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giovedì 13 agosto 2009

ERRANTI I: Il pittore



Aveva viaggiato fin quasi l’imbrunire, valicato forre e torrenti, ai margini di foreste e per aperte vallate. Stanchissimo, gli velava lo sguardo, frammista a sudore, l’incomparabile emozione della meta raggiunta, anche se non ancora conquistata: la città in lontananza, svettante sotto corrusche nubi che, da oriente, minacciavano un rosato tramonto di settembre.
Miraggio luminoso, denso di promesse, esaltante ma pure doloroso nel medesimo istante in cui vi attanaglia il cuore, giacché tante e tante volte disilluso nel corso di una vita in cui luci ed ombre si erano alternate con pennellata audace e contrastante nel gusto e nella maniera del tempo.
Arcangelo Tempesta era infatti pittore e in cinquantaquattro anni di esistenza sofferta e avventurata era stato di tutto e di tutto aveva fatto tesoro e ciò, diceva, per causa dei tempi e degli eventi ma anche in virtù o per vizio - questo non sapeva dire - di un temperamento bizzoso e bizzarro, senz’altro incostante, ma non per questo privo d’inventiva e di fiorita immaginazione. Era cosciente di ciò ma non pareva interessato a spiegarsene le ragioni recondite perchè assai spesso gliene veniva a mancare, non la capacità d’investigazione, ma la pura e semplice volontà.
 Si adagiava. Gli enigmi che la realtà della vita aveva anche a lui presentato via, via che procedeva il cammino dalla compiuta sua maturità fino all’imminente vecchiezza, preferiva non squarciarli a colpi di spada ne’ tentare di smascherarli con tortuosi ragionamenti, ma aspettare che gli si svelassero a poco a poco. Così infatti, ragionava, si svelano i paesaggi e le contrade e le ignote costellazioni e le diverse genti e le notti silenti e il cielo – sempre – grande sopra di noi. Così si scoprono al viandante in cammino le nubi trasportate dal vento, che a volte paiono fanciulle ombrose occhieggianti tra gli ombrosi alberi del cielo. E balenava allora, spontanea alla mente, l’immagine di Alcina e dei suoi incanti, nel cuore, la consapevolezza vaga che la bellezza delle cose sia da ritrovarsi nella velatura ariosa che ne confonda i contorni.
Zingaro per scelta, non proveniva tuttavia da una famiglia di randagi e pure era andato a scuola e poi a bottega e infine, grazie a casi fortunati quanto fortuiti, aveva appreso e di questo e di quello, finchè un incontro eccezionale lo aveva condotto, lui manovale del pennello e semplice artigiano, a ragionar con esso di filosofia e delle remote stelle e dei destini delle cose e degli uomini.
Ora, il ricordo dei tempi dell’infanzia gli appariva sempre più spesso avvolto in una nebbia tenace, ove, qua e là, si stagliassero squarci improvvisi di luce.
Così gli risovveniva talvolta l’immagine, incredibilmente remota, della fanciulla col tamburello, giunta con sparuta e povera brigata a sovvertire la quieta monotonia del suo borgo fin quasi dentro il cortile di casa. Era ancora bambinello allora, ma ne rivedeva ben netti, se socchiudeva le palpebre, il turbinio delle gonne sovrapposte e i nastri variopinti, sfolgoranti di specchietti, e gli occhi di oliva tonda e le trecce scure. Memoria di pittore, ma anche l’udito rammentava: le trecce battevano sulle spalle al ritmo sapiente del tamburello, una voce di donna chiamava lontano, dal fondo della strada, una voce remota di donna cantilenante un nome. Forse sua madre? Mai lo avrebbe saputo, sola, nel ricordo, la consapevolezza abbagliante della vita che divampava nel cerchio della danza, per la prima volta disvelata ai suoi occhi, e lui, fatto di pietra, ma ansante.
 Più grande, ragazzetto, era stato lo storpio col bastone a stendardo, malinconico battistrada di una compagnia di guitti, a turbargli la mente e affatturargli il cuore? Nella malia che lo aveva sradicato di casa, v’era entrato senz’altro il vecchio mercenario, avanzo delle guerre francesi, con le sue fole stravaganti di battaglie e scontri d’arme ingigantiti all’eccesso, quasi canti di paladini o ancor più antichi duelli di mostri contro titani. Ne rimbombava il frastuono di ferraglia, nelle sere d’inverno accanto al fuoco e ancora oggi ne riudiva come un’eco, nel ricordo; e colui straparlava col boccale in mano, per ricambiare il pasto e l’ospitalità e sbalordire le donne e spaventare i bambini…
