leucio, mi ascolti?, scaricare un’attrice della sua compagnia, quando lei l’ha stufato, e scaricarla sentimentalmente soltanto, perché tu sai, voi tutti ben sapete che Artemidoro è un signore prima di essere un attore e un impresario, ché, udite, udite… i suoi antenati furono proprietari di terre, notabili, perfino sacerdoti di Serapione, mecenati essi stessi tutti, e mecenate, anche se povero, mi ritengo anch’io. Io non abbandono i miei attori per strada anche se cani fra i cani!”
“Tralascia Artemidoro, tralascia il divagare e dimentica pure quella Cassis, che un nabateo se la sarebbe perfino sposata ma la sciocca decise invece fosse quello il momento di tirare le cuoia! Continua a enumerarle le nostre attrici, è così divertente! E Claudia? E il neo di Diotima, quel grosso neo lì, in basso, l’hai dimenticato? E le altre? Quelle che tagliarono la corda e quelle a cui, la corda, la recise quella certa vecchiaccia che tutti temiamo per cui ora stanno di… sotto? Rinfrescami la memoria, rammentamele come sai fare ché lo sai fare bene…”
Chairas rideva e si divertiva come un bambino del gioco di parole dell’altro, della sua scintillante logorrea di attore consumato e soprattutto di quella greve, fantasiosa sensualità di puttaniere con cui amava svilire la vera ossessione che aveva per le donne; E Chairas si beveva deliziato ogni tipo di favolosa oscenità sbucasse da quella bocca pettegola e arrogante e ne ammirava i toni caricati, i colori, gli odori che sapeva evocare, ché favola purtroppo erano quasi sempre per lui quelle crude, minuziose e stranamente poetiche descrizioni di femmine: erano ben poche infatti le donne che accettassero un nano e si facessero fare, spesso le meno seducenti, le perverse, le vecchie o le pazze dementi, per quanto qualche volta, anche a lui. Chairas, era capitato un colpo di fortuna e allora, nel ricordo, campava anni ed anni beato, quella Fosca ad esempio…
Sogguardò l’impresario quasi con sospetto nel timore che gli leggesse il pensiero e scoprisse il fatto: ora che se l’era presa lui, bisognava star bene attenti perchè era geloso e non perdonava le offese, ma quello intanto si era lanciato a dir male di Diotima e non gli badava. Urlava ch’era diventata grassa, altro che neo, che mai s’era vista, in una compagnia di teatro una grassona del genere, e come ingrassava poi? Dove si procurava il cibo che erano tutti mezzi morti di fame? Per gli Dei che non esistono è una cosa inaudita! E lui che anche questo doveva sopportare! Leucio rivelò di averla vista nel deserto, di notte che stendeva una volpe con un colpo di fionda. E’ impossibile dissero tutti ridendo, Diotima a caccia di volpi! Ma era un gioco, il loro, perché sapevano benissimo che quella si andava sbattendo per le strade e si offriva a tutti per un poco di cibo. Certo nel deserto si doveva arrangiare in altro modo!
”L’ho vista a Gerasa che si appartava con due tipi e poi, quando ci ha raggiunti, aveva in mano focacce e si ingozzava, fa sempre così, continuamente. E’ divenuta famelica dopo che Iasis se n’è andato col pugile...
Non ti accorare Artemidoro, quando sarà troppo grassa avrai bene il diritto di lasciarla per strada, nessuno ti criticherà!” Chairas parlava ma la sua attenzione ora era tutta altrove: si era messo a pensare a Fosca.
“Tu non parlasti di Fosca, Artemidoro…” Come un’eco al suo segreto pensiero, si udì la voce arrochita d’ubriachezza di Leone. Lo sciocco era nuovo del gruppo, beveva troppo e non sapeva tacere.
Sollevarono tutti uno sguardo furtivo sull’irascibile discendente di notabili, sacerdoti e mecenati - loro lo conoscevano bene! - aspettando con gioia eccitata, mista a timore, l’esplosione incontenibile dell’ira, la tempesta che, terribile, giungeva sull’ignaro pettegolo, ma intanto dalle tende delle donne si era levata una voce ironica e suadente, perfettamente impostata nell’inconfondibile pronuncia dei ceti alti di Alessandria - Teofania che, invece di dormire con le altre, origliando, tutto aveva sentito -
“Il re non parla della regina in carica, Leone, da dove giungi mai? Tu nulla sai e parli… tu non osservi le strategie d’amore perchè, se ha gli occhi tristi, una sgualdrina astuta che con arte si sappia negare, non si tocca, nè si sparla di lei!
E così, imbrigliati solo per un attimo tuoni e lampi nei tempestosi occhi d’Artemidoro, Teofania che aveva dimostrato quanto ancora lo amasse e di quale amore implacabile, stornò la furia di quello dallo stupefatto Leone e se la prese tutta su di sé, con voluttà, come in fondo aveva desiderato: Artemidoro le fu sopra d’un balzo a picchiarla, e con grandissima fatica riuscirono a levargliela di sotto.




