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venerdì 21 agosto 2009

Baxt; Destino




"Presto arriverà il giorno del giudizio… lasciatelo venire, non importa…” (canto degli zingari serbi)

Kako vende ranocchi e coccinelle che si agitano e agitano su piccole calamite, ai semafori.
Dal finestrino dell’auto guizza lo scintillio dei suoi occhi neri che bucano i vetri e, se per caso ti giri e li fissi, ti agganciano. Poi spunta quel buffo, malinconico sorriso tra i denti storti… e il ranocchietto è lì nella sua mano scura e il giallo è pure lì, lì per cambiare in verde…
Prendere o lasciare: - Quanto? - Due euro. -
La prima volta che lo vidi, ingranai la marcia e partii. E il fiume metallico e il frastuono dell’ora di punta mi portava, mi portava sempre.
Dove? A casa e poi al supermercato e poi al lavoro e poi in palestra e al corso e poi, di nuovo a casa ed al lavoro…
- Quanti anni? - Pensavo intanto - Sei, sette… -
Per fare il giro dell’isolato mi beccai altri due semafori.
Il ranocchio che passò nella mia mano era verde come uno stagno smeraldino, uno di quegli stagni che oggi non ci sono più, se non nelle fiabe e Kiko non era indiano, come a prima vista mi era sembrato, Kiko era uno zingaro e momentaneamente, a quanto pareva, non mendicava e non rubava: si era organizzato e con gli occhi da seduttore e il sorriso scintillante della sua razza, commerciava ai crocicchi come pure avevano fatto per secoli i suoi antenati (oltre che a rubare, mendicare e sedurre.) Ma lui questo non lo poteva sapere.

Gli zingari non hanno memoria storica… i nomadi non si guardano indietro, essi vivono e guardano innanzi. Così sopravvivono al loro passato e a loro stessi.

“Il romanés è una lingua di sopravvivenza, come una scialuppa con il minimo per mangiare e bere, se la nave affonda…” (Alexandre Romanés, circense e poeta zingaro francese)

La loro lingua (il romanés) è infatti tutta la storia che hanno.La sopravvivenza il loro retaggio.
Il “drom”, l’ “altrove” è il loro destino, quel destino zingaro, multiforme e sfacciato, cui vanno dietro da sempre al ritmo sfrenato e straziante dei loro violini e delle loro chitarre.
Gli zingari, come e più degli ultimi nomadi del mondo di oggi, vivono ormai agli estremi margini delle civiltà sedentarie e in questa desolata terra di nessuno, per sopravvivere, essi sotterraneamente e spesso forzatamente si adattano, ma adattandosi possono perdersi l’anima.

“… Passato è ormai il tempo /degli zingari erranti. Ma io gli vedo: / Sono luminosi, / Forti e chiari come l’acqua./ Puoi udirla vagare / quando desidera parlare./ Ma, poverina, la favella le manca…/L’acqua non si guarda indietro. / Fugge, corre lontano, lontano, /Là dove occhi non la inseguano, /l’acqua errabonda.” (Bronislawa Wajs, detta Popusza, poetessa zingara polacca)

