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lunedì 31 agosto 2009

ROSA, ROSAE







Rosa, rosae: rosario d’amore,
Rosa selvatica: rosetta di pane
,
Roseti ardenti: rosa dei venti.

Acqua di rose: non è tutta
rose
la vita… né fiori, ma… con la maglia rosa
già è qualcosa!
(Meglio della cronaca rosa soprattutto!)

Fresca come una rosa, spruzzando dappertutto
vin rosé frizzantino & alzando la coppa tremando,
beveva Rosmunda pensando:
“Dopo tutto, se son rose, fioriranno!”

E, infatti, di lì a poco
sotto il rosone del Duomo di Pavia,
ecco-te-la che incede per la via
vestita di un Lanvin rosa-mauve
più pallido delle sue pallide guance rosa!

W la nostra sposa!
Getti di rose bianche & urla longobarde:
Rosamunda tu mi piaci!!!”
Ma che voce sguaiata & screanzata!

Rosa, rosae: rosa rossa & spampinata…
Rosaura s’inchina & ride Colombina!

Rosa screziata: rosa vellutata…
Appare S. Rosalia e la peste scappa via!

Rosa & nero: a Palermo perderemo…
Niente foglio rosa! Si resterà a terra!

Mentre, a Parma, trionferà grazie a Stendhal,
una noia più romanzesca di un romanzetto rosa!

Rosa Delly, rosa del cuore:
cade & precipita un aviatore!

Rosaspina… sarai regina!

Rosa del deserto: adesso io ti avverto:
che il rosa shocking, a Venezia, porta male,
mentre, a Dallas, il rosa Chanel
si chiazza di rosso.

Rosa, rosae: rosetta di bosco…

Mia zia Rosa & “Il mirto & la rosa”…

"La chiamavano Bocca di rosa"!

Nonna Rosina che canta “Boccuccia di rosa”,

mentre Donna
Rosetta di Diamanti
si tiene rose di Damasco nei capelli.

Rosa, rosae: “Vie en rose”:
Coco tinge di rosa l’atelier…

Lunghissime gambe di carne rosa in calze a rete
alza Rosalind ( Russell),
ballando(ne) la versione jazz
(di Satchmo, naturalmente!)

E già sorge l’Aurora “di bianco vestita”
(ma con le mutandine di pizzo rosa):

Rosalba, alias Aurora,
rosata e tenue,
si stropiccia le palpebre ammaccate
dopo una notte di baldoria
& sono rosa-rosa come il culetto di un bebè…

sono rosa (pink)
come orecchini di corallo “peau d’ange
in una gioielleria di New York
che alzi la saracinesca all'’alba…

rosa come, a Vienna, una torta di fragola & panna…

rosa come un vestito da debuttante anni cinquanta
di tulle rosa baby,

rosa come “Diorissimo”…

come “Taffetas” di Emilio Pucci
&
un restaurant fin-de-siécle a Parigi,
dove con champagne rosa tenue
& gamberetti rosa acceso
in salsa rosa-cocktail
un’ultima volta, mio amore, io cenerò con te
.


Pinkflowercollage2Gertrude Stle voyageParkCat among the cherry blossoms 1
The Pink HouseReflections Exhibition, Missouri History Museum--Pink kitchenVintage Fans LLC - Pink And Gray VornadoHappy Valentine's DayRoses on Dining TableVanessa
First makeup kitVintage 50s Pink Pleated Accents BlouseCenicero de color rosa viejostinkin' pinkPink, it's my new obsessionTeatro dei burattini

La vie en rose, una galleria su Flickr.



mercoledì 26 agosto 2009

L'uomo che fissava il destino negli occhi (III parte)


