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mercoledì 26 agosto 2009

L'uomo che fissava il destino negli occhi (III parte)


La pioggia che era caduta tutta la notte, scrosciando sui tetti e sugli abbaini e tintinnando sulle grondaie, sui comignoli e sulle insegne oscillanti di ferro battuto, aveva accompagnato il sonno profondo in cui erano finalmente piombati più o meno tutti gli abitanti di Agen.
Era finita dunque!
Invano invocata per mesi, l’acqua benedetta del cielo era finalmente giunta a salvare i sopravvissuti, a lavare le case dagli usci sbarrati e le strade desolate, i mucchi ancora insepolti dei loro poveri morti nelle piazze, a bagnare la terra ancora fresca sulle fosse comuni, a spegnere i fuochi nauseabondi, ad allagare la campagna inaridita tutt’intorno.
Molti erano usciti all'’aperto e si erano inzuppati, con la faccia all'’insù e i capelli al vento avevano cercato di berla quella gran pioggia e lavarsi così i polmoni arsi e i cuori doloranti. A tarda notte, esausti e come inebetiti, erano allora crollati su letti e giacigli, molti per terra nelle stanze vuote e abbandonate di case crudelmente colpite dalla peste, altri nelle alte soffitte dove si erano rifugiati per cercare di sfuggirne i miasmi, altri ancora completamente ubriachi sotto tavole di locande e osterie.
MIchel De Nostradamus dormì quella notte in lettuccio sistemato nel suo laboratorio d’alchimista, lassù in alto, in una torretta angolare della casa, e misericordiosamente non venne ancora una volta visitato in sonno dalla sua cara donna morta e dalle piccole ombre dei figlioletti perduti. Sognò il suo bisnonno invece, il medico di re René, colui che lo aveva educato da bambino ed iniziato alla matematica, alla scienza degli astri, alla lettura della Kabbala ebraica.
Nel sogno tutto era come era stato un tempo, quieto e lontano.
Bisnonno Jean gli parlava in un orecchio con la stessa voce dolce ed affettuosa di una volta. Gli raccontava la storia della regina Berenice come fosse una fiaba e si vedeva che prendeva gusto a nominargli tutti nomi delle stelle che come diamanti le puntellarono la chioma quando gli dei vollero che salisse in cielo e infine si quietasse, immota costellazione.
Ma a lui, bambino, piaceva invece immaginarsi le sue ultime lacrime di donna scorrerle sulle guance e raffreddarsi mentre saliva in alto, per poi cadere nel frigido vuoto stellato ad una, ad una, mutate in perle di vetro, in minuscoli, dolorosi frammenti del suo cuore straziato, ora per sempre di ghiaccio.
Lui sapeva di essere piccolo e di esser coricato nel gran letto di sua madre ...
Aveva la tosse. Un bel fuoco di legni aromatici divampava nel camino e, fuori dalle finestre, illividiva un cielo invernale.
Pioveva: nel sogno si sentiva tamburellare la pioggia sui tetti e scrosciar giù dalle grondaie con quel suono fluido e metallico che metteva allegria perché pareva un’acquatica, sorda canzoncina accompagnata dal suono di raganelle. Poi sbatté un’imposta nel vento e fu come uno strappo nella trama del sogno che sognava.
Non era più bambino nel letto adesso, ma sedeva faccia a faccia con l'’avo suo ai lati del camino e il fuoco vi divampava sempre e, sul seggiolone di fronte, il vecchio non era morto ma gli sorrideva col suo tenue sorriso.
“Michel,” – gli diceva - ” tu ora dovrai partire e viaggerai fin quando il dolore nel tuo cuore di ghiaccio riuscirà a sciogliersi come brina in estate e scintillerà nel sole e sulle foglie riverbererà un alito di luce divina, ermetico sospiro, occhio di smeraldo che si schiuda sul mistero del mondo.
(continua)

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