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domenica 17 ottobre 2010

"Erranti" V ( Eresia - Fosca)


Eresia


“E la giara?”
Fu Montago che all’improvviso articolò in chiare lettere e con chiarissima voce, seppur in pessima pronuncia - era del luogo e testardo nei suoi errori di greco per giunta. - quelle due parole che sempre più spesso ossessionavano le notti e i giorni di Flaviano, sicchè in un un primo momento gli parve di essersele immaginate o che fossero, esse, uscite direttamente dal suo cervello ed alitassero lì, come lo Spirito Santo, impalpabili ma tuttavia ben visibili sopra le loro teste calve, chine sulle scodelle.
“Blasfemo! Stupido e blasfemo!” - si ingiuriò un attimo dopo - “E’ così, raccontano, che il peso della colpa fa immaginare all’assassino la propria vittima ergersi in carne ed ossa a lui d’innanzi, e così si svela…” - ragionò con feroce amarezza – “Ma io, io che assieme a quegli altri morti non ho voluto assassinare le verità del pensiero degli uomini, di tutti gli uomini, Signore, io che colpa patisco che giunga a torturarmi così come una Furia Oreste?”
Ma nel contempo qualcuno o qualcosa gli sussurrava dentro: “Lo sai, lo sai benissimo che quella fu una colpa, colpa di disobbedienza come quella d’Adamo… “
“Atanasio non era Dio!” - Urlò dal profondo dell’ anima sua come risposta, e fu, quello, un soprassalto della sua antica, ribelle irruenza - arroganza? - di gioventù che a quanto pare ancora sussisteva in qualche angolo remoto della sua mente.
Ma tuttavia non poteva non ammettere a sé stesso di stimare quel vescovo che il popolo d’Egitto ardentemente amava, e di ammirarlo per il coraggio non comune, per la tenacia, il rigore con cui aveva lottato contro Costantinopoli fin dagli ultimi tempi di Costantino, sventando le trame dei numerosi nemici che ipocritamente, per motivi meramente politici, sostenevano Ario e gli ariani - Per diciassette anni era stato in esilio! - nè poteva nascondersi quanto sottile e logica fosse la sua difesa della fede trinitaria che egli, Flaviano, condivideva in pieno, così come lo stesso Marcello aveva fatto.
E ricordava le lunghe discussioni sull’ argomento spinoso, come Marcello cercasse di chiarirgli il significato reale dell’Uno e dei Molti trascendente, che armonicamente – diceva - coesistevano nella divinità e lo opponesse all’Uno e ai Molti immanente di imperatori ed ariani che, al Dio Padre, invece subordinavano il Figlio. E come ne sviscerassero assieme le implicazioni molteplici sicchè da esse emergeva l’idea di una coesistenza nuova e necessaria tra individuo e Stato, tra credente e Chiesa. - non aveva forse detto il Figlio, il Cristo, di dare dunque al Cesare ciò che gli era dovuto? - tale da garantire agli uomini quelle libertà che gli oppositori non potevano condividere, stretti com’erano tra gli angusti argini di un ideale tirannico, perchè infatti l’Uno immanente non poteva non assorbire i Molti.
Signore! Quando mai finiremo di scontare il peccato di nostra madre Eva che ci limita e ci schiaccia, vermi contro la terra, e rende vano ogni nostro anelito al cielo! Che si debba pagare sempre uno scotto! Che per concedere all’uomo spazi di libertà rispetto al potere imperiale, si debba, come Atanasio prescrisse, per sempre la libertà medesima affossare!
Ma intanto Montago col cucchiaio in mano era lì che da lui aspettava una risposta. Da lui solo dei quattro, giacchè Eufemio era ormai sordo del tutto e si astraeva, l’altro, Lamnis Teodato, era un povero stolto, laborioso e tranquillo. Chissà in quali crudeli vicissitudini aveva smarrito il senno chè a volte, se pur per poco, pareva rinsavire per piombare subito in un abisso di disperazione da cui emergeva stremato. Dai pianti, dalle frasi sconnesse si evinceva soltanto che era stato vittima, ennesima vittima in verità, di tormentosi dubbi interiori e di inaudita violenza Era stato donatista? Aveva, come tanti, inferito oltre che subire? Mai lo poterono appurare con certezza: seminudo e quasi in fin di vita, era stato raccolto nelle grotte prossime al convento in tempi successivi a quelli in cui, in quelle stesse grotte, la giara sigillata era stata sepolta, e Marcello - sarebbe morto di lì a poco - aveva voluto che il misero entrasse comunque a far parte della comunità.
Da quanto tempo aspettava, Montago? La sua faccia stessa sembrava un punto interrogativo, di cui il manico del cucchiaio sollevato costituisse la gamba, ma Flaviano non riusciva a quantificare lo spazio temporale che avevano occupato le sue divagazioni.
Gli doveva comunque una risposta e una risposta precisa, per farsi perdonare l’attesa, nè poteva scantonare come in fondo avrebbe desiderato, dicendo: “Che giara?“ e fingendo di non ricordare - era vecchio, erano tutti vecchi, ora. -
Ma non poteva. Lui era il Priore
“ Che dici? La giara è sotto terra a decantare come un otre di vino, lo dimenticasti?” rispose, poi si applicò con cura a sorbirsi il fondo della scodella: la minestra era venuta pessima - rape e cicoria, quel poco che si era raccolto e niente condimento. - tuttavia il calore del brodo rincuorava.
“Non ho dimenticato, no, Flaviano, e come potrei? E perciò ti dico: E la giara?
Ci ho pensato stanotte, sai, mi è apparsa e accanto era Luciano, Luciano che mi guardava mesto e diceva: "E la giara?”
Tu sai che fu peccato di disobbedienza. Ricordi? La Pastorale di Atanasio lo vietava e in seguito diventò pure reato. Volle Teodosio giustamente equiparare eresia a paganesimo ed ambedue estirpare. La parola dell’ Augusto è legge, anche in questi tempi bui di dissoluzione, e chi contravviene alla legge compie un reato.
Ma pensa soprattutto alla nostra anima immortale!
Peccammo con gli altri, ma ancora possiamo rimediare e salvarci, Flaviano, noi siamo ancora in tempo, noi due, e pure Eufemio con noi. Per questo mi è apparso in sogno Luciano, lui non voleva, ricordi? Ma Marcello s’impose e la nostra ignara gioventù fece il suo gioco. Gioco di superbia, ora lo comprendo: la sapienza dell’uomo, la ricerca, la conoscenza… Marcello era un filosofo – ammettilo - più che un vero cristiano come era stato Pacomio, o almeno, era un cristiano ben diverso dagli altri…