La pioggia che era caduta tutta la notte, scrosciando sui tetti e sugli abbaini e tintinnando sulle grondaie, sui comignoli e sulle insegne oscillanti di ferro battuto, aveva accompagnato il sonno profondo in cui erano finalmente piombati più o meno tutti gli abitanti di Agen.
Era finita dunque!
Invano invocata per mesi, l’acqua benedetta del cielo era finalmente giunta a salvare i sopravvissuti, a lavare le case dagli usci sbarrati e le strade desolate, i mucchi ancora insepolti dei loro poveri morti nelle piazze, a bagnare la terra ancora fresca sulle fosse comuni, a spegnere i fuochi nauseabondi, ad allagare la campagna inaridita tutt’intorno.
Molti erano usciti all'’aperto e si erano inzuppati, con la faccia all'’insù e i capelli al vento avevano cercato di berla quella gran pioggia e lavarsi così i polmoni arsi e i cuori doloranti. A tarda notte, esausti e come inebetiti, erano allora crollati su letti e giacigli, molti per terra nelle stanze vuote e abbandonate di case crudelmente colpite dalla peste, altri nelle alte soffitte dove si erano rifugiati per cercare di sfuggirne i miasmi, altri ancora completamente ubriachi sotto tavole di locande e osterie.
MIchel De Nostradamus dormì quella notte in lettuccio sistemato nel suo laboratorio d’alchimista, lassù in alto, in una torretta angolare della casa, e misericordiosamente non venne ancora una volta visitato in sonno dalla sua cara donna morta e dalle piccole ombre dei figlioletti perduti. Sognò il suo bisnonno invece, il medico di re René, colui che lo aveva educato da bambino ed iniziato alla matematica, alla scienza degli astri, alla lettura della Kabbala ebraica.
Nel sogno tutto era come era stato un tempo, quieto e lontano.
Bisnonno Jean gli parlava in un orecchio con la stessa voce dolce ed affettuosa di una volta. Gli raccontava la storia della regina Berenice come fosse una fiaba e si vedeva che prendeva gusto a nominargli tutti nomi delle stelle che come diamanti le puntellarono la chioma quando gli dei vollero che salisse in cielo e infine si quietasse, immota costellazione.
Ma a lui, bambino, piaceva invece immaginarsi le sue ultime lacrime di donna scorrerle sulle guance e raffreddarsi mentre saliva in alto, per poi cadere nel frigido vuoto stellato ad una, ad una, mutate in perle di vetro, in minuscoli, dolorosi frammenti del suo cuore straziato, ora per sempre di ghiaccio.
Lui sapeva di essere piccolo e di esser coricato nel gran letto di sua madre ...
Aveva la tosse. Un bel fuoco di legni aromatici divampava nel camino e, fuori dalle finestre, illividiva un cielo invernale.
Pioveva: nel sogno si sentiva tamburellare la pioggia sui tetti e scrosciar giù dalle grondaie con quel suono fluido e metallico che metteva allegria perché pareva un’acquatica, sorda canzoncina accompagnata dal suono di raganelle. Poi sbatté un’imposta nel vento e fu come uno strappo nella trama del sogno che sognava.
Non era più bambino nel letto adesso, ma sedeva faccia a faccia con l'’avo suo ai lati del camino e il fuoco vi divampava sempre e, sul seggiolone di fronte, il vecchio non era morto ma gli sorrideva col suo tenue sorriso.
“Michel,” – gli diceva - ” tu ora dovrai partire e viaggerai fin quando il dolore nel tuo cuore di ghiaccio riuscirà a sciogliersi come brina in estate e scintillerà nel sole e sulle foglie riverbererà un alito di luce divina, ermetico sospiro, occhio di smeraldo che si schiuda sul mistero del mondo.
(continua)

CHARLES TRENET: "Que reste-t-il de nos amours?"

Bacio (momenti felici 1941) da Flinckr, per gentile concessione di RoLiXiA




Ce soir,
le vent qui frappe à ma porte,
me parle des amours mourtes,
devant le feu qui s'éteint...
Ce soir,
c'est une chanson d'automne
dans la maison qui frissonne
et je pense aux jours lointains...

Que reste-t-il
de nos amours?
Que reste-t-il
de ces beaux jours?
Une photo,
vieille photo
de ma jeunesse...
Que reste-t-il
des billets doux,
des mois d'avril,
des rendez-vous?
Un souvenir
qui me poursuit
sans cesse ...

...Bonheurs fanés,
cheveux au vent
baiser volés,
rêves émouvants,
que reste-t-il de tout cela?
Dites-le moi !
Un petit village,
un vieux clocher,
un paysage
si bien caché
et, dans un nuage,
le cher visage de mon passé...





Versione italiana di Franco Battiato:("Che cosa resta"):

"Chissà
cosa mormora il vento
stasera
col suo lamento
dietro la porta laggiù.
Di già
il caminetto s'é spento,
io chiudo gli occhi
e mi rammento
gli amori di gioventù.