Chairas


Quella notte, nel buio luminoso di stelle, Chairas si perse a sognare di viaggiare nel cielo tra gli astri scintillanti che conosceva per nome e tra quelli, tenui e lontani, che gli erano ignoti. L’oscuro mistero di questi lo attirava e provò a dar loro un nome di sua scelta. Fu così che ad uno di essi volle dar nome Fosca. L’antitesi dapprima lo divertì ma, poi, stranamente gli procurò angoscia; cercando allora un’ altra stella ignota, pensò che l’avrebbe chiamata Chairas.
Era stato lui a trovarla lungo il fiume, al tramonto di una torrida giornata: era andato a prendere acqua da solo, nessuno aveva voluto accompagnarlo - per riprendersi dal gran caldo, cantavano e strillavano tutti, lassù in alto, allegramente in preda all’ubriachezza - Chairas beveva poco ma non lo dava a vedere. Nell’ombra di un sicomoro - erano in Giudea da pochi giorni - distinse una forma chiara, come ranicchiata, e si accostò: una donna che non piangeva più ma molto doveva aver pianto prima perchè ancora sussultava come avesse il singhiozzo; ma era un singhiozzo strano, il suo, un verso roco come di animale selvatico che ansimi sotto la tagliola.
“Lascia… ti aiuto, se vuoi. E’ morto, vero? Fu nel fiume?”
Non era certo questa la prima volta che Chairas vedeva una donna piangere sopra a un neonato morto per fame, per miseria, per disgrazia molto spesso volontaria - molte, dopo, piangevano a dirotto per scaricare la tensione e il rimorso - nè il morticino - due, tre mesi al massimo - lo impressionava più di tanto, ché ne erano pieni i fossi in campagna e le immondizie nelle città, anche se veramente, ora che ci faceva caso, in Palestina no, non ne aveva visti poi molti ed era ben strano! Ma quando riuscì a costringerla a sollevarsi solo di poco dal cadavere che copriva, Chairas rimase di stucco: per quanto disfatto, il volto pallidissimo non era cosa comune a trovarsi lungo i fossi di strada. Che forse, - pensò - Nefertiti regina o la divina Cleopatra riuscirono a eguagliare questa dolente, pura bellezza?
La proprietaria di quel volto singolare intanto non rispondeva, nè su di lui alzava gli occhi, ma aveva smesso il singhiozzo, guardava il fiume di scorcio, come trasognata, poi si volgeva a riguardare a terra il figlio morto e una cascata di capelli cadeva a celarlo. Chairas ritentò in aramaico, poi provò col latino e aggiunse: “Rientra in te, riscuotiti, è la vita! E figli che cosa sono se non strazio? Sei così bella infine, che cento ne puoi trovare che te ne facciano un altro! Su, levati, dammi il bambino, te lo seppellisco io, gratis, o per un solo, piccolo bacio all’angolo della tua rosea bocca. Mi sei simpatica, ragazza! Prega frattanto, se vuoi, prega il dio o gli dei in cui credi o prega il nulla se ti garba, l’eterno nulla di cui sempre parla il buon Artemidoro nostro impresario, io, noi… siamo gente di teatro, attori.”