- Oh! Anch’io lo amai e non sai quanto, - ma penso, non posso oggi impedirmi di pensare, che forse egli era… eretico. Non come gli altri infami certo, egli era dolcemente, - come posso dire? - mitemente un eretico. Ed io… ero troppo giovane per capirlo allora anche se forse ne ebbi la percezione. Io veramente detti voto contrario - ricordi? - Avrò ben avuto quindi i miei buoni dubbi, le mie giuste incertezze, ma poi Amodio, Amodio, quell’ alessandrino presuntuoso, quel metropolita che ci guardava tutti dall’alto in basso perchè provinciali, Amodio mi fece vergognare sicchè, vergognandomi volli, volli avventatamente collaborare all’occultamento dei testi.
Peccai con gli altri dunque proprio come te, Flaviano.
Flaviano pensa… hai pensato che ancora potremmo disseppellire la giara? Certo non noi da soli, - ahimè, le forze per sempre ci hanno abbandonato! - ma il primo valido pellegrino che giunge ci potrà aiutare e potrebbero pure arrivarne due in coppia o tre, se il Signore ci assiste, e allora lo scavo sarà facile per essi, basta che tu lo voglia, che tu lo ordini... tu sei il priore.
Un bel fuoco Flaviano, un bel fuoco purificatore ci pulirebbe l’anima per sempre e il peccato di quei poveri morti forse si farebbe più lieve in Purgatorio… Dio! Che non siano essi in Inferno!”
Ansimava, la foga del discorso interminabile quasi lo soffocava e l’ansia che covava da tempo, non certo da quella notte e da quel sogno – pensò Flaviano – lo faceva pallido.
Tacque ed abbassò gli occhi sul piatto come per farsi perdonare le parole troppo concitate, la disarticolata veemenza della perorazione ma fremeva - era ben evidente - in attesa.
“ Luciano… Marcello… che dici? Pace ai morti sta scritto e tu invece li disturbi e ti arroghi il diritto di pensarli in Purgatorio o perfino all’Inferno? Sbaglio anzi, lì tu ce li metti tutti, i nostri compagni morti, tutti quelli che diedero il consenso nel voto - perchè di votazione si trattò non dimenticarlo! - tutti tranne Luciano, quel santo che dal Paradiso certo è sceso di notte a parlarti nel sogno. Tu vaneggi Montago. Calmati. E non avventurarti nel greco, tu storpi le parole!”
Ecco la suprema ironia della vita! - pensava frattanto - Eccomi avvocato difensore a perorare una causa in cui io stesso vedo le crepe, eccomi alle soglie della morte intento a costruire un edificio - pensò ancora, sviluppando quella metafora che gli era venuta spontanea alla mente e che gli era piaciuta - un edificio che forse un giorno a causa di queste fondamenta che innalzo, rosicate dal dubbio, - costruttivo, dimmi Signore, oppure distruttivo? – crollerà fatalmente. Ma che comunque io costruirò lo stesso perchè io perorerò la causa di Marcello, questo è certo.
E, riflettendo in tal modo, si mise a scrutare il povero Montago quasi con animosità così che quello, dopo aver tanto parlato, ammutolì del tutto non potendo comprendere come non fosse diretto personalmente a lui ma a quello che lui rappresentava per Flaviano in quel momento e cioè l’incarnazione fatidica di ciò che non era riuscito ad accettare nel corso di tutta la sua esistenza, il rigido assoggettamento dell’anima immortale, frammento di luce, ad una dottrina imposta dagli uomini.
Si rese conto Flaviano dell’equivoco penoso determinatosi tra loro e cercò allora di addolcirsi l’espressione del volto poi, sempre più a disagio per il penoso smarrimento dell’altro, - povero vecchio anche lui - quasi una nube che gli offuscasse lo sguardo, gli sorrise apertamente per rasserenarlo.
“Eretico? Sì, ammettiamolo pure un momento Montago, giacché mi accingo con vasta distesa d’argomenti a confutarti le tesi e i tormentosi dubbi, voglio concedertelo per beneficio d’inventario - ammettiamo che Marcello Clemente sia dunque stato un eretico, un “dolce eretico” come ti compiaci di concedergli, e ragioniamo… ragioniamo insieme come ai vecchi tempi. Rammenti Socrate? Eretico pure lui ma non sulla base di soli indizi, congetture, ripensamenti - scusami - senili come nel nostro caso, bensì dopo un legale processo, un contraddittorio, una sentenza nel nome di un popolo famoso nei secoli, quello di Atene… E allora?
Era dunque Socrate un eretico. Pericoloso per giunta per Stato e Religione. Taci… d’accordo, sì, mi correggo… falsa religione, ma pur sempre quella del luogo e del tempo, l’unica possibile in quel tempo, ne convieni? Al punto di obbligare i suoi giudici, dicevo… Aspetta, è irrilevante qui che fossero questi giudici corrotti o non corrotti! Insomma, essi gli inflissero la pena capitale, così ci narra Aristotele, e scagliarono sui millenni futuri questa palla infuocata, la parola terribile: eresia. E i posteri la raccolsero e, ahimè! la raccolgono ora, mai come prima.”
Qui fece una pausa e bevve per schiarirsi la voce. – Ah, schiarirsi del tutto il pensiero, fosse questo possibile! -
E intanto sogguardava intensamente il compagno fino al fondo degli occhi marroni un po' sbiaditi per non permettergli di svagarsi e tenerlo in piena soggezione. Non per nulla era stato anche attore - sorrise a quell’ altro sé stesso, secoli prima.- e ancora, anche se vecchio, se si impegnava, riusciva a rammentarne la tecnica e i segreti.
Montago aveva risollevato la testa e la teneva ora un pò sghemba di lato mentre col corpo oscillava sulla panca su e giù, con inquietudine. Ascoltava con attenzione tesa ma il discorso pacato ed i toni scherzevoli del Priore stavano cominciando a dar frutto e già egli si rilassava se pure inconsapevolmente. Aveva tentato le doverose obbiezioni finora solo nei sussulti del viso e delle spalle, ma la dialettica serrata di Flaviano le aveva rintuzzate ancor prima che potesse trovare il coraggio di metterle in parole.
Era stanco, era vecchio - “settantacinque anni, Signore! “-Sempre era stato fragile, introverso ed incline al rovello interiore, a un angoscioso senso d’inadeguatezza anche, che lo aveva reso infelicemente incerto tutta la vita ed ora più che mai che si vedeva vicina, tanto vicina, l’ora del gran viaggio e del pedaggio - non un semplice obolo sugli occhi e nella bocca! - che gli potevano chiedere per passare col peso dei peccati all’ altra sponda, alla sponda sognata, o invece non passare… e ne aveva timore.”