Di voi che resta,
antichi amori,
giorni di festa,
teneri ardori
solo una mesta
foto ingiallita
fra le mie dita.
Di voi che resta,
sguardi innocenti
lacrime e risa
e giuramenti,
solo sepolto
in un cassetto
qualche biglietto....
Sere d'aprile,
sogni incantati
capelli al vento,
baci rubati
che resta dunque
di tutto ciò,
ditemi un po'?
Rivedo un viso,
mormoro un nome
ma non ricordo
quando né come,
penso a un villaggio
dove non so
se tornerò...

Mai più
mano con mano nel buio,
stupiti d'essere due felici
senza perché.
Mai più
fiori nascosti nel libro
il cui profumo ci inebria
ma presto evapora ahimé....

Di voi che resta,
antichi amori,
grandi segreti,
complici cuori?
Solo nel petto,
male guarita,
una ferita...

Di voi che resta,
parole audaci,
carezze caste,
timide braci?
Solo una cenere
che più non fuma
ma si consuma.
Chiari di luna,dolci sentieri,
e tu perduta anima
di ieri,
perché sparisti,
chi ti rubò,
dimmelo un po' ?

Solo un motivo risento ancora
d'un fuggitivo disco d'allora
e a un luogo penso
dove non so se tornerò...

domenica 23 agosto 2009

L'uomo che fissava il destino negli occhi (II parte)


1535: ad Agen, Francia del sud, non piove ormai da ben 6 mesi ed infuria la peste.
Un uomo solo e disperato vaga smarrito per le strade: in poche ore ha perso in modo orribile la giovane moglie e i due piccoli figli. E’ stravolto ma anche come stranamente impietrito, non piange, lacrima soltanto gocce brucianti dagli occhi infiammati.
Si è messo infatti a vagabondare senza meta alcuna in mezzo ai fumi puzzolenti dei grandi roghi accesi dappertutto, per cremare e per purificare, un fumo acre che brucia gli occhi e i polmoni e sconvolge le viscere.
E, sopra la sua testa incappucciata, nubi cineree oscurano un livido sole che appare assai strano - alieno diremmo oggi – cioè inumano, come non umano appare sempre e dovunque all'’uomo il regno della morte quando esso s’instaura poiché sempre facile per lui dimenticare quanto sia invece parte del gioco e come sia messo in conto ad ognuno di noi fin dal momento della nascita e come solo un colpo fortunato di dadi possa per caso risparmiarcelo.
Osserviamolo da lontano questo giovane uomo di 32 anni... da molto, molto lontano, come attraverso uno stretto cannocchiale virtuale, rovesciato all'’indietro nel tempo - nel medesimo astruso modo con cui, molto più tardi, sarà proprio lui a guardar noi, nella direzione opposta – e raccogliamo nella nostra pupilla qualche barlume di quel determinato momento, di quella vita.
Se allarghiamo di poco la visuale dello strumento prima di tornare lentamente a focalizzare, stringendo la ghiera, il “particolare” che ci interessa, vedremo forse anche parecchi barlumi di “generale”, ma non più ammuffiti come nei vecchi libri di storia, bensì vivi e intatti come il giorno in cui furono. Ci basterà allora appena, appena un po’ d’immaginazione, unita alla consapevolezza che, per molti pensatori e scienziati, tutti noi non saremmo altro che immersi in un’unica, indeterminata e fluida dimensione, quella del tempo.
E il 1535 è un anno come un altro nella nebulosa dimensione del tempo: vita e morte dappertutto, dolore e genio e lancinante bellezza, e odio e amore e schiavitù e ambizione e dappertutto ipocrisia e fede, viltà e coraggio, sapienza e ignoranza, saggezza e stupidità frammischiate purtroppo in parti disuguali, e dappertutto pace e guerra e sangue e sperma.
Re Francesco e l’imperatore Carlo, ad esempio, sono nuovamente ai ferri corti e, questa volta, per la questione della vacanza del ducato di Milano. Ed è la guerra!
I baldanzosi francesi attaccano per primi e prendono Torino, ma non riescono ad entrare in Lombardia; poi è la volta delle truppe di Carlo V che dilagano in Provenza, avvicinandosi pericolosamente proprio alla piccola Agen.
Poco più a est un ennesimo marinaio visionario, Jacques Cartier, che è riuscito a farsi armare ben tre navi dal re, proprio in questo turbolento momento sta per salpare per il suo secondo viaggio verso l’America del Nord.
Per Francesco I è troppo tardi ormai per farsi ridare indietro i suoi soldi! Egli ne ha ora un tale bisogno che si mangerebbe volentieri quelle mani che hanno dato, ma deve necessariamente arrangiarsi ancora coi banchieri - l’incubo di tutta la sua vita! - quei cerimoniosi banchieri cinquecenteschi che, strozzando re ed imperatori, stanno fondando i futuri imperi del capitale. Ma anche il re, con Cartier, fonderà un impero che sarà poi il Canada: i sogni di grandezza qualche volta pagano, non sempre tuttavia pagano chi li ha sognati.
Più a nord, in Inghilterra, il lussurioso e romantico Tudor si è ormai orgogliosamente incoronato anche pontefice massimo, per cui lo strappo definitivo da Roma è avvenuto: un’altra bella spina nel fianco del Papa che, con la Riforma, ridisegnerà il futuro del mondo e la donna per i cui begli occhi tutto questo è avvenuto, la bruna Anna Boleyn, siede saldamente sul trono accanto al “suo” Enrico, ma non sa che tuttavia non sarà ancora per molto.
Lontano, ancora più lontano, in America centrale e in Perù, si succedono stragi e sanguinosi massacri, crollano antiche civiltà: i conquistadores danno alle fiamme Cuzco, la capitale detta dagli inca “ombelico del mondo”.
Per cui, se l’ombelico del mondo brucia dalla superba altezza di 3399 metri dal mare, sarà a noi forse concesso d’ immaginarne i fumi sollevarsi in alto nell’azzurro e poi migrare sospinti dal vento verso est ed oltre l’oceano, così da ricongiungersi, miglia e miglia più avanti, con quelli dei grandi fuochi che Michel de Nostradamus vede divampare qua e là nella sua città devastata dalla morte nera.

