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lunedì 28 dicembre 2009

Erranti II (La madre - L'altra Maria)


Particolare del volto della Madonna anziana
dalla Pietà di Giovanni Bellini (1505)

La madre



Annottava. Il tavolo del portico era stato sparecchiato, le ceste sigillate, l’acqua del pozzo preparata per la notte in grandi orci ai lati del muro, le stoviglie ed i catini lavati,il cortile spazzato.
Maria di Magdala rientrò in casa e chiuse la porta. La lucerna diffondeva un alone rosato nella stanza ma gli angoli erano oscuri e azzurri, il limpido chiarore della luna penetrava dalla finestra. L’alcova era stata preparata per la notte, ma le due donne indugiavano ancora a parlare.Poi, la più vecchia rise piano nell’ombra. Silenzio. Mentre l’altra l’aiutava a svestirsi, riprese il discorso interrotto.
Mormorava come se parlasse da sola e la sua voce, un po’ querula, sembrava non avere la sua età: era bassa ma esile e limpida nel timbro, a intervalli si stemperava in toni più caldi e diveniva sognante.
“Capisci? Mi sorrideva a tratti, impercettibilmente distoglieva lo sguardo da quei vecchi leoni corrucciati e tornava a sorridermi come divertito, quasi volesse dirmi che era tutto uno scherzo, infine, una delle sue antiche marachelle, che non c’era da preoccuparsi, però.E, nel sorridermi, continuava a parlare e diceva cose incredibili, difficili, cose immense che non riuscivo a comprendere. Ma quelli lo ascoltavano attenti e tacevano come increduli ed io, incredula, li osservavo tacere ed agitare le teste barbute come grossi serpenti ammaliati da un incantatore babilonese.
Ma poi, quando alla fine venne via e, nel mormorio crescente della folla, mi si avvicinò, non sorrideva più; era serio, quasi malinconico, ed alle mie poche, vaghe parole di rimprovero non rispose: sembrava stanco e infinitamente lontano.Così divenni insistente e m’impuntai. Avrei voluto un’ammissione di colpa, era abbastanza grande ormai, e doveva capire che da per tutto l’avevamo cercato e che il cuore mi si era quasi schiantato dal timore di una disgrazia.
E poi, ritrovarlo così… diverso, lontano e come irraggiungibile per me e, per la prima volta sentirlo parlare da uomo ad uomini fatti e di tutto rispetto.Questo non lo potevo accettare. Ero confusa ed irritata.Sbagliai certo, ma avevo avuto paura ed ancora ne avevo, anche se diversa e più sottile: paura dell’ignoto e del futuro, di me e di lui. Non poteva cambiarmi così tra le mani e persino sorridermi con quella sua aria da bambino e non rispondermi ma annuire stancamente col capo.
Così volli le sue scuse e le ottenni. Lo perdonai subito e ci abbracciammo. Avevo un nodo alla gola.
Giuseppe al solito suo, non interveniva direttamente ma si sentiva che era ancora spaventato e quasi sbalordito e non sapeva che dire.“Fai il bravo ragazzo” si risolse alla fine e gli premette una mano sulla spalla.
Quella sera cenammo in silenzio, un silenzio denso di parole non dette. L’indomani si ritornava a casa.
Si alzò vento forte. Corsi fuori a ritirare i nostri panni stesi e guardai in alto nel cielo: nuvole cupe correvano sopra di me e si addensavano a mucchi. qualche stella si intravedeva più in alto, lontana e indifferente. Cosa significava tutto ciò e il cielo, grande, sopra di noi, quel cielo immoto prima della tempesta che non sarebbe tardata?
Quando rientrai, lui aiutava a sparecchiare mentre Giuseppe già ringraziava gli ospiti e prendeva commiato; andammo a letto e pensammo a lungo prima di addormentarci. Capisci? Ciascuno di noi pensava a quel che era successo ed intuiva lo stesso pensiero negli altri e taceva, ascoltando il vento e la tempesta. Piovve tutta la notte.
Anni dopo, ripensando in un lampo di coscienza a quelle ore lontane, capii che era stato, allora, come oltrepassare una porta, tra un “prima” e un ”dopo”, tra la tranquilla vita di famiglia che avevamo condotto fino a quel momento e l’ignoto che ci sarebbe caduto addosso in seguito, lungo una strada che lì si apriva e, da lì, mi avrebbe condotta a rannicchiarmi sotto la sua croce senza più lacrime, sola col mio pensiero attonito ad aspettare la sua morte. Le stelle sopra di noi sembravano ora guardarci, non erano indifferenti come mi erano apparse quella notte lontana. Le stelle sopra di noi.
Alzavo la testa, tentando di sentire la voce delle stelle, la musica eterea che le stelle suonano, così come mi avevano spiegato da bambina, e che solo alcuni talvolta riescono a percepire. Ecco, ora ascoltavo le stelle.
Giuseppe, Giuseppe al quale tutto questo almeno era stato risparmiato, era forse lassù su qualche stella e suonava per noi? Il cielo greve si avvicinava alla terra ed era ormai notte. Un brivido mi sfiorò la pelle e poi, nel silenzio, il tuono.E nuvole, nuvole improvvise, veloci sopra di noi a nascondere il cielo! Scoppiava una tempesta e poco prima tutto era silenzio. Ancora una tempesta irrompeva come quella notte lontana.
Lo guardai allora e ancora tornai a guardarlo tra le lacrime che di nuovo sgorgavano a velarmi lo sguardo: era morto.
“Basta”- disse l’altra Maria –“Basta pensare, non ricordare più per stanotte. Adesso dormi, dormiamo: le stelle sono alte nel cielo.”