Tanto trasparenti erano le sue preoccupazioni che Flaviano riusciva a coglierne il filo dei dubbi e dei tormenti sul viso, gli leggeva nell’anima osservando; e lampeggiava in lui, nitida, una certezza: che, se quest’unico interlocutore valido gli era rimasto tra i tanti, morti o partiti, svaniti nella mente o in mistiche astrazioni dello spirito – Eufemio che, posto da Dio al di fuori del suono, nell’oblio di sé e di tutto, andava raccogliendo estatiche visioni in un libro - era stato solo per pungolarlo a definire una volta per tutte il suo pensiero, inchiodandolo sull’orlo della tomba ad una scelta precisa, ad un destino, - Dio sa se di salvezza o perdizione! - al fato quindi, al suo fato.
“Ma sbaglio, la parola è assai più antica” - riprese con malizia sconsolata – “Prometeo stesso ai primordi peccò per questa colpa. Contro gli Dei, primo eretico, diede il fuoco agli uomini, Montago: il fuoco, metafora fiammeggiante dell’ intelletto dell’uomo, dirompente anelito al conoscere, allo sperimentare, il principio del tutto per Eraclito, quel fuoco che tu proponi di appiccare alla carta dei libri, quella infame… il fuoco che purifica e discende dal cielo, purpurea emanazione della luce. Pagò questo sua colpa atrocemente e ancora paga secondo la leggenda che è narrata e si dice falsa, pagana, racconto per infanti quanto vuoi. anche illusoria se credi.
Ma ascolta: l’illusione è percezione distorta della mente, uno specchio deforme che riflette una realtà esistente. E illuminante a proposito ci giunge la voce di S. Paolo che disse: - ricordi? - “Per speculum et per aenigmitate... ”
E la fola si apre, Montago - essa si può aprire - così come si apre un baule, squinternato, lercio, vecchissimo, ereditato dal caso o da un parente sconosciuto, e… contiene un tesoro.
Prometeo il semidio incarna un impulso, una domanda eterna dell’uomo o, se vuoi, un’eterna eresia.
Anch’io mi metto a parlare per enigmi adesso per confonderti più ancora di quanto tu già non sia confuso - questo mi dicono ora i tuoi occhi tristi, Montago, - ma, comprendi, queste mie, queste parole sconnesse di vecchio non sono enigmi ma spunti che io porgo con passione come si porge una rosa bellissima da sfogliare, con spine che possono ferire… sta a te, al tuo intelletto da Marcello educato alla logica ma soprattutto all’intuito del tuo cuore sincero, ricavarne le debite conclusioni: ferirti con le spine pure, ma non lasciarla cadere.
Per Socrate, per Prometeo, per Marcello, per gli altri eretici nel tempo, a te, ligio alle leggi dell’uomo - oggi, Atanasio, Ireneo, Teodosio imperatore- io chiedo le attenuanti per la sentenza finale che imploro e spero sia d’assoluzione.
Perché, per quanto io sia Priore, non voglio forzare la tua volontà ma non posso nasconderti che non intendo bruciare quelle altre verità - o falsità, se vuoi- qui sepolte, nè voglio consegnarle al Patriarca di Alessandria, quel perfettissimo Cirillo, persecutore di eretici, di pagani e di ebrei, tantomeno a Scenute, quell’abate fanatico che istiga perfino l’assassinio di una donna, Ipazia, per vantarsi di aver distrutto con lei filosofia.
Voglio invece tentare di convincerti e per convincerti prendo su di me, fratello, la tua parte di colpa, se colpa verrà stimata in cielo, o merito, se merito sarà, mi arrogo la responsabilità finale della scelta operata cinquantatrè anni or sono in questo convento.
In quanto al resto, tu votasti, l’hai detto, con Luciano, stai dunque in pace: l’aiuto che tu desti nel nascondere, era dovuto.
La biblioteca resterà intatta, Montago, intatta, se pur in parte occultata sottoterra. E in essa, sigillate, dormiranno le parole proibite oggi dagli uomini, in testi scritti e trascritti nella tua lingua natale... parole che parlano di Verità, di Sophia, d’Authentikos Logos o tentano, se pur imperfettamente, di parlarne... parole che lottano per la conoscenza come soldati su un limes sempre fluido ed incerto e di cui io non riesco ad accettare l’annientamento prescritto, proprio come Marcello, l’eretico, che io ho amato, che tu anche hai amato.
Così nell’oscurità profonda della terra, nostra madre, serberemo le tesi di Tommaso, di Filippo, di Giacomo, Silvano, degli altri che vollero dar testimonianza della venuta del Cristo, perfino quella di Giuda, l’infame, il disperato, da sempre predestinato a tradire e a tradire per sempre.
Noi conserveremo i testi sepolti e sarà la volontà divina a deciderne le sorti: se le reputerà, Dio, pericolose, marciranno nei secoli, se al contrario penserà pericolosa essere una verità sola per tutti – ed io, Montago, seguendo i Cinici che già misero in guardia, spesso lo temo – l' onnipotente troverà il modo di svelarle all’uomo.
Noi conserveremo nel tempo, e il tempo scorrerà ed il tuo cuore e il mio - perchè anche il mio cuore ha patito tormento - si placheranno nel tempo, nel poco tempo che ancora ci rimane, perchè noi ottemperiamo adesso ciò che allora fu votato, perchè anche Luciano e i pochi suoi seguaci, e tu tra loro, accettarono quel voto.
E il tempo scorrerà ancora e noi saremo morti.
E il tempo continuerà a scorrere su di noi, morti e sui vivi che saranno, ino alla sua fine, fino a quando non giungerà fatale l’ora della Parousia e Lui tornerà sulla terra, come è scritto, e noi infine sapremo.”
Tacque, stordito dal suo stesso ardore. La foga del discorso lo aveva portato a dimenticare gli altri due fratelli quietamente seduti attorno al tavolo e già in ombra nel buio della sera che avanzava.
Nell’ombra percepiva che Eufemio, per una volta distolto da sé, lo guardava fisso e distinse il mormorio frettoloso di una preghiera. “Per chi prega? Per cosa? Che cosa aveva capito?” Avrebbe dovuto scrivergli più tardi il succo distillato del contrasto immane che li aveva sconvolti e sbattuti come vele in tempesta ché il vento lo aveva raggiunto fino alle alte sfere di luce dove si ritraeva, ma come scrivergli il suo chiuso tormento? E il dubbio? Il suo dubbio persistente?
Lamnis Teodato era immobile, impenetrabile come antica figura egizia, uno dei suoi antenati in affresco simbolico sulla parete di un tempio. Montago si copriva con le mani gli occhi. “Piangeva? Desiderava, come lui stesso a volte sprofondare nel buio e più non pensare?”
“Lamnis,” disse dolcemente ” accendi una lucerna, fa buio.”