venerdì 21 agosto 2009

Baxt; Destino




"Presto arriverà il giorno del giudizio… lasciatelo venire, non importa…” (canto degli zingari serbi)

Kako vende ranocchi e coccinelle che si agitano e agitano su piccole calamite, ai semafori.
Dal finestrino dell’auto guizza lo scintillio dei suoi occhi neri che bucano i vetri e, se per caso ti giri e li fissi, ti agganciano. Poi spunta quel buffo, malinconico sorriso tra i denti storti… e il ranocchietto è lì nella sua mano scura e il giallo è pure lì, lì per cambiare in verde…
Prendere o lasciare: - Quanto? - Due euro. -
La prima volta che lo vidi, ingranai la marcia e partii. E il fiume metallico e il frastuono dell’ora di punta mi portava, mi portava sempre.
Dove? A casa e poi al supermercato e poi al lavoro e poi in palestra e al corso e poi, di nuovo a casa ed al lavoro…
- Quanti anni? - Pensavo intanto - Sei, sette… -
Per fare il giro dell’isolato mi beccai altri due semafori.
Il ranocchio che passò nella mia mano era verde come uno stagno smeraldino, uno di quegli stagni che oggi non ci sono più, se non nelle fiabe e Kiko non era indiano, come a prima vista mi era sembrato, Kiko era uno zingaro e momentaneamente, a quanto pareva, non mendicava e non rubava: si era organizzato e con gli occhi da seduttore e il sorriso scintillante della sua razza, commerciava ai crocicchi come pure avevano fatto per secoli i suoi antenati (oltre che a rubare, mendicare e sedurre.) Ma lui questo non lo poteva sapere.

Gli zingari non hanno memoria storica… i nomadi non si guardano indietro, essi vivono e guardano innanzi. Così sopravvivono al loro passato e a loro stessi.

“Il romanés è una lingua di sopravvivenza, come una scialuppa con il minimo per mangiare e bere, se la nave affonda…” (Alexandre Romanés, circense e poeta zingaro francese)

La loro lingua (il romanés) è infatti tutta la storia che hanno.La sopravvivenza il loro retaggio.
Il “drom”, l’ “altrove” è il loro destino, quel destino zingaro, multiforme e sfacciato, cui vanno dietro da sempre al ritmo sfrenato e straziante dei loro violini e delle loro chitarre.
Gli zingari, come e più degli ultimi nomadi del mondo di oggi, vivono ormai agli estremi margini delle civiltà sedentarie e in questa desolata terra di nessuno, per sopravvivere, essi sotterraneamente e spesso forzatamente si adattano, ma adattandosi possono perdersi l’anima.