Koko non lo sa, ma lui è giunto qui da noi, in Europa, tra il 1300 e il 1450 e questo anche molti di noi non lo sanno.
Giunsero dalla Persia nei territori di Bisanzio e si sparsero qua e là per la penisola balcanica. Da lì, penetrarono in Occidente e ce li possiamo immaginare mentre passano le montagne e attraversano le pianure e seguono il corso dei fiumi, snodandosi chiassosamente lungo le tante vie romee di quell’ultimo nostro tempo di pellegrinaggio.
In piccoli gruppi dapprima, poi in numero più consistente, con tutto il loro eclettico e sgangherato armamentario di stracci, animali, legno, ferro, rame e un po' di oro tintinnante in testa e alle orecchie, carri, cavalli, casseruole, pentole e padelle, crogiuoli, ramaioli, mestoli e martelli, ferri da cavallo, fibbie, chiavi, chiodi e serrature, cani, orsi ammaestrati dei Balcani e soprattutto strumenti musicali, tanti strumenti: l’ antica ribeca (che poi si mutò in violino), l’arpa, la cobza, il cymbalum.
Erano “Rom” e “Sinti”, vagabondi, dei “veri-uomini” nella loro lingua, ma per l’Europa essi furono via, via conosciuti come: zingari, cingani, cygani, Zigeuner, gitani, gitans, tgitani, zoots, gispyes o bohémiens.
Questi i loro nomi fra noi che, quando ce li trovammo per la prima volta di fronte alle porte delle nostre città e nei mercati, così scuri, variopinti, tintinnanti di monetine ed amuleti, a stordirci con musica, questue, furti, giocolerie e letture della buona sorte, li prendemmo per un’antica setta eretica in odor di magia nera e li credemmo via, via: mongoli, tatari, discendenti di Caino, ebrei come e più dell’ebreo errante, mori, torlacchi, quel che restava degli unni di Attila o degli avari di Carlo Magno, indolenti vagabondi che si erano tinti la faccia di nerofumo, spie al soldo dei turchi, egiziani e boemi; tutto tranne che per quel che veramente erano, o meglio, erano stati prima di partirsene alla ventura per il mondo, tra il 700 e il 1000: indiani del Rajasthan e indiani probabilmente appartenenti ad una casta infima e itinerante di musicisti, giocolieri, danzatori.
E intanto loro, subito lì a spiegarci, affabularci, imbrogliarci con furbizia e fantasia in quella loro lingua esotica, gutturale e profonda, dai toni aspirati e lamentosi… a tessere per noi leggende e origini romanzesche: ch’erano esuli in fuga dai turchi, figli d’Egitto in marcia, bisnipoti dei Faraoni, duchi e conti del piccolo Egitto, celebri indovini e maniscalchi fin dai tempi in cui uno di loro forgiò il chiodo che tenne in croce Gesù… cristiani comunque, e pellegrini protetti dai preziosissimi salvacondotti dell’imperatore Sigismondo, re di Boemia. E quest’ultimo particolare era proprio vero: essi entravano legalmente insomma, col regolare passaporto in uso all’epoca!
Era quello l’ultimissimo tempo dei pellegrinaggi e ancora l’andare erranti e anche persino mendici per quel mondo, non suscitava lo scandalo che sarebbe divenuto lecito e doveroso tra non molto, con l’avvenuta agonia del Medioevo, l’ascesa dell’austera borghesia riformata e pre-capitalista, l’assetto pragmatico, accentratore ed unitario, imposto dai vari sovrani ai loro stati.
Si poteva ancora allora, andarsene a zonzo per le vie con la bisaccia in spalla e il bastone in mano, con la scusa vera o inventata del pellegrinaggio, si poteva “camminare” e star via da casa anche per anni e anni, i pellegrini erano sacri ed andavano protetti, ospitati e rifocillati, san Francesco aveva mendicato e fondato, appena due secoli prima, l’ordine detto dei "frati mendicanti"... e i cavalieri erranti, che rimpiangerà Don Chisciotte, non erano forse andati alla ventura per secoli?
Così, con alla testa falsi duchi e conti d’Egitto, protetti dallo status di pellegrini, ottennero i salvacondotti ed entrarono in Occidente offrendosi alla società ancora feudale come utilissimi maniscalchi, fabbri, calderai, falegnami, addestratori di orsi e di cavalli, e poi ancora come intrattenitori, il loro antico mestiere, e quindi: giocolieri, giostrai, bardi, liutai, danzatrici e chiromanti.

