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domenica 23 agosto 2009

L'uomo che fissava il destino negli occhi (II parte)


1535: ad Agen, Francia del sud, non piove ormai da ben 6 mesi ed infuria la peste.
Un uomo solo e disperato vaga smarrito per le strade: in poche ore ha perso in modo orribile la giovane moglie e i due piccoli figli. E’ stravolto ma anche come stranamente impietrito, non piange, lacrima soltanto gocce brucianti dagli occhi infiammati.
Si è messo infatti a vagabondare senza meta alcuna in mezzo ai fumi puzzolenti dei grandi roghi accesi dappertutto, per cremare e per purificare, un fumo acre che brucia gli occhi e i polmoni e sconvolge le viscere.
E, sopra la sua testa incappucciata, nubi cineree oscurano un livido sole che appare assai strano - alieno diremmo oggi – cioè inumano, come non umano appare sempre e dovunque all'’uomo il regno della morte quando esso s’instaura poiché sempre facile per lui dimenticare quanto sia invece parte del gioco e come sia messo in conto ad ognuno di noi fin dal momento della nascita e come solo un colpo fortunato di dadi possa per caso risparmiarcelo.
Osserviamolo da lontano questo giovane uomo di 32 anni... da molto, molto lontano, come attraverso uno stretto cannocchiale virtuale, rovesciato all'’indietro nel tempo - nel medesimo astruso modo con cui, molto più tardi, sarà proprio lui a guardar noi, nella direzione opposta – e raccogliamo nella nostra pupilla qualche barlume di quel determinato momento, di quella vita.
Se allarghiamo di poco la visuale dello strumento prima di tornare lentamente a focalizzare, stringendo la ghiera, il “particolare” che ci interessa, vedremo forse anche parecchi barlumi di “generale”, ma non più ammuffiti come nei vecchi libri di storia, bensì vivi e intatti come il giorno in cui furono. Ci basterà allora appena, appena un po’ d’immaginazione, unita alla consapevolezza che, per molti pensatori e scienziati, tutti noi non saremmo altro che immersi in un’unica, indeterminata e fluida dimensione, quella del tempo.
E il 1535 è un anno come un altro nella nebulosa dimensione del tempo: vita e morte dappertutto, dolore e genio e lancinante bellezza, e odio e amore e schiavitù e ambizione e dappertutto ipocrisia e fede, viltà e coraggio, sapienza e ignoranza, saggezza e stupidità frammischiate purtroppo in parti disuguali, e dappertutto pace e guerra e sangue e sperma.
Re Francesco e l’imperatore Carlo, ad esempio, sono nuovamente ai ferri corti e, questa volta, per la questione della vacanza del ducato di Milano. Ed è la guerra!
I baldanzosi francesi attaccano per primi e prendono Torino, ma non riescono ad entrare in Lombardia; poi è la volta delle truppe di Carlo V che dilagano in Provenza, avvicinandosi pericolosamente proprio alla piccola Agen.
Poco più a est un ennesimo marinaio visionario, Jacques Cartier, che è riuscito a farsi armare ben tre navi dal re, proprio in questo turbolento momento sta per salpare per il suo secondo viaggio verso l’America del Nord.
Per Francesco I è troppo tardi ormai per farsi ridare indietro i suoi soldi! Egli ne ha ora un tale bisogno che si mangerebbe volentieri quelle mani che hanno dato, ma deve necessariamente arrangiarsi ancora coi banchieri - l’incubo di tutta la sua vita! - quei cerimoniosi banchieri cinquecenteschi che, strozzando re ed imperatori, stanno fondando i futuri imperi del capitale. Ma anche il re, con Cartier, fonderà un impero che sarà poi il Canada: i sogni di grandezza qualche volta pagano, non sempre tuttavia pagano chi li ha sognati.
Più a nord, in Inghilterra, il lussurioso e romantico Tudor si è ormai orgogliosamente incoronato anche pontefice massimo, per cui lo strappo definitivo da Roma è avvenuto: un’altra bella spina nel fianco del Papa che, con la Riforma, ridisegnerà il futuro del mondo e la donna per i cui begli occhi tutto questo è avvenuto, la bruna Anna Boleyn, siede saldamente sul trono accanto al “suo” Enrico, ma non sa che tuttavia non sarà ancora per molto.
Lontano, ancora più lontano, in America centrale e in Perù, si succedono stragi e sanguinosi massacri, crollano antiche civiltà: i conquistadores danno alle fiamme Cuzco, la capitale detta dagli inca “ombelico del mondo”.
Per cui, se l’ombelico del mondo brucia dalla superba altezza di 3399 metri dal mare, sarà a noi forse concesso d’ immaginarne i fumi sollevarsi in alto nell’azzurro e poi migrare sospinti dal vento verso est ed oltre l’oceano, così da ricongiungersi, miglia e miglia più avanti, con quelli dei grandi fuochi che Michel de Nostradamus vede divampare qua e là nella sua città devastata dalla morte nera.

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