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domenica 13 dicembre 2009

In un mondo di carta IV



E’ un’attesa senza brividi,
bianca & quasi ovvia,
tanto diversa dai primi giorni stralunati.
Ogni mattino, è naturale,
ti ho cercato sui treni,
ti ho cercato per le strade,
intravisto alle mie spalle,
inventato sotto casa.
Sei affiorato all’improvviso
con parole tenere,
parole concrete,
indecifrabili parole,
e la tua voce,
reale al telefono,
sospingeva
cortine di nebbia
su un futuro
non più prevedibile,
da attraversare con cautela
& un po’ di fortuna.
Poi, inghiottito dal tempo,
per giorni & giorni
scomparso,
dal tuo mondo di carta
conduci
un gioco divertente
in fondo anche per me
che, mai domata,
offro il mio cuore smemorato
in cambio di un’emozione.

lunedì 7 dicembre 2009

Alienor nella torre

E’ in scena Alienor duchessa d’ Aquitania, contessa di Poitiers, che fu regina di Francia e poi d’Inghilterra (1122 -1204).
Già matura, alle soglie della sua vecchiaia, in uno dei tristi anni della sua lunga prigionia nelle molte fortezze del suo secondo marito, Enrico Plantageneto, re d’ Inghilterra (forse la torre di Salisbury - forse il 1180), Alienor parla.
Alta e smagrita, è vicina ad una grande finestra.


Manipolazione fotografica del dipinto "Boreas" di J.W.Waterhouse



La mia torre,
la mia torre profuma in primavera
come una violaciocca
e si slancia
come un giacinto azzurro sulle paludi,
la mia torre, d’estate,
è immersa nel fogliame dei boschi,
la mia finestra nella torre,
d’ autunno è incastonata da perle di pioggia …
ma d’inverno,
quando il mattino ricama di brina i vetri gelati,
come il mio cuore screziato di lacrime
si erge nella bianca nebbia,
nel bianco mare di alberi addormentati che mi accerchia.

E’ allora che,
appena alzata dal letto nel silenzio incantato,
- i lupi della notte sono fuggiti
e rimpianti e rimorsi sono andati con loro -
io cerco te... Enrico, te... Aquitania
e scruto l’orizzonte per vedervi
e sfido una volta di più
quest’ immane, immota lontananza che ci separa .

Aquitania, dolce terra natale,
corte gentile di canzoni d’amore,
per cui io ebbi… Enrico,
e tu, Enrico, mio perduto fantasma d’amore,
tu... che mi hai tolto Aquitania.

Bussano le donne per accudirmi,
per ornarmi e vestirmi,
ma chiudo gli occhi e non voglio vederle.
Scuoto i capelli sciolti e questa
mia vecchia testa ostinata
oscilla di qua e di là
come una nera cornacchia sui rami
e …ulula.
No, no ! Non voglio vestirmi!
Più non voglio sul corpo
calde, morbide, ricche, ampie vesti avvolgenti,
mia splendente armatura di seduzione
nelle guerre pubbliche e private.
No!
Col nudo abito della follia ora
voglio affrontare la vita
o quel che di essa ancora mi resta…
la vita, questo pellegrinaggio della morte!




Regina delle due corone, come una fata malefica
vivo rinchiusa in una torre
tra paludi e foreste,
e c’ è già chi mi chiama strega.
Piango ancora e sempre,
ma le mie lacrime
non si trasformano in corde di seta
per farmi fuggire,
né come Melusina,
le mie braccia in ali, cosi da volar via.
Le mie lacrime mi fanno soltanto da pane,
mentre il pane che Enrico mi concede
si trasforma in lacrime;
e questa è ora, nel cuore dell’inverno,
la mia unica, povera magia.