“… Passato è ormai il tempo /degli zingari erranti. Ma io gli vedo: / Sono luminosi, / Forti e chiari come l’acqua./ Puoi udirla vagare / quando desidera parlare./ Ma, poverina, la favella le manca…/L’acqua non si guarda indietro. / Fugge, corre lontano, lontano, /Là dove occhi non la inseguano, /l’acqua errabonda.” (Bronislawa Wajs, detta Popusza, poetessa zingara polacca)

Koko non lo sa, ma lui è giunto qui da noi, in Europa, tra il 1300 e il 1450 e questo anche molti di noi non lo sanno.
Giunsero dalla Persia nei territori di Bisanzio e si sparsero qua e là per la penisola balcanica. Da lì, penetrarono in Occidente e ce li possiamo immaginare mentre passano le montagne e attraversano le pianure e seguono il corso dei fiumi, snodandosi chiassosamente lungo le tante vie romee di quell’ultimo nostro tempo di pellegrinaggio.
In piccoli gruppi dapprima, poi in numero più consistente, con tutto il loro eclettico e sgangherato armamentario di stracci, animali, legno, ferro, rame e un po' di oro tintinnante in testa e alle orecchie, carri, cavalli, casseruole, pentole e padelle, crogiuoli, ramaioli, mestoli e martelli, ferri da cavallo, fibbie, chiavi, chiodi e serrature, cani, orsi ammaestrati dei Balcani e soprattutto strumenti musicali, tanti strumenti: l’ antica ribeca (che poi si mutò in violino), l’arpa, la cobza, il cymbalum.
Erano “Rom” e “Sinti”, vagabondi, dei “veri-uomini” nella loro lingua, ma per l’Europa essi furono via, via conosciuti come: zingari, cingani, cygani, Zigeuner, gitani, gitans, tgitani, zoots, gispyes o bohémiens.
Questi i loro nomi fra noi che, quando ce li trovammo per la prima volta di fronte alle porte delle nostre città e nei mercati, così scuri, variopinti, tintinnanti di monetine ed amuleti, a stordirci con musica, questue, furti, giocolerie e letture della buona sorte, li prendemmo per un’antica setta eretica in odor di magia nera e li credemmo via, via: mongoli, tatari, discendenti di Caino, ebrei come e più dell’ebreo errante, mori, torlacchi, quel che restava degli unni di Attila o degli avari di Carlo Magno, indolenti vagabondi che si erano tinti la faccia di nerofumo, spie al soldo dei turchi, egiziani e boemi; tutto tranne che per quel che veramente erano, o meglio, erano stati prima di partirsene alla ventura per il mondo, tra il 700 e il 1000: indiani del Rajasthan e indiani probabilmente appartenenti ad una casta infima e itinerante di musicisti, giocolieri, danzatori.
E intanto loro, subito lì a spiegarci, affabularci, imbrogliarci con furbizia e fantasia in quella loro lingua esotica, gutturale e profonda, dai toni aspirati e lamentosi… a tessere per noi leggende e origini romanzesche: ch’erano esuli in fuga dai turchi, figli d’Egitto in marcia, bisnipoti dei Faraoni, duchi e conti del piccolo Egitto, celebri indovini e maniscalchi fin dai tempi in cui uno di loro forgiò il chiodo che tenne in croce Gesù… cristiani comunque, e pellegrini protetti dai preziosissimi salvacondotti dell’imperatore Sigismondo, re di Boemia. E quest’ultimo particolare era proprio vero: essi entravano legalmente insomma, col regolare passaporto in uso all’epoca!
Era quello l’ultimissimo tempo dei pellegrinaggi e ancora l’andare erranti e anche persino mendici per quel mondo, non suscitava lo scandalo che sarebbe divenuto lecito e doveroso tra non molto, con l’avvenuta agonia del Medioevo, l’ascesa dell’austera borghesia riformata e pre-capitalista, l’assetto pragmatico, accentratore ed unitario, imposto dai vari sovrani ai loro stati.
Si poteva ancora allora, andarsene a zonzo per le vie con la bisaccia in spalla e il bastone in mano, con la scusa vera o inventata del pellegrinaggio, si poteva “camminare” e star via da casa anche per anni e anni, i pellegrini erano sacri ed andavano protetti, ospitati e rifocillati, san Francesco aveva mendicato e fondato, appena due secoli prima, l’ordine detto dei "frati mendicanti"... e i cavalieri erranti, che rimpiangerà Don Chisciotte, non erano forse andati alla ventura per secoli?
Così, con alla testa falsi duchi e conti d’Egitto, protetti dallo status di pellegrini, ottennero i salvacondotti ed entrarono in Occidente offrendosi alla società ancora feudale come utilissimi maniscalchi, fabbri, calderai, falegnami, addestratori di orsi e di cavalli, e poi ancora come intrattenitori, il loro antico mestiere, e quindi: giocolieri, giostrai, bardi, liutai, danzatrici e chiromanti.