Entrarono in cerca di baxt, “fortuna”, una buona baxt, che fosse meno avara di quella che il passato aveva loro riservato, una miglior sorte che le terre di quegli strani “gaje” o “gagé”( i non zingari) potevano forse offrire. Entrarono certo con passo e ritmo musicale e, con una scrollata di spalle e con l’atavica smemoratezza, si lasciarono dietro altri nebbiosi secoli di vagabondaggio, schiavitù e libertà di fuga, sfruttamento e apprezzamento delle loro doti e dei loro mestieri, reale discriminazione o soltanto estraniamento ma, sempre e dappertutto ricerca di un altrove.
Ed io li vedo piegarsi davanti a signori e potestà in inchini e turbinii stracciati di maniche e mantelli, senza poter celare, tuttavia, quel loro sguardo curioso ed insolente. E,mentre si chinano, li vedo impadronirsi in un batter d’occhio degli usi e dei costumi del posto, dei modi, del soldo e della lingua, farsi un’idea sintetica anche del Dio e della forma di organizzazione politica, di tutte le nostre svariate ossessioni e possessioni e, pur senza comprenderle, accettarle e in qualche modo pragmaticamente adeguarvisi… con scelta consapevole passarci sinuosamente in mezzo e curvarsi con agilità e destrezza, così come ci si curva al vento.

“Noi siamo come l’erba che si piega al vento e si rialza non appena è passata” (proverbio zingaro)

E infine io vedo Kiko con loro e lui ancora una volta mi guarda, con occhi di notte scura.

Leonello Spada (1576-1622)
particolare della zingara da "La buona nentura" (Modena Galleria Estense)


La parola baxt ha, per il suo popolo, due diversi significati: essa è fortuna ed è anche destino, Ed è l’idea prevalente di quel che a fatica si potrebbe definire il loro senso della storia.
Tra il 1939 e il 1944 sembra accertato che ad Auschwitz ed a Treblinka, 500.000 zingari di tutte le etnie si dissolsero in fumo; forse 36000 furono annientati nella sola Romania, le cifre per la Polonia sono più vaghe perché. per tutti coloro che non si erano sedentarizzati e cioè la più parte, vengono a mancare naturalmente i documenti personali, il vuoto in cui i rom hanno vissuto, tragicamente li riassorbe E la memoria, come sempre, li tradisce.
Poca memoria o vocazione all’oblio?
Essi furono l’unico popolo, assieme a quello ebraico, ad essere annientato per via della presunta degenerazione razziale. Per una vera assurdità del caso, l’accusa razziale veniva rivolta ad individui del più puro ceppo ariano, esistente in Europa.
E' bene ricordare, tuttavia, che nel 33, all’inizio delle persecuzioni, essi erano stati discriminati come deviati sociali e accumunati agli handicappati. Il vecchio, solito pregiudizio era dunque ben servito ad oliare i cardini delle più moderne teorie razziste dei nazisti. Ad Auschwitz, Dachau, Treblinka gli zingari furono rinchiusi in recinti separati. Diversamente dagli ebrei essi non potevano essere ricoverati negli ospedali dei campi, diversamente da ciò che si faceva con gli ebrei, i bambini non venivano tolti alle donne fino al momento dell’eliminazione finale, per l’impossibilità, si presume, di gestire le selvagge reazioni delle zingare.

“Nel bosco. Niente acqua, né fuoco. Grande la fame./Dove avrebbero potuto dormire i bimbi? Non c’era tenda./Non avremmo potuto accendere il fuoco la notte./ Di giorno, il fumo avrebbe avvisato i tedeschi./ Come vivere con dei bimbi nel freddo dell’inverno?/Tutti sono scalzi…""… Niente cibo per due , tre giorni./ Tutti a dormire affamati./ Non riuscendo a dormire, fissavano le stelle./ Dio, quanto è bello vivere!/ I tedeschi non ce lo permetteranno.. / Ah, tu, mia piccola stella! / All’alba tu sei grande!/Abbaglia i tedeschi!/ Confondili,/ portali fuori strada / così i bambini ebrei e zingari potranno vivere!...""... Nessuno sa, solo il cielo, / solo il fiume ascolta il nostro lamento./ Gli occhi di chi ci videro come nemici?/ La bocca di chi ci maledisse?/ Non ascoltarli, Dio/ Ascolta noi!.."" ...Tanta neve cadde /che coprì la strada. / Avresti potuto vedere solo la Via Lattea nel cielo...""... Una volta, a casa, la luna restava nella finestra,/ non mi lasciava dormire. Qualcuno guardò dentro.Chiesi - chi è? / - Apri la porta, mia bruna zingara. / Vidi una bella ragazza ebrea,/ che tremava di freddo / e cercava da mangiare...""... Ma non vennero quella notte. / Tutti gli uccelli / stanno pregando per i nostri bimbi, /così la gente cattiva, le vipere, non li uccideranno./Ah, destino!/Sventurata ventura…" (Popusza: "Lacrime di sangue")