Nel poco tempo in cui egli si dette a scavare la piccola buca, - era inutile - pensò - andare in profondità col fiume a due passi e senza una pala! - quella, sempre muta , si ritrasse strisciando come una animale lontano dal bambino che già gli aveva lasciato senza un bacio, senza un gesto di troppo e, lì, giacque come morta, gli occhi chiusi, piegata sul fianco sinistro e nascondendo la spalla avviluppata in rozza stoffa grigiastra. Ma Chairas aveva ben visto, nè era possibile non notare dopo un primo momento un qualcosa di insolito nel modo con cui, prima di scostarsi, teneva stretto a sè, sotto di sè, il suo piccolo; poi, scostatasi, era stato allora ben chiaro, evidentissimo, che mancava di un braccio.
Che sia deforme è ben strano con un viso del genere - pensava Chairas scavando , ed era turbato - Per quanto a volte capita… dei mostri dal viso divino si dice pure esistano… non si cantò, in antico, delle sirene bellissime e di Medusa? Io stesso in fondo non posseggo un volto, non bello magari, ma certo interessante? Debbo vederle il corpo! - concluse.
Come avvenne poi, veramente Chairas non riuscì mai a capirlo del tutto e certo fu il piccolo Eros in persona, dispettosamente fuggito dalla triste prigione in cui lo tengono chiuso i cristiani, fu Eros, il seduttore, - pensò poi - a proteggerlo e a guidargli la mano nell’impresa. Seppe soltanto che la ragazza era del tutto inerte al suo tocco, ma aprì ben grandi gli occhi quando lui chiese e si prese il pagamento del bacio:
-“ Per la divina Afrodite, occhi viola!” - Con tali occhi incredibili lo guardava fisso, fin quasi nel fondo dell’anima - pensò - e lo metteva a disagio.
“Che guardi? Sono Chairas, te l’ho detto, Chairas, l’attore, e t’ho aiutato ed ora voglio vedere se sei ferita per caso... Come ti chiami? Non parli? Sei anche muta, vero? Su, fammi vedere questa tua spalla, sono curioso… fatti guardare, ragazza! Sei nata senza braccio? Cosa ti manca, ancora?–
Era tremendamente eccitato. L’incontro fortuito ed il mistero che la donna celava lo rendevano audace ed ora era del tutto sicuro che non l’avrebbe respinto: non ne aveva la forza.
Furono due le cose che, del suo stupro, per sempre sconvolsero Chairas il buffone, Chairas l’aborto di natura, il nano, e per sempre lo segnarono: la donna che spogliava era bellissima, come statua traslucida d’avorio perfetta ed armoniosa in ogni sua parte e, come in statua antica, il braccio che alla morbida spalla si allacciava non era deforme, ma appena sopra il gomito era stato tagliato. Questa statua divina, inerte dopo il primo, prevedibile sussulto quando, montatole sopra, l’ aveva presa, inerte sotto di lui che si agitava, inerte come sempre ogni donna disperata con lui, - per non so quale inaudita grazia degli Dei, - a me, Chairas, a Chairas! - pensò come smarrito - mentre ripetutamente la penetrava, era andata animandosi ed, animata, come un’Afrodite Ctonia lo avvinceva come mai donna prima, traendolo tra quelle sciabordanti onde di spuma che lambiscono i fianchi della Dea e che la stessa Dea, dicono, divertita, mandi ad infrangersi sulle spiagge di Citera.
Non era muta infine: quando Chairas ancora stordito la rivestì e la fece alzare per portarsela dagli altri oltre il pendio, ella mormorò tre parole latine: "Mi chiamo Fosca." disse



Approfondimenti:

Per la genesi del personaggio di Artemidoro::
"..Io sono un arabesco di intarsi, ci sono in me pezzi di avorio, pezzi di oro e di ferro.; ci sono anche pezzi di cartone dipinto, ci sono diamanti, ma ci sono pure pezzi di latta...
Ho certamente vissuto in oriente in qualche esistenza passata. Sono sicuro di essere stato, al tempo dell'impero romano, direttore di un gruppo di attori nomadi, uno di quei tipi eccentrici che si spingeva fino in Sicilia a comprare donne per farne delle commedianti, uno che era, tutto in una volta, professore, mezzano e artista. Ci sono dei racconti in Plauto, delle scemenze che dicono i suoi personaggi che quando li leggo mi ritornano come dei ricordi. Hai mai provato una cosa simile?"

Gustave Flaubert a Louise Colet (lettera del 4 settembre 1852)

Gustave Flaubert









Costanzo II

Flavio Giulio Costanzo, meglio noto come Costanzo II (Sirmio, 7 agosto 317 – Cilicia, 3 novembre 361), è stato un imperatore romano della dinastia costantiniana. Salito al trono nel 337 alla morte del padre Costantino I, rimase al potere per 24 anni, difendendo l'impero dai nemici esterni e il proprio potere dagli usurpatori, e promuovendo il Cristianesimo.
Nominato Cesare (imperatore iunior) assieme ai fratelli dal padre, alla morte di Costantino I assunse il potere nella parte orientale dell'impero, lasciando gli altri fratelli a spartirsi l'Occidente. Si impegnò poi nella difesa dei confini orientali dell'impero dalla minaccia dei Sasanidi, optando per una politica militare a bassa intensità diversa dalle consuetudini romane, che fu efficace ma che causò una certa insoddisfazione nel mondo romano. Dovette affrontare anche le incursioni dei popoli barbari attraverso i confini germanico e danubiano, mentre in politica interna fu a lungo impegnato dall'usurpatore Magnenzio, cui contese e strappò il potere in Occidente, come pure da altri usurpatori (Vetranione, Decenzio, Nepoziano e Claudio Silvano). Non avendo figli, associò al potere gli unici due parenti maschi rimastigli dopo le purghe, seguite alla morte di Costantino e che avevano consentito a Costanzo di sbarazzarsi di possibili concorrenti al soglio imperiale: prima scelse il cugino Gallo, cui diede in sposa la propria sorella Costantina e che poi mise a morte a causa della sua disastrosa amministrazione dell'Oriente, e poi il fratellastro di questi Giuliano, il quale, dopo aver dimostrato insospettate qualità militari e amministrative in Gallia, gli si rivoltò contro, proclamandosi imperatore e succedendogli poi alla sua morte.
Come il padre prima di lui, quale imperatore Costanzo assunse un ruolo attivo all'interno dei confronti dottrinali del cristianesimo, promuovendo l'arianesimo nell'àmbito della diatriba sulla natura di Cristo; promosse anche diversi concilii, rimuovendo e nominando molti vescovi. Con Costanzo il potere e i privilegi della gerarchia ecclesiastica si consolidarono, e il cristianesimo divenne sempre più la religione principale dello Stato romano.


Giuliano l'Apostata
Flavio Claudio Giuliano ( Costantinopoli 331 - Mesopotamia 363) è stato un imperatore e scrittore romano, l'ultimo sovrano dichiaratamente pagano , che tentò senza successo di restaurare la religione romana dopo che essa era stata abbandonata a favore del cristianesimo da suo zio Costantino I e dal figlio Costanzo II.Cesare in Gallia dal 355, un pronunciamento militare nel 361 e la contemporanea morte del cugino Costanzo II, lo resero imperatore fino alla morte, avvenuta nel 363 durante la campagna militare in PersiaFu chiamato Giuliano l'Apostata dai cristiani, che lo presentarono come un persecutore, ma in realtà nel suo regno vi fu tolleranza nei confronti di tutte le religioni, comprese le diverse dottrine cristiane. Giuliano scrisse numerose opere di carattere filosofico, religioso, polemico e celebrativo, in molte delle quali criticò il cristianesimo.

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