Entrarono in cerca di baxt, “fortuna”, una buona baxt, che fosse meno avara di quella che il passato aveva loro riservato, una miglior sorte che le terre di quegli strani “gaje” o “gagé”( i non zingari) potevano forse offrire. Entrarono certo con passo e ritmo musicale e, con una scrollata di spalle e con l’atavica smemoratezza, si lasciarono dietro altri nebbiosi secoli di vagabondaggio, schiavitù e libertà di fuga, sfruttamento e apprezzamento delle loro doti e dei loro mestieri, reale discriminazione o soltanto estraniamento ma, sempre e dappertutto ricerca di un altrove.
Ed io li vedo piegarsi davanti a signori e potestà in inchini e turbinii stracciati di maniche e mantelli, senza poter celare, tuttavia, quel loro sguardo curioso ed insolente. E,mentre si chinano, li vedo impadronirsi in un batter d’occhio degli usi e dei costumi del posto, dei modi, del soldo e della lingua, farsi un’idea sintetica anche del Dio e della forma di organizzazione politica, di tutte le nostre svariate ossessioni e possessioni e, pur senza comprenderle, accettarle e in qualche modo pragmaticamente adeguarvisi… con scelta consapevole passarci sinuosamente in mezzo e curvarsi con agilità e destrezza, così come ci si curva al vento.

“Noi siamo come l’erba che si piega al vento e si rialza non appena è passata” (proverbio zingaro)

E infine io vedo Kiko con loro e lui ancora una volta mi guarda, con occhi di notte scura.

Leonello Spada (1576-1622)
particolare della zingara da "La buona nentura" (Modena Galleria Estense)


La parola baxt ha, per il suo popolo, due diversi significati: essa è fortuna ed è anche destino, Ed è l’idea prevalente di quel che a fatica si potrebbe definire il loro senso della storia.
Tra il 1939 e il 1944 sembra accertato che ad Auschwitz ed a Treblinka, 500.000 zingari di tutte le etnie si dissolsero in fumo; forse 36000 furono annientati nella sola Romania, le cifre per la Polonia sono più vaghe perché. per tutti coloro che non si erano sedentarizzati e cioè la più parte, vengono a mancare naturalmente i documenti personali, il vuoto in cui i rom hanno vissuto, tragicamente li riassorbe E la memoria, come sempre, li tradisce.
Poca memoria o vocazione all’oblio?
Essi furono l’unico popolo, assieme a quello ebraico, ad essere annientato per via della presunta degenerazione razziale. Per una vera assurdità del caso, l’accusa razziale veniva rivolta ad individui del più puro ceppo ariano, esistente in Europa.
E' bene ricordare, tuttavia, che nel 33, all’inizio delle persecuzioni, essi erano stati discriminati come deviati sociali e accumunati agli handicappati. Il vecchio, solito pregiudizio era dunque ben servito ad oliare i cardini delle più moderne teorie razziste dei nazisti. Ad Auschwitz, Dachau, Treblinka gli zingari furono rinchiusi in recinti separati. Diversamente dagli ebrei essi non potevano essere ricoverati negli ospedali dei campi, diversamente da ciò che si faceva con gli ebrei, i bambini non venivano tolti alle donne fino al momento dell’eliminazione finale, per l’impossibilità, si presume, di gestire le selvagge reazioni delle zingare.