Ma l’inverno svanirà, dovrà svanire
e questo sangue gelato nelle vene
tornerà a scorrere e a pulsare.
Questo simulacro di ciò che fui
si scioglierà con le prime brezze della bella stagione
e sarà allora che mi trasformerò:
attingerò dai fluidi della primavera
l’energia necessaria alla mia metamorfosi
e, non più folle per la fredda solitudine,
per l’abbandono e l’isterica impotenza,
tornerò a lottare.
amerò e odierò come una volta
e urlerò al vento
perché le porti al mondo lontano,
le parole di un poeta che mi ama:

"Dove sono i miei fedeli servitori?
Dove sono le care donne del mio seguito ?
Dove sono le mie consigliere ?
Alcuni sono stati stappati alle loro terre
e condannati ad una morte vergognosa,
altri sono stati privati perfino del bene della vista!
Altri ancora infine, vanno erranti di paese in paese,
e sono considerati fuggiaschi.
Io, l’aquila dell’alleanza spezzata,
fino a quando invocherò, senza essere esaudita?"

Il re ha messo come un assedio attorno a me,
con foreste e paludi,
con guardiani e immensa solitudine.
e tuttavia il re è … il mio Enrico e
il mio Enrico è ... il re!
Costretta a comprendere questa realtà irreale,
questa reale irrealtà,
la inghiotto come una medicina amara,
ma il mio cuore si ribella
e non vuole credere
ciò che la ragione ha da tempo accettato.
Mi scrollerò tuttavia dalle spalle
questo mantello incantato,
l’incredulità,
da me stessa tessuto
per proteggere le mie ultime illusioni amorose,
perché invece mi indebolisce e mi opprime,
mi soffoca!
E lo getterò via...
Via, nel pozzo senza fondo del disincanto!

E allora io griderò senza tregua!
Come una tromba riuscirò forse
a far risuonare la mia voce in lontananza,
oltre le foreste di nebbia ed oltre i boschi
che mi assediano,
al di là di quest’isola di brume che mi imprigiona,
al di là del mare fino alle terre del sole,
dove vivono coloro che mi amano!
E, tra costoro,
i miei figli la intenderanno
perché il giorno si avvicina
in cui essi mi libereranno
e farò ritorno alla mia patria!




I miei figli …
I miei figli mi scorteranno in Aquitania,
cavalcheremo insieme verso il sole!
Nuovamente regina di fatto,
regnerò con la mia terza corona,
e sarà allora che il ricordo delle corti di Francia e d’Inghilterra
svanirà dalla mia mente...

La corte ove regnai, delusa fanciulla, al fianco di Luigi,
e dove Intrigo e Invidia bisbigliavano
dietro ogni arazzo, dietro ogni colonna,
dove Calunnia tramava
per perdermi e infangarmi,
quella corte da cui fuggii per unirmi ad Enrico,
sarà dimenticata.,
veleggerà lontano
con le vele grondanti e livide di pioggia,
nave fantasma di un ingrato passato.
L' altra corte…
la corte ove fui donna appagata,
madre di figli maschi
e con Enrico
volai alto nel cielo
come un falcone selvaggio, libera e sovrana,
ebbra di felicità,
amante amata
finchè,
colpita a tradimento, vacillai
e caddi nei crepacci dell’odio e del dolore,
anch’essa…
la corte d’Inghilterra svanirà nella nebbia,
nella nebbia…
nella nebbia, questa nebbia che alita qui attorno,
questa nebbia che sale e sbanda e vaga…
Questa nebbia
entrerà nella mia stanza…
- Mi entrerà nella testa infine! -
e mi darà l’oblio!
Sarà allora come se tutto non fosse mai stato
e avrò pace.
Pace.

No!
No… io volerò ancora in alto!
Splenderà, nel sole del Mezzogiorno,
tra i profumi dei fiori e delle erbe,
la mia corte di Poitiers
e il mio Riccardo carissimo
sarà al mio fianco in Aquitania
e gli altri figli mi saranno attorno.

I miei figli… i nostri figli…
Gli ho messo i nostri figli alle calcagna
come cani dietro al cinghiale di palude,
in corsa per azzannarlo alle spalle,
per divorargli mari e terre
e per smembrargli, con l’impero, il cuore.