Fosca


Quella notte fu Flaviano che sognò quello scrigno segreto di falsità e saggezza su cui ogni possibile certezza si incrinava ed andava infranta: la giara.
Ma a lui non apparve Luciano, che certo aveva capito di aver perso del tutto la partita giocata con Marcello e se ne era rimasto là dove si trovava in attesa di vedere cosa allo scrigno riservasse il futuro. Egli aveva - pensò Flaviano - tutta l’eternità forse a disposizione per appagare tale curiosità o forse no; e lui, Flaviano, l’avrebbe avuta da morto?
Ma per pura retorica egli si interrogava così perchè che i morti debbano sprecare, se pur in parte, la loro eternità per continuare a seguire le vicende del mondo, le lotte, gli infiniti paradossi, gli affanni dei vivi e perfino quelli delle cose lasciate non gli pareva davvero possibile se non in una assai riuscita, divertente rappresentazione teatrale dell’ al di là per far sbellicare il pubblico provinciale con la miscela, sempre felice, di comico e di tragico.
Sognava quindi e nel suo sogno la giara giaceva per terra dissepolta o non ancora interrata, e tutt’intorno si alzava una nebbia grande, non però sconosciuta, densa e violacea come nella piana d’ acque e di terre dove lui era nato, lungo il corso del Padus, lontano a settentrione.
Come accade in quei luoghi, la nebbia llividendo fluttuava in atmosfera di sogno.- Flaviano sognava sapendo di sognare- Vagando, in certi punti andava quella nebbia svaporando e, svaporando, si apriva in squarci di luce opaca e fu proprio in uno di questi vaghi squarci fluttuanti che gli apparve di spalle l’alta figura di Marcello che camminava curva, appoggiata al bastone.
Si voltò. Marcello si voltò e gli sorrise appena sollevando di poco gli angoli della bocca sottile e, come in vita, quel sorriso era tutto negli occhi soltanto ma riscaldava il cuore.
“Marcello…” - disse Flaviano - “Padre…” - e lo invocava piangendo.
Si accorse poi, con stupore, di essere stato afono e che, al posto della voce, era stato il pensiero ad invocarlo, il pensiero costante di una vita trascorsa sul percorso che lui gli aveva tracciato. Marcello Clemente, il vero, unico padre che avesse avuto perchè l’altro, quello suo naturale…
-“Non voglio, non debbo rammentarlo ora: perdonai allora tutto il male subito grazie a Marcello... ho perdonato tutto il male avuto da lui in eredità e fatalmente reso ad altri, tutto il male che ancora sto scontando. Che Dio abbia pietà di me e di lui!”-
E Marcello intanto lo scrutava pensoso nel cuore e, nel sogno, quel suo sguardo glauco era come fiamma azzurra del focolare di casa – ma quale casa per lui? – che si affievolisca dolcemente dopo aver divampato calda tutta una sera, e si va a dormire e c’è silenzio e conforto nel buio luminoso.
“Bene hai scelto, Flaviano” disse la voce antica e disse ancora:” La giara non è vaso di Pandora, ma sfinge sepolta che un giorno parlerà ponendo altri enigmi ad un uomo futuro, ad un altro Marcello, ad un altro Flaviano. Il convento di Pacomio resterà ma muterà il suo nome.” Poi si volse e riprese il cammino.
Non poteva raggiungerlo; lo guardava rimpicciolirsi sempre più nel chiarore biancastro che gli faceva da strada e, in fondo a quella, non vide ma percepì esservi stelle tenuissime nel cielo.
Chiamò. Fu inutile: la voce non gli usciva che fioca e Marcello era lontano, troppo. Lo perse.
Tornò alla giara: - ma si era mosso poi, o solo aveva guardato? - la giara era sparita ma lui seppe ch’era sepolta lì, sotto i suoi piedi, che lui n’era custode, e poi gli apparve Fosca.
Fu allora lui a sbandare nella nebbia alzatasi all’improvviso, ed ecco… in un attimo solo la nebbia era sparita: tutto era terso. nitido, più reale della realtà medesima.“Come nei sogni.” - pensò - “Aspetta, è un sogno, questo. Solo in un sogno posso io meritarmi questo questo, può capitarmi ancora tale grazia insperata. Sto per morire.”
E il paesaggio tutto intanto era mutato e, sotto un cielo smagliante, Fosca si ergeva sulla sabbia d’oriente come un’antica statua, drappeggiata di giallo su una spalla soltanto, sul braccio che mancava, come una statua antica dissepolta, Fosca.
Disse, Fosca gli disse una sola parola: ”Pace”, gli occhi scintillanti di lacrime, più fondi.
“Fosca mia luce” la chiamò nel sonno per una volta ancora, Flaviano, e fu l’ultima volta. Aveva avuto il perdono.




Approfondimenti:



domenica 8 agosto 2010

EN FUITE - IN FUGA



Stazioni, treni & rotaie, viaggiatori addormentati… atmosfere squallide & struggenti. E’ il viaggio come metafora, è la vita stessa in cammino.
Vecchia poesia che risale al tempo in cui, giovane pendolare sulle Ferrovie Nord (tratta Varese - Milano), non fotografavo ancora (come faccio oggi) ma raccoglievo immagini, angosce e desideri in versi che oggi mi sembrano molto esili ed anche,forse,un po' ammaccati dal tempo ma ancora nostalgici e dolenti...