“Nel bosco. Niente acqua, né fuoco. Grande la fame./Dove avrebbero potuto dormire i bimbi? Non c’era tenda./Non avremmo potuto accendere il fuoco la notte./ Di giorno, il fumo avrebbe avvisato i tedeschi./ Come vivere con dei bimbi nel freddo dell’inverno?/Tutti sono scalzi…""… Niente cibo per due , tre giorni./ Tutti a dormire affamati./ Non riuscendo a dormire, fissavano le stelle./ Dio, quanto è bello vivere!/ I tedeschi non ce lo permetteranno.. / Ah, tu, mia piccola stella! / All’alba tu sei grande!/Abbaglia i tedeschi!/ Confondili,/ portali fuori strada / così i bambini ebrei e zingari potranno vivere!...""... Nessuno sa, solo il cielo, / solo il fiume ascolta il nostro lamento./ Gli occhi di chi ci videro come nemici?/ La bocca di chi ci maledisse?/ Non ascoltarli, Dio/ Ascolta noi!.."" ...Tanta neve cadde /che coprì la strada. / Avresti potuto vedere solo la Via Lattea nel cielo...""... Una volta, a casa, la luna restava nella finestra,/ non mi lasciava dormire. Qualcuno guardò dentro.Chiesi - chi è? / - Apri la porta, mia bruna zingara. / Vidi una bella ragazza ebrea,/ che tremava di freddo / e cercava da mangiare...""... Ma non vennero quella notte. / Tutti gli uccelli / stanno pregando per i nostri bimbi, /così la gente cattiva, le vipere, non li uccideranno./Ah, destino!/Sventurata ventura…" (Popusza: "Lacrime di sangue")

Papusza


Io non posso e non voglio veder, lì, Kiko e i suoi occhi! Kiko e il suo sorriso da piccolo seduttore tra gli smaglianti denti storti; ma non posso, solo perché non voglio. E, per non volere, abbasso lo sguardo e non vedo allora, altro che... nebbia.: quella viscida nebbia che sale in autunno, e invade il campo in inverno, e scavalca, lei sola, il reticolato e si posa fluttuante attorno alle baracche silenziose e si cangia in fantasmagorici, piccoli prismi color antracite quando è attraversata dai grandi coni di luce pallida che volteggiano e volteggiano dall’alto in basso, ritmicamente. Solo che questa nebbia si dissolve a tratti, e si solleva, scappa leggera e silenziosa come una zingara scalza che sollevi le gonne per fuggire il destino contrario… mentre, mentre io vorrei che invece, si addensasse e velasse e annullasse del tutto l’immagine di quel luogo e di quel tempo e che tutto fosse così, magicamente, come non fosse stato. Ma il divoramento è stato.
“Porraimos” è l’esatta parola romanés; solo che non se ne deve parlare e la nebbia che cala è dunque quella dell’oblio. Per cui il divoramento risulta poco noto tra noi, gagé, ma addirittura ancor meno noto, tra i rom, del corrispondente termine ebraico "Olocausto".
Per tragica ironia un popolo eternamente in fuga dal proprio passato sceglie di dimenticare l’orrore e dimentica, e così, ancora una volta, sopravvive all’avverso destino e si fa beffe di lui moltiplicandosi, ma, nel dimenticare, si presta al gioco dei suoi stessi carnefici, dei revisionisti, degli indifferenti e degli increduli e degli ignoranti, sempre più tanti, in questa nostra era di realtà/irrealtà virtuale.

Oggi, dopo le grandi ondate di migrazione gitana della II metà del XX secolo che hanno portato in Occidente le numerose tribù della penisola balcanica e soprattutto dopo la recente entrata della Romania nella Comunità Europea, il destino ci ripropone qualcosa che sa di dejà-vu: gli zingari.
Oggi, assai più problematici per noi,di allora perché assai più miseri, emarginati, disorientati ed indolenti in questo caotico e contradditorio mondo post capitalistico e globale anche perché provenienti da un area geopolitica collassata e depressa, nella quale per secoli sono stati tenuti in schiavitù e duramente sfruttati (in Romania addirittura fino alla metà dell’ottocento!) per poi, negli anni del comunismo reale, essere privati della loro identità nomade con lo sradicamento, l’ urbanizzazione forzata e l’abbandono indotto degli antichi mestieri e quindi delle loro tradizionali capacità manuali.
Sempre più numerosi e stranamente beffardi, nonostante i secoli di emarginazione e di discriminazione, di schiavitù, di divoramento e sradicamento, sembrano sfidare l’odierno nostro nichilismo materialista, moltiplicandosi allegramente nella miseria.
Oggi si è scelto di chiamarli tutti “Rom”, dal nome di una delle loro etnie, come se il solo fatto di eliminare l’antica parola della tradizione, ora definita “razzista”, ci salvasse dal manifestare razzismo verso di essi. Non è così; le parole possono ben avere significati polivalenti e soprattutto è bene ricordare che non si fa integrazione solo con esse.
Zingari o Rom, essi sono oggi i nostri “pellirosse d’Europa”, la nostra "cartina di tornasole" ha scritto qualcuno, la partita su cui giocarci la nostra presunzione di democrazia.
Non solo, dunque, la musica meravigliosa, che essi ci hanno donato nel tempo, ci appartiene, ma, oggi come non mai, ci appartiene anche il loro destino.






lunedì 10 agosto 2009

Balconi



Balconi

&

Poesia


"Giovinetto, piove il Cielo

sui focolari del tuo paese,

sul tuo viso di rosa e miele,

nuvoloso nasce il mese....