Papusza


Io non posso e non voglio veder, lì, Kiko e i suoi occhi! Kiko e il suo sorriso da piccolo seduttore tra gli smaglianti denti storti; ma non posso, solo perché non voglio. E, per non volere, abbasso lo sguardo e non vedo allora, altro che... nebbia.: quella viscida nebbia che sale in autunno, e invade il campo in inverno, e scavalca, lei sola, il reticolato e si posa fluttuante attorno alle baracche silenziose e si cangia in fantasmagorici, piccoli prismi color antracite quando è attraversata dai grandi coni di luce pallida che volteggiano e volteggiano dall’alto in basso, ritmicamente. Solo che questa nebbia si dissolve a tratti, e si solleva, scappa leggera e silenziosa come una zingara scalza che sollevi le gonne per fuggire il destino contrario… mentre, mentre io vorrei che invece, si addensasse e velasse e annullasse del tutto l’immagine di quel luogo e di quel tempo e che tutto fosse così, magicamente, come non fosse stato. Ma il divoramento è stato.
“Porraimos” è l’esatta parola romanés; solo che non se ne deve parlare e la nebbia che cala è dunque quella dell’oblio. Per cui il divoramento risulta poco noto tra noi, gagé, ma addirittura ancor meno noto, tra i rom, del corrispondente termine ebraico "Olocausto".
Per tragica ironia un popolo eternamente in fuga dal proprio passato sceglie di dimenticare l’orrore e dimentica, e così, ancora una volta, sopravvive all’avverso destino e si fa beffe di lui moltiplicandosi, ma, nel dimenticare, si presta al gioco dei suoi stessi carnefici, dei revisionisti, degli indifferenti e degli increduli e degli ignoranti, sempre più tanti, in questa nostra era di realtà/irrealtà virtuale.

Oggi, dopo le grandi ondate di migrazione gitana della II metà del XX secolo che hanno portato in Occidente le numerose tribù della penisola balcanica e soprattutto dopo la recente entrata della Romania nella Comunità Europea, il destino ci ripropone qualcosa che sa di dejà-vu: gli zingari.
Oggi, assai più problematici per noi,di allora perché assai più miseri, emarginati, disorientati ed indolenti in questo caotico e contradditorio mondo post capitalistico e globale anche perché provenienti da un area geopolitica collassata e depressa, nella quale per secoli sono stati tenuti in schiavitù e duramente sfruttati (in Romania addirittura fino alla metà dell’ottocento!) per poi, negli anni del comunismo reale, essere privati della loro identità nomade con lo sradicamento, l’ urbanizzazione forzata e l’abbandono indotto degli antichi mestieri e quindi delle loro tradizionali capacità manuali.
Sempre più numerosi e stranamente beffardi, nonostante i secoli di emarginazione e di discriminazione, di schiavitù, di divoramento e sradicamento, sembrano sfidare l’odierno nostro nichilismo materialista, moltiplicandosi allegramente nella miseria.
Oggi si è scelto di chiamarli tutti “Rom”, dal nome di una delle loro etnie, come se il solo fatto di eliminare l’antica parola della tradizione, ora definita “razzista”, ci salvasse dal manifestare razzismo verso di essi. Non è così; le parole possono ben avere significati polivalenti e soprattutto è bene ricordare che non si fa integrazione solo con esse.
Zingari o Rom, essi sono oggi i nostri “pellirosse d’Europa”, la nostra "cartina di tornasole" ha scritto qualcuno, la partita su cui giocarci la nostra presunzione di democrazia.
Non solo, dunque, la musica meravigliosa, che essi ci hanno donato nel tempo, ci appartiene, ma, oggi come non mai, ci appartiene anche il loro destino.






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