C'est un train dans mes rêves.
C'est le train qui je prends tous les matins
avec les portières voilées
qui regardent le paysage sur la route
en frissonnant de peine

C’è un treno nei miei sogni.
È il treno che prendo ogni mattina
dai finestrini appannati
che guardano i paesi in cammino
e rabbrividiscono di pena.




Dans le rêve sont inchangées les odeurs,
la poudre, les portes qui baillent
mais ce train n'arrive pas dans la plaine :
il change de route, il gagne le maquis
par les champs, par les bois assoupis,
il fuit les gares qui l'attendent
qui continuent à l'attendre, surprises


Nel sogno, sono intatti gli odori,
la polvere, le porte che sbadigliano,
ma questo treno non arriva nella pianura:
cambia strada e si dà alla macchia
per i campi, per i boschi addormentati,
fugge dalle stazioni che lo aspettano,
continuano ad aspettarlo,meravigliate





Et les voyageurs éperdus se réveillent:
chacun dépose son fardeau
chacun jette le masque terni
son masque gris comme la pluie

E i passeggeri smarriti si svegliano:
ciascuno depone il suo fardello.
Ciascuno getta la maschera scolorita,
la sua maschera grigia come pioggia.



Et toute l'angoisse éclate soudainement
des portières pleines de solitude...
fuit des glaces transparentes
des wagons qui défilent parmi les arbres

E tutta l’angoscia esplode all’improvviso
dai finestrini densi di solitudine…
fugge dai vetri trasparenti,
dai vagoni che sfilano tra gli alberi.



Nos ombres s'agitent à contre-jour
pour capturer les inquiétudes oubliées:
tous les papillons qui tombèrent fous
avec les moucherons, dans le nuits d'été

Si agitano le nostre ombre controluce
per catturare pensieri dimenticati:
tutti quei moscerini e le farfalle
che caddero, folli, nelle notti d’estate.





martedì 20 luglio 2010

Parla il Matto, Arcano Maggiore dei Tarocchi

Da Flickr foto di FrankD5


In cammino perpetuo tra refoli di vento che mi sollevano i lembi del consunto mantello, vado leggero, leggero su sentieri tortuosi che risalgono e ridiscendono lungo aerei precipizi, sul filo di crepacci dal vento cesellati.
Nella sera violetta che, tiepida, mi viene incontro, vento, vento leggero attorno a me respiro… vento burlone a gonfiarmi soffice la piuma del cappello, a rarefarmi sempre più il pensiero chiuso in questa zucca stravagante di buffone di strada, di giullare, di variopinto, malinconico clown... di matto insomma!
Se pur tanto io amo il vento e la brezza, non tuttavia son fatto di vento, come a qualcuno può sembrare nel vedermi ondeggiare sui ponti, ma di ... vuoto, e nell’aria rarefatta mi sostengo più di quanto mi appoggi al bastone su cui posa la mia mano. E questo mio bastone in realtà a me serve soltanto per portarvi appeso tutto il mio bagaglio: un bagaglio piccolo e leggero che riesce comodamente a star tutto dentro un fazzoletto a quadri con quattro nocche annodate strette, strette.
Che cosa, poi? - direte voi - Poca roba in verità! Tutto quello che è superfluo è stato da me scremato come latte, sfrondato come ramo d’autunno, condensato in poche gocce essenziali o pillole di sopravvivenza, in qualcosa di simile a quei piccoli frutti succosi che, una volta, si conservavano d’inverno in grandi solai arieggiati, frutti dell’esperienza ammucchiati nel fardello e con il solo impulso a far da contrappeso dall’altra parte. 
Sì, signori miei, proprio l’impulso. Perché la mia follia non diverrebbe saggezza se io non seguissi l’impulso come il mio cane segue me per le strade del mondo, né diverrebbe visione ed istintiva intuizione, arcana alterità da ciò che è fermo, abbarbicato al potere della terra e del tempo, alla terrificante forza del potere puro che col tempo gioca. Alterità che è arcana innocenza per me, che son detto Arcano Maggiore, ma ambiguamente racchiudo in questo nome molti miei volti misteriosi e strani: sono, via via, o una volta son stato,  l’ ombra del giorno, l’alchemico zero, la pausa, la spirale, la chiocciola, lo scemo del villaggio, l’irritante fanciullo sapiente che provoca, il cappellaio matto che stuzzica, l’invasato che urla, il dio Pan che saltella, Dionisio ebbro che canta alla notte con voce fonda e roca e anche... il Caos fluttuante
E quando ad un incrocio di strada mi incontrerete col mio cane, sappiate che sarà per farvi ricordare principalmente ciò che non conta, quel fantasma nebbioso che voi chiamate Nulla e gli arabi Vuoto, quell’opposto del Tutto in cui sono tuttavia nascoste tutte le possibilità perché emerge in ogni cosa, anche in voi, sì, anche in voi stessi; sarà pertanto per imparare da un umile vagabondo quale io sono questa lezioncina di umiltà e, proprio per essa e grazie ad essa, avanzare arditamente su quel ponte evanescente che ha nome Consapevolezza e che vi potrà portare anche oltre le stelle. Perché se io son il Matto e lo specchio del vuoto, voi - ditemi - che cosa siete? E … che cosa, che cosa di grazia veramente sapete?
















venerdì 16 luglio 2010

Parla la Luna, Arcano Maggiore dei Tarocchi



Sono e fui Luna, un ponte gettato tra l’abisso tra terra e cielo, una sostanza rara che illumina dall’alto la materia e lascia intuire il sogno sottilmente …
Sono e fui anima femminile, linfa vitale, dea argentata, Iside dal sorriso ammaliante e dolcezza di Madonna, antica Madre dal manto trapunto di stelle in cui ci si immerge nuotando lentamente in posizione fetale e si riemerge come intatti e rinati… Sono la fulgida vergine, Diana splendente, ma sono pure l’altro suo volto di tenebra, l’ Ecate notturna che tutto atterra e divora: la strega.