Particolare dalla Crocifissione di Matthias Grunewald (1516)





L’altra Maria

Tuttavia avevano girovagato per alcuni anni e quella casa, quel tiepido rifugio, era venuto tardi per loro.
Maria di Magdala non dormiva. Sdraiata nel buio, osservava il lieve cono azzurro luminoso che penetrava dalla finestra, seguendo, senza vederlo, il lento cammino della luna nel cielo. 
E finché gli anni erano trascorsi, viaggiando a piedi o a dorso di mulo e sempre con Giovanni, finchè le forze avevano consentito loro di poterlo fare, i ricordi del passato erano stati più lievi sulle spalle, la pena della madre come attutita dalle piccole avventure, dai disagi del viaggio. Di paese in paese, lungo la costa e sulle colline, da una locanda ad una casa amica, tutta la Samaria si era aperta davanti ai loro occhi e poi Galilea, la Siria, la Cilicia…
Era stato come inventarsi una nuova vita e, per la madre, ripercorrere lentamente i passi del figlio, dopo averlo sempre aspettato sull’uscio di casa, E parlandone e riparlandone ai piccoli gruppi ristretti di vecchi e nuovi seguaci, alleviare i pesi dell’assenza e del rimpianto.
Ora, nella piccola casa che era stata offerta, il vuoto nei loro cuori si era come dilatato. Tutto d’un colpo la madre, sua madre ormai, era veramente invecchiata, aveva iniziato a sbandare agli angoli delle stanze e a tastare le pareti nell’ombra, tessendo con precisa ossessione le trame dei ricordi e dei rimpianti e raccontandosele tra sé e sé, dolcemente.
Avevano tanto viaggiato al sole e al vento e sotto rari, violenti acquazzoni, sostenendosi l’un l’altra come madre e figlia, per strade polverose, tra orti coltivati e campi di stoppie, che, ora, tali si sentivano ed erano divenute di fatto, in un’intimità sempre più stretta e affettuosa, nella quale poco entrava Giovanni, “l’altro figlio”, il loro caro sostegno, sempre presente, ma appartato e sognante. Giovanni, così tranquillo e intimamente appagato da passato e presente, certissimo del futuro.
Per lei c’erano stati, invece, pozzi sotto la luna ed acqua delle cisterne al tramonto di giornate di desolazione, ove cercare, con poveri incantesimi di campagna, di ritrovare un liquido profilo, i lineamenti di un volto.
Più di una volta aveva pregato: l’acqua, la luna?
In un ansito di vergogna si era ripresa e aveva singhiozzato a lungo, come una bambina.
E anche quello era passato in silenzio: i suoi compagni non dovevano sapere. La vergogna si era stemperata nello strazio e, poi anche il pentimento.
In fondo era stato un tradimento per troppo amore, le aveva sussurrato la parte più immatura di sè stessa, e il mondo era arido e deserto: senza di Lui doveva ora camminarvi sopra e vivere e sperare, poi sperare ed ancora vivere.
Incontrarono Giuseppe d’Arimatea al tramonto di una giornata di settembre. Era alto e ancora giovane, ben vestito. Le seguiva da mesi- disse - e ne aveva avute scarne notizie a Cesarea, Non credeva quasi alla sua fortuna.
S’inginocchiò davanti alla madre e chiese la benedizione. Aveva portato loro la notizia che una casa era stata offerta ed affermato con autorevole dolcezza che troppo tempo ormai avevano camminato e dovevano fermarsi. Era ora - disse - Lui le avrebbe accompagnate, lui avrebbe sistemato per loro il tempo futuro che rimaneva da vivere.
Quello che era venuto poi era stato come accoccolarsi sull’argine di un torrente in piena e guardare, riposando, tutta quell’acqua in fuga scorrere lontano da loro.
Nel cortile della casa ombreggiava un grande fico. Le sue foglie erano larghe e verdi.
Quando vi entrò per la prima volta le venne da ridere e rise piano, piangendo anche un poco, senza farsi notare. Così l’albero sventurato, maledetto in una giornata di stizza, avrebbe avuto la sua ricompensa… (non aveva mai capito bene, allora, perchè Lui si fosse tanto irritato); le avrebbe viste invecchiare, morire; le avrebbe protette… avrebbe fatto ombra alla vecchia madre.
Così Giuseppe aveva organizzato l’ultima fase della loro vita e, dopo averle circondate d’ogni premura e dopo aver guardato a lungo lei, negli occhi, se ne era ripartito sul suo mulo. Affari, aveva detto, Ma sarebbe tornato.
La luna camminava in alto sopra la loro casa. La casa dell’albero di fico era chiamata, Gli amici che vi giungevano a visitarle, così sentivano dire dalla gente del paese: la casa del fico, laggiù, in fondo alla strada, dall’altra parte del ponte.
Ma Giuseppe non era tornato.
Nei due anni che erano trascorsi si era arrovellata sul reale significato del suo ultimo sguardo. Giuseppe aveva occhi neri, tondi e penetranti.
Si era domandata il perché di quel colpo al cuore che aveva sul momento provato e  poi di quel senso di pace, quasi di spossatezza, che era seguito e le si era sparso come vino nelle vene. Nella desolazione della sua vita affettiva le era parso come un dolce raggio di luna dopo il sole che l’aveva sconvolta e purificata, rapita ed arsa interamente in sé, e infine lasciata su questa terra sola, tutta bagnata di lacrime. Non era tornato comunque e lei, se pure lo aveva aspettato (Anche lui! Anche lui!), ora non lo aspettava più. E lei che aveva, una volta di più, tradito, si sentiva tradita. Era ridicolo. Cosa mai voleva ancora dalla vita? Non le bastava tutto quello che di orribile e meraviglioso già aveva avuto?
Non le bastava.



Caravaggio: "Maddalena penitente"





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