Ah! I miei figli!
Ciascuno di loro rappresenta,
per noi, un pegno d' amore, solo Giovanni…
Giovanni no. Egli venne più tardi.
Egli venne nel tempo del disincanto.
Egli nacque nei cupi giorni in cui seppi
del "suo" amore per Rosamunda.
Fu allora che come mai io stetti male.
Vomitai giorno e notte.
Piansi e mi disperai come umile donna.
Ero incinta del mio decimo figlio
e il sangue mi si cambiò – dissero - in fiele.
Diventai verde come una pianta
e mi strappavo ciocche di capelli
Ruppi tutti gli specchi e non volli più mangiare.
Dopo l’ira,
in me cadde una strana
calma e rischiai di abortire.
Nacque invece Giovanni prima del suo tempo.
Io non volli vederlo,
piangevo.
Per questo, penso oggi,
questo figlio è così diverso,
cupo e stizzoso,
infido come il serpente, avido come il lupo.
E non c’ è amore in lui per nulla e per nessuno…
No.
Non c’era amore in me quando lo partorii,
più parvenza d’amore nel mondo desolato,
persa ogni fiducia in Enrico, ogni fede in noi due.

Noi due …
Dopo tanti anni - quanti?
Quanti anni sono passati? –
Dopo tanti anni tra i boschi e tra le nebbie,
il ricordo di quel che siamo stati
tende a sfocarsi e si slabbra come un arazzo tarlato
e si fa vago
e grigio come la pioggia di novembre
quanto prima era netto e splendente
come un verde giorno d’ aprile!
Così ora non io non so più veramente
che cosa noi si sia stati.

Ma, dicono…
Mi dicono che fummo assieme come due falchi nella notte,
come aquile reali nel sole…
col mondo ai nostri piedi,
forti e leali,
immagine perfetta della sovranità!
Dicono che - ed è già leggenda - fui specchio
femminile della regalità,
giusta e gentile,
e in me amò riflettersi il mio caro signore.

Dicono che…
al suo fianco governai saggiamente
ed innalzai castelli e monasteri
e con lui viaggiando, mi alternai
nel reggere le sorti dei nostri vasti regni.
Dicono che,
il re mi amasse ardentemente
e ad ogni nostro incontro
la mia bellezza lo sconvolgeva,
sicchè gli diedi otto figli e non avevo rivali.

Dicono anche che…
-raccontano le più pazze fole su di noi ed io ne rido…-
Dicono come poi, lui venisse preso d’amore per un’ altra
- non più un’ infedeltà passeggera come le tante –
E che per lei costruisse
un palazzo come un labirinto con acque verdi attorno …
e scale e corridoi
e passaggi segreti per celarvela.

Dicono che, malgrado ciò, la regina…
- Io, la “saggia” Alienor, io?
una regina che non conosco
e che non mi riconosce,
regina di rancore e gelosia-
riuscisse a penetrarvi e vi scoprisse
quella giovane amante e la uccidesse.

Dicono questo ed altro di me adesso,
per ingiuriarmi,
per trovare ogni giustificazione a questa mia
lunga, troppo lunga prigionia in una torre
E che fui questo e che fui quello:
astuta, prepotente e lussuriosa,
l’ambizione e la superbia fatte donna,
puttana di Raimondo alla crociata,
amante di "suo" padre in Normandia,
regina adultera in Francia....

(continua)


Approfondimenti:

Biografia di Alienor o Eleonora d'Aquitania da Wikipedia:
Primi anni (L'ereditiera d'Aquitania):

Figlia primogenita del duca Guglielmo X il Tolosano e di Aénor di Châtellerault, figlia del visconte Americo I di Châtellerault e della Maubergeon, l'amante di suo nonno Guglielmo IX il Trovatore; fu battezzata Alienor (interpretato poi in seguito come l'Aliena, l'Estranea) che in ”langue d'oc” vuol dire "l'altra Aénor" (poi francesizzato in ”langue d'oïl” in Eléanor).

Fu allevata alla corte d'Aquitania, una delle più raffinate del secolo XII, che, per merito di suo nonno alla fine del secolo precedente, aveva visto nascere ”l'amor cortese”, nelle diverse residenze dei duchi d'Aquitania, soprattutto Poitiers e Bordeaux; riceve l'educazione di una giovane nobile del suo tempo: impara a leggere e scrivere in latino, la musica, la matematica e la letteratura dell'epoca, inoltre impara a cavalcare ed a partecipare alla caccia.