Sono la grande chiave di collegamento, il punto d’incontro tra piccolo e grande, il cardine su cui gira la porta che dischiude l’Opera alchemica, il riflesso opalescente della luce del Sole, il riflusso dell’onda, io sono... il mare. Sì, sono anche il mare notturno; che non è forse un granchio quello che striscia ai miei piedi? E, camminando all'’indietro, spazza via il passato e i resti dei ricordi come detriti abbandonati sulla spiaggia, alla marea. Per cui io cancello il passato e ricompenso, amo il silenzio, dono la poesia, quella penna fantastica che di notte sul mare insegue la mia scia e vi scrive sopra in barlumi palpitanti d’inchiostro bianco

Io sono Luna, arcana e diafana figura, ma ho forza immane d’attrazione e, come sollevo le acque, assimilo e rielaboro fantasiosamente il più pesante dei macigni sepolti nel cuore e lo sollevo… sono l’Inconscio Primevo, l’Intuizione opposta e parallela alla Ragione, sono la forza ovattata dell’amorosa Contemplazione.






lunedì 21 giugno 2010

SHAKESPEARE al Cinema



MOLTO RUMORE PER NULLA (Kenneth Branagh )
1




2



3





ROMEO AND JULIET (Franco Zeffirelli 1968)

1


2




MACBETH (Orson Welles 1948)
1


2



MACBETH (Roman Polanski 1971)






RICCARDO III

1(Lawrence Oliver 1955)




2 (Kenneth Branagh)




ENRICO V (Lawrence Oliver 1944)

1


2



3







LA BISBETICA DOMATA (Franco Zeffirelli 1967)

1



2



Da "Il mercante di Venezia"
Il monologo ddi Orson Welles




HAMLET

1 (Lawrence Oliver)




2(Kenneth Branagh 1996)







Othello

1(Orson Welles 1952)



2 (Kenneth Branagh)





PENE D'AMOR PERDUTE (Kenneth Branagh 2000)

mercoledì 12 maggio 2010

Sans eau - Senza acqua

"Are they real?" da Flinckr per gentile concessione di Imvnoos in Paris



Dans le seau gris, ces roses,
ces roses!
Éparpilles, délaisses... vivantes!
Ces couleurs incroyables...
Sans eau?

Dans mon âme abandonné
a soi-même,
des pensées brouillées
vivantes...
jaune, violette, orange ...
Sans eau.






Nel secchio grigio, queste rose,

queste rose!

Sparpagliate , abbandonate, vivide!

Questi colori incredibili...

Senza acqua?


Nella mia anima abbandonata

a sé stessa,

dei pensieri confusi

pieni di vita...

giallo, violetto, arancio...

Senza acqua.







mercoledì 5 maggio 2010

ON LINE: AMOUR VIRTUEL ( Il poeta) 1 parte

1

Fine settembre 2007

 Inclination à la déclinaison:





Détour du côté du cercle de l'ange, si tant est que le cercle puisse avoir côtés... /
Plutôt une ouverture magique par laquelle on peut l'enjamber, y pénétrer... /
Cercle de l'intimité, au rapport infini... Figure géométrique, /
proche de la pureté... Alentours de garrigues, de pierres volcaniques, /
parfois un ciel de plomb défilant sans inquiéter. /
Une rigueur de vie. Retour à l'origine, aux prémices de la joie./
Cercle de l'ange, cercle de l'ami,
où nos yeux peuvent accepter le temps d'aimer,/
le plaisir d'être ensemble... et de dîner... Sur la terre, Tarassac./
C'est quoi la vie? C'est te savoir venir vers moi /
avant même que mes yeux te voient.../
Prendre ton regard énamouré pour un don de l'amour/
M'émerveiller à chaque instant d'être au secret dans ton cœur.../
C'est quoi la vie? C’ est te tourner les pages,
tenir la porte et toi d'avancer.../
Elégante Euterpe... Te pavanant en habit de parade...
Paradant sur un air de pavane.../
pas chaloupé dans l'ampleur du lin...
Tout sourire.../
Et tes yeux, tes yeux, tes yeux...
C'est quoi la vie? /
C'est peindre les anges en bleu…
Tes mains sur mon corps, tes lèvres aussi /
Mes mains sur tes lèvres et mon corps près du tien /
Te voir en émoi, un bouquet de fleurs...
Te prendre dans les bras... et te laisser partir /
C'est quoi la vie? Te voir écrire avec des cailloux /
Nos écrits sont le reflets de nos âmes,
idem pour l'enveloppe charnelle.../
Ce matin, si tu savais comme je suis beau,
pour toi je n'ai pas d'âge.../
cette force qui émane de moi... c'est l'énergie, /
pour petit nom "la vie"/
être dans l'immensément grand et t'en offrir le partage...



2

1 ottobre 2007


Bonjour,

ton clignement des yeux est arrivée de haut, haut à... moi, ici-bas...
Merci, mais j'espére vivement qu'il ne soit pas seulement une simple, incontrolable contraction des tes paupierès per te défendre per l'aveuglant éclat du soleil mediterranée qui trapèle, à travers cet froid écran virtual, de ma mytologique ile! J'espère aussi , mon inconnus amis, qu'elle soit prélude entre nous d'une petite conversation ici. Je ne serait bien vraiment enchantée...
J'attends...

Chardon selvatique



3

1 ottobre 2007e

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Bonsoir Belle...

Juste devancé de quelques instant...
Ce soir, j'allais vous écrire, profitant d'un bref transit sur le site avec dans la poche un billet de quai…


“RESERVÉ AUX ANGES”...

Juste aussi pour une inclination à la déclinaison... Et de moi, ne vous en déplaise! ( je sais que cela vous plaira...)

"Et puis il y a tes yeux.
Tes yeux, tes yeux, tes yeux...
un jour je les verrai rire au quotidien, grandir de lumière, s’étonner de tout, s’ouvrir au monde, s’extasier du peu, manger avec délices, défaillir de plaisir, épouser les contours, s’interroger sur l’éphémère, scruter l’essentiel, éprouver l’intelligence, sourire d’émoi, (de moi aussi) laisser poindre une larme de joie, gonfler de désir, se remplir de silence, s'apaiser dans la béatitude, monter très haut, escalader les étoiles...
jamais pleurer de despérance.
Je le verrai chercher la voie, resplendir d'or, en user peu, flamber d'espoir, grimper aux arbres, se baigner d'aise, briller de pureté, filtrer l'indicible, exprimer la beauté, courir vers moi, fixer l'imaginable, imaginer l'impossible, retrouver leur virginité, s'embellir de soleils multiples, se satisfaire de la pluie salvatrice, danser la farandole, empoigner le temps, l'arreter, accorder le primeur...
jamais mordre.
S’émerveiller d’une fleur, goûter l’eau de source, enjamber le ruisseau, passer le Rubicon, jouer à la marelle, minauder d’extase, s’amuser de facéties, partager le pain, donner la force, accéder à l’altérité, aller de l’avant ; intrépides, trépigner d’impatience, se nourrir d’émotion, transcender l’espace, forger l’infini, me chercher, s’enduire de noir, s’imprégner de blanc, s’iriser d’immensité...
jamais se refermer.
Affronter l’injustice, englober les cieux, fondre d’amour, s’éveiller chaque jour, s’alerter de l’absence, percevoir l’innocence, effleurer l’horizon, naviguer à vue, frôler la ligne blanche, esquiver l’insulte, manifester la compassion, cajoler le faible, apprécier le juste, rendre la monnaie, mirer l’opale, foudroyer le vil, pardonner à l’offenseur, se passer de l’inutile, calmer la douleur...
jamais se taire.
Poser pour la photo, se reposer prés de l’autre, se parer d’éclats, s’intensifier de luminosité, renaître à l’instant, rire encore, envoûter mon esprit, s’enivrer de firmament, composer une cantate, se régaler de l’insignifiant, transpercer le mystère, s’imbiber d’azur, azurer les nimbes, tendre la main, résoudre l’équation, laisser passer la tourmente, retenir ses larmes face à la cruauté du monde, peindre les montagnes en bleu (les anges aussi), éluder tout conflit, jongler avec les mots, reconnaître l’ami, connaître le frisson...
n’avoir jamais froid....


Roger


4

3 ottobre 2007



Merci donc pour mes yeux
(des grand yeux stupéfaits de la cornucopie d'abondance qui tu leur donne...)

Merci pour mon sourire...
(et mon sourire, enchanteé se découvrit...)

Merci aussi pour ma voix imaginaire et pour mon corps musicale..
(ils ne pouvons pas demander de plus et ils font une belle révérence...)
Ces petites parties de moi sont elles très heureuses d'avoir eu l'honneur d'être sources d'inspiration pour toi, Roger...
Elles sont des petits soldats, des braves vétérans qu'ont fait la guerre "comme à la guerre" et sont aujourd'hui - toute le monde dit- miraculeusement encore assez agréables...

Merci encore aussi pour mon vieux/jeune cœur qui, une fois encore, peut se remplir d'émoi...

Chardon


4

3 ottobre 2007


TROIS BALLES DE TISSUS...



REMPLIES DE SON...

Bonjour Selve,

dernier passage éphémère sur une fiche même pas de papier... Comme si à l'angle d'une rue piétonnière bondée de monde, nos yeux se fixaient un instant, accompagné d'un sourire complice, et durant ce un laps de temps infime, puisaient l'intérieur de l'autre et réciproquement...
Il y a un peu de ça dans l'arrêt sur le portrait à l'étalage... Un moment de rêve ou d'imagination....
Avec vous, l'impression de rentrer dans une salle obscure pour y voir un film de Rossellini ou un des premiers de Pasolini... L'Italie du Sud, pardon, la Sicile, un patchwork de monuments anciens et de terres en friche, brûlées par le soleil et comme constante à ces clichés, “vous”, en habit de lumière... Qui s'y frotte s'y pique? Ou s'y pétrifie...
Je vous sais ce merveilleux sourire..... À l'écoute d'un soupir comme on l'est de l'alto, j'entends le non-dit. Le vibrato de votre voix, mezzo-soprano, la musique de votre corps m'en disent plus.... Tout de la féline mutine...
Nous sommes enfants de chimère, de ces oiseaux de passage, vulnérables sauvages, cependant indestructibles car nous traversons les miroirs... Et les âges.
Les attraits de l'amour ont empreint de grâce votre visage, accentué l'éclat de vos yeux, sculpté de main de maître, aux joues ce merveilleux sourire, dont j'envie aisément l'ébauche....
Vous avancez parmi la foule, évanescente à ma vue, intouchable. À la Chagall, allégrement au dessus du sol, dans une allure de Femme épanouie.
Tu disparais de ma vie...
Seul persiste ce rêve, où tu m’entraînes vers une couche, exhalant ce “viens” de lèvres entrouvertes de volupté, recouvertes de volutes argentées...
Pour l’invention de steppes vierges et les chants inconnus de nos corps.


5

3 ottobre 2007


Voilà, Roger …

La dernière semaine je t’écrivais de ma espérance que ton clignement des yeux ne fut pas seul une simple, incontrôlable contraction des tes paupières …j'espérais aussi vivement qu'il peut-être prélude entre nous pour une conversation petite, petite
(j'espérais aussi pourquoi je doit reprendre ta langue, malheureusement oubliée)
J'espérais vivement, alors... Maintenant je crois, mon inconnus ami, que tu as étéau dessus de ce qu'on s' attendait!
Je suis submergé (ou inondé?), en deux jours, par les nimbes les plus azur turquoise, changeants aussi en or... de tes messages... Par tes verbes volitifs, par tes paroles très poétiques...Et ne sont-ils pas des petites choses!
Ne sont-ils des bagatelles, non!
Et alors je te dit, Roger: je doit avoir le temps de lentement traduire et goûter les paroles rares, ou inconnues ou seulement oubliées... (aussi parce que j'aime particulaires les paroles, toutes les paroles et, en ma langue, j'aime les jeux des paroles, les rondeaux, les rimes...).
Et d'abord je doit avoir le temps pour te répondre sans faire des terribles et effroyables fautes!
Et alors... calme...
Calme... Suivons-nous le rythme grave de pavane de l'élégante Euterpe...
Je crois vraiment que ta muse m' ait bien intrigué.!.
Je ne peut pas oublié quelle image, qui me rappelle vaguement un' air léger de Pléiade...
Une seule demande encore: as tu compris les paroles ou au moins le sens du ma présentation dans mon profil?
(Hier je ne suis pas réussi a t'écrire par l'e-mail personnel qui tu as invitée... Je éprouve - ou se dit "essaye"? - encore...)

Chardon selvatique
qu'est aussi:
Chardon marine
(j’en va toujours à la mer !)


6

5 Ottobre 2007



Aujourd' hui il est mon anniversaire et je me suis donné, avec le vielle dictionnaire, une précise et littéraire traduction des tes deux lettres...
(Combien des verbes! Combien des séduisants images!)
Je te le donne pour commencer à apprendre l'italien...
Bon voyage!

Selve

"Nous sommes enfants de chimère"
Traduction en italien
de
Trois balles de tissus (Sur la ligne..)
Tre balle di tessuto (Sulla linea...)


Buonasera, Bella…

Proprio scavalcato per pochi istanti!
Questa sera, stavo per scrivervi, approfittando di un breve transito sul sito con nella tasca un biglietto di stazione…

“RISERVATO AGLI ANGELI”…

Proprio anche per una inclinazione alla declinazione… e di me, non vi dispiaccia! (so che tutto ciò vi piacerà )

“E poi ci sono i tuoi occhi... i tuoi occhi, i tuoi occhi, i tuoi occhi…
Un giorno, io li vedrò ridere al quotidiano, spalancarsi di luce, stupirsi di tutto, aprirsi al mondo, estasiarsi di poco, mangiare con delizia, svenire di piacere, abbracciare i contorni, interrogarsi sull’effimero, scrutare l’essenziale, provare l’intelligenza, sorridere d’emozione (di me anche), lasciar cadere una lacrima di gioia, gonfiarsi di desiderio, riempirsi di silenzio, acquietarsi di beatitudine, salire molto in alto, dare la scalata alle stelle...
giammai piangere di disperazione.

Io li vedrò cercare la strada, risplendere d’oro, fiammeggiare di speranza, arrampicarsi sugli
alberi, logorarsi poco, bagnarsi di piacere, brillare di purezza, filtrare l’indicibile, esprimere la bellezza, correre verso di me, fissare l’immaginabile, immaginare l’impossibile, ritrovare la loro verginità, imbellirsi di soli multipli, soddisfarsi della pioggia salvatrice, danzare la farandola, impugnare il tempo, arrestarlo, accordare la primizia...
giammai mordere.

Meravigliarsi di un fiore, gustare l’acqua della sorgente, scavalcare il ruscello, passare il Rubicone, giocare al gioco della campana, civettare d’estasi, divertirsi con facezie, spartire il pane, dare forza, accedere alla alterità, andare avanti, intrepidi, trepidare d’impazienza, nutrirsi d’emozione, trascendere lo spazio, forgiare l’infinito, cercarmi, incupirsi di nero, impregnarsi di bianco, irraggiare d’immensità...
giammai nuovamente fermarsi.

Affrontare l'ingiustizia, inglobare il cielo, fondere d'amore, destarsi ogni giorno, allertarsi nell'assenza, percepire l’innocenza, sfiorare l’orizzonte, navigare a vista, rasentare la linea bianca, schivare l’insulto, manifestare la compassione, vezzeggiare il debole, apprezzare il giusto, rendere la moneta, mirare l’opale, fulminare il vile, perdonare l’offensore, astenersi dall’inutile, calmare il dolore...
giammai tacere.

Mettersi in posa per la foto, riposarsi accanto all’altro, ornarsi di splendore, intensificarsi di luminosità, rinascere all’istante, ridere ancora, ammaliare il mio spirito, inebriarsi di firmamento, comporre una cantata, godersi dell’insignificante, trafiggere il mistero, imbeversi d’azzurro, azzurrare le nuvole, tendere la mano, risolvere l’equazione, lasciar passare la tormenta, trattenere le lacrime davanti alla crudeltà del mondo, pitturare le montagne di blu (gli angeli anche), eludere tutti i conflitti, giocherellare con i motti, riconoscere l’amico,conoscere il brivido...
non avere mai freddo.






PIENO DI SONNO...




Buongiorno Selva,

Nuovo passaggio effimero su una fiche neppure di carta… come se all’angolo di una strada pedonale, gremita di mondo, i nostri occhi si fissano un istante, accompagnati da un sorriso complice, e durante questo lasso infimo di tempo, desumono l’interiorità dell’altro e reciprocamente…
C’è un po' di ciò nell’arresto davanti al ritratto sulla vetrina… un momento di sogno o d’immaginazione…
Con voi, l’impressione di entrare in una sala oscura per vedervi un film di Rossellini o uno dei primi di Pasolini…
L’Italia del sud, pardon, la Sicilia, un patchwork di monumenti antichi e di terre incolte, bruciate dal sole e come sempre uguale a questi cliché, “voi”, in abito di luce… chi si tocca si scotta? O si pietrifica…
Io vi conosco questo meraviglioso sorriso… all’ascolto di un sospiro come se fosse di viola, e intendo il non detto.
La vibrazione della vostra voce, mezzo-soprano, la musica del vostro corpo me ne dicono di più…
Tutto della felina grazia sbarazzina…
Noi siamo dei fanciulli di chimera, di quegli uccelli di passaggio, vulnerabili, selvaggi, e ancora indistruttibili perché noi attraversiamo i miraggi…
E gli anni…
Le attrattive dell’amore hanno impregnato di grazia il vostro viso, accentuato lo splendore dei vostri occhi, con mani di maestro, scolpito alle gioie questo meraviglioso sorriso, di cui si indovina facilmente l’abbozzo.
Voi avanzate tra folla, evanescente alla mia vista, intoccabile. Alla Chagall, allegramente sotto il sole, in un’allure di donna sbocciata.
Tu sparirai dalla mia vita…
Solo persiste questo sogno, dove tu mi trascini verso un letto, esalante questo “ vieni” dalle labbra dischiuse di voluttà, ricoperte di volute argentate…
Per l’invenzione di steppe vergini e per i canti sconosciuti dei nostri corpi.

(forse continua)


"Et si tu n'existais pas"
di
Joe Dassin


Et si tu n'existais pas"
Dis-moi pourquoi j'existerais?
Pour traîner dans un monde sans toi
Sans espoir et sans regret
Et si tu n'existais pas
J'essayerais d'inventer l'amour
Comme un peintre qui voit sous ses doigts
Naître les couleurs du jour
Et qui n'en revient pas

Et si tu n'existais pas
Dis-moi pour qui j'existerais?
Des passantes endormies dans mes bras
Que je n'aimerais jamais
Et si tu n'existais pas
Je ne serais qu'un point de plus
Dans ce monde qui vient et qui va
Je me sentirais perdu
J'aurais besoin de toi

Et si tu n'existais pas
Dis-moi comment j'existerais?
Je pourrais faire semblant d'être moi
Mais je ne serais pas vrai
Et si tu n'existais pas
Je crois que je l'aurais trouvé
Le secret de la vie, le pourquoi
Simplement pour te créer
Et pour te regarder

Et si tu n'existais pas
Dis-moi pourquoi j'existerais?
Pour traîner dans un monde sans toi
Sans espoir et sans regret
Et si tu n'existais pas
J'essayerais d'inventer l'amour
Comme un peintre qui voit sous ses doigts
Naître les couleurs du jour
Et qui n'en revient pas