 Si passò una mano tra i capelli impolverati, striati di bianco alle tempie, poi, scrutò l’orizzonte; socchiuse nuovamente gli occhi: il sole sprofondava ormai nell’indaco del mare. In alto, sospinta dai venti, l’armata dei nuvolosi neri batteva in ritirata chè la battaglia celeste, almeno, non s’era combattuta e il giorno se ne moriva in serenità. Gli balzò alla mente, chiarissima dopo tanti anni, l’immagine della madre giovane, col busto stracolmo e il sorriso timido e l’affanno che metteva in tutte le sue cose, un’ansia perenne che le bucava lo sguardo e le avrebbe, un giorno, schiantato il cuore.
Volto amato e perduto e dipinto pure, tante volte, in cambio di un tozzo di pane, nelle sembianze di oscura madonnina di montagna, solitaria figurina dimenticata ai crocicchi, occhi dolci e vagamente ammonenti. Lavati i pennelli e deposti con i colori nella sacca, quante volte con un’alzata di spalle l’aveva abbandonata, sperduta in mezzo ai prati o al limite dei boschi? E ancora e ancora quante volte l’aveva dimenticata nel corso degli anni che si erano susseguiti – scrosciavano giù come acqua di torrente – e sempre con rimorso e amore e con la consapevolezza, sepolta in fondo al cuore, che anche Maria doveva aver avuto “quello sguardo” quando, ansante, ritrovava il fanciullo perduto tra i Dottori e ancora e ancora quando lo ritrovava, già adulto e sempre da lei più lontano, smarrito e fuggitivo dietro il suo sogno divino - Figlio mio, figlio mio, dove vai? – in uno straniamento di Lui e di sè angoscioso e infinito, che andava intravedendo il proprio ultimo dibattersi affannato ai piedi di una croce né poteva impedirlo. – Figlio mio, perché ? –
Arcangelo Tempesta si sorprendeva adesso a rammentare quella giovane donna che era stata sua madre, in veste di una figlia e fantasticava di ritornare da lei una buona volta, al tramonto di una giornata come quella e della sua vita, e ritrovarla sull’uscio di casa e baciarle ridendo gli occhi e berne le lacrime salate
Si sedette su una pietra e sentì infine tutta la sua stanchezza nelle ossa e nel cuore, ma non sapeva più piangere. E rifletteva su questo strano e adorabile mistero – che di mistero senz’altro si trattava – perché anche Lui, il Cristo, era stato figlio e poi padre della sua stessa madre e l’aveva pure ammonita con severità – questo sta scritto nel Vangelo – ma l’aveva certo anche abbracciata e carezzata e stretta al cuore come bambina paurosa - questo pensava lui -
 E immaginava allora “quella“ tela che non aveva ancora dipinto, ma che era tutta nella sua testa a maturare, precisa e dettagliata fin nei minuti suoi particolari, vivida nei colori e negli anfratti. I rossi, i blu, gli ocra, il carnicino spento del muro antico, sgretolato dagli anni, i bianchi architravi del Tempio e quella fuga di sale buie, oltre la loggia… la penombra del vestibolo e, sui tappeti cupi, in lini immacolati, il fanciullo che insegna ai Dottori con l’indice rialzato.
Tra i lampi dei damaschi, le loro barbe azzurrine si protendono per meglio interrogare, i sopraccigli grigi s’inarcano sdegnosi, gli sguardi s’ aggrottano, sì chè le cavità paiono spelonche, grossi buchi in cui par d’intravedere un bigio nulla. Ancora scarmigliata per la corsa, la madre, “sua madre”, le tempie livide, livido il mantello, emerge dalla massa informe della folla, immensamente stupita e come aggrappata alla sua veste: si inarca e pare offrirsi in ostaggio.
Sullo sfondo, oltre i muri del Tempio, oltre i bastioni, oltre le case ed il bosco di ulivi, nuvole fuggitive, trafitte dai raggi ultimi del sole.




 500 Napoletano - Anonimo - Spagnoletta - Micrologus - I Turchini -

 

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