Nel 1130, bambina di circa 8 anni, divenne l'erede dei ducati d'Aquitania e Guascogna, uno dei più importanti domini del regno di Francia (senza però essere vassallo della corona), per la morte del fratello, Guglielmo l'Ardito.

Nel 1137, durante un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela, il padre Guglielmo X morì, sembra il Venerdì Santo, gli successe Eleonora nei titoli di duchessa d'Aquitania e di Guascogna e contessa di Poitiers. Guglielmo, però, prima di morire, per paura che la giovane figlia potesse essere preda di qualche suo vassallo o di qualche altro feudatario, propose al re di Francia Luigi VI di fare sposare i loro due legittimi eredi: Eleonora ed il futuro re di Francia Luigi VII. Luigi VI accettò di buon grado al matrimonio, pensando che il regno di Francia dalla Loira si sarebbe esteso sino ai Pirenei ed al Mar Mediterraneo.

Il matrimonio tra Eleonora e Luigi di Francia fu celebrato, il 25 luglio 1137, a Bordeaux. Secondo l'usanza dell'epoca le feste durarono alcuni giorni e si svolsero nei dintorni di Bordeaux, al palazzo di Ombrière; le feste accompagnarono gli sposi anche durante il viaggio verso Parigi. La prima notte di nozze fu nel castello di Taillebourg.
Durante il viaggio, gli sposi furono incoronati duchi d'Aquitania nella cattedrale di Poitiers, ma il ducato non venne riunito alla corona di Francia, Eleonora rimase duchessa e Luigi duca consorte; fu altresì stabilito che il loro primo figlio sarebbe stato re di Francia e duca d'Aquitania, quindi la fusione dei due domini sarebbe avvenuta con una generazione di ritardo.
Luigi VI morì il primo di agosto del 1137, quando gli sposi erano ancora in viaggio per Parigi.
Primi anni di matrimonio col re di Francia Luigi VII:

Nel giorno di Natale del 1137 Eleonora venne incoronata a Bourges, mentre il marito veniva reincoronato (essendo già stato incoronato all'età di 11 anni, il 25 ottobre 1131, a Reims).

Di spirito libero e vivace, non è ben accettata alla corte di Francia, fredda e riservata; ella è criticata per la sua condotta ritenuta indecente (così come era già avvenuto per un'altra regina del sud della Francia, Costanza d'Arles, moglie di Roberto II di Francia, circa un secolo prima): i suoi lussi, dai gioielli alle tappezzerie, sorpresero i cortigiani e poi i trovatori che lei faceva venire alla corte non erano graditi: il Marcabru, addirittura, fu cacciato dal re in persona per le canzoni, un poco spinte, composte per la sua amata, che forse era la regina; il trovatore in seguito dovette recarsi presso le corti spagnole per poter continuare a vivere della sua arte.

Eleonora era soprattutto criticata per l'influenza che esercitava sul re. La giovane coppia (entrambi avevano meno di vent'anni) prendeva decisioni avventate come la spedizione (che si risolse in un insuccesso) contro la contea di Tolosa su cui Eleonora vantava dei diritti, per via della nonna Filippa di Tolosa; oppure il conflitto col Papa Innocenzo II, per la nomina del nuovo arcivescovo di Bourges (Pietro de La Châtre) a cui il re proibì di entrare in città; oppure la pressione esercitata su Rodolfo di Vermandois (1085-1152) affinché ripudiasse la moglie, Eleonora di Champagne, per risposarsi con la giovane Petronilla d'Aquitania (1125-1153, invaghita del maturo Rodolfo), sorella della duchessa Eleonora; Rodolfo accettò, fu scomunicato del papa, assieme a Petronilla e, nel 1142, dovette sostenere un conflitto vittorioso contro il conte di Champagne Tibaldo IV di Blois (presso il quale si era rifugiato Pietro della Châtre), fratello della moglie ripudiata, Eleonora di Blois.

Durante il conflitto in cui il re appoggiò