Giovinetto, ride il Cielo

sui balconi del tuo paese,

sul tuo viso di sangue e fiele,

rasserenato muore il mese"

*
Pier Paolo Pasolini:

("Pioggia sui confini, Poesie a Casarsa")
>


Pareva facile giuoco

mutare in nulla lo spazio

che m'era aperto, in un tedio

malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ha congiunto

ogni mio tardo motivo,

sull'arduo nulla si spunta

l'ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi

è quella che sola tu scorgi.

A lei ti sporgi da questa

finestra che non s'illumina.
*
Eugenio Montale

("Il balcone" da "Le Occasioni")





Un balcone nel vuoto
tra lattine di gerani
per sporgersi nel sole
& annusare
odore di vento di mare...
Per provare a camminare
sui fili dei panni stesi
come una muscolosa ginnasta,
un' irridente equilibrista di strada
che sfidi la sua sorte a passettini...
Rotolare giù dall'alto
come un cesto per la spesa
approdando nel carretto
di un erbivendolo di un altro tempo...
tra pesche profumate
& angurie
dalle rosse fauci spalancate...
tra peperoni & cantalupi gialli:
frutta & verdura
che canti, del sole,
tutto l' insostenibile splendore.






Per entrare nel set fotografico "Balconi" (magalibobois su Flinckr) clicca su questa miniatura:

balcone 5

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Buongiorno (tra gli alberi)

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Buongiorno; è agosto, e questa è la prima pagina di un blog appena nato che ha nome "MagaliBobois

Chi diavolo è MagaliBobois?

Innanzitutto è un esperimento di blog per ora artigianale, che tenderà ad essere fantastico & colorato, pittorico & molto letterario, si spera anche divertente, surreale quel tanto che basta per scardinare almeno un poco, non solo qualche schema precostituito, ma anche le tante, affascinanti serrature delle porte dell'inconscio... (di corno & d'oro)
MagaliBobois è anche la gemella di quella (quasi) ononima che dipinge, disegna & scatta fotografie sul sito fotografico di Flinkr (cliccare su:magalibobois).
MagaliBobois è poi lo strambo personaggio (Domina, fata, strega?) di una buffa fiaba ambientata a cavallo dei secoli a Parigi
Credo infine (& in confidenza) che MagaliBobois sia anche, se non proprio me, almeno una tale che mi assomiglia un poco... come, vediamo, ... come il riflesso, liquido & smeraldino di un volto in uno stagno...
E attorno è estate...


domenica 9 agosto 2009

Scampoli di fine stagione (estate)




I scampolo: Insomma...
"Insomma, dovete considerare che siamo fatti di sola polvere. Non è granché per andare avanti, lo ammetto, e non dovremmo mai dimenticarcene. Ma anche considerando questo, cioè questa specie di brutto inizio, non ce la stiamo cavando malissimo. Quindi, da parte mia, sono convinto che, nonostante la pessima situazione attuale, possiamo farcela."
Philip K. Dick

II scampolo: ...ogni volta...
"Ogni volta che la gente è d'accordo con me, provo la sensazione di avere torto"
Oscar Wilde

III scampolo:... la vera profondità...
"La vera profondità è la più limpida"
Paul Valery

IV scampolo: ... troppo pura...
"L'acqua troppo pura non ha pesci."
Ts'ai Ken T'an


V scampolo:.. sono costretto a dirlo...
"Il pensiero è il più grande nemico della perfezione. L'abitudine di riflettere profondamente è, sono costretto a dirlo, la più perniciosa fra tutte le abitudini prese dall'uomo civile."
Joseph Conrad


VI scampolo: ... è soltanto...
"Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché .è soltanto uno schizzo che gli è riuscito
male"
Vincent Van Gogh

VII scampolo: ... marmellata...
"La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi!"
Lewis Carroll


= Insomma, ogni volta la vera profondità troppo pura, sono costretto a dirlo, è soltanto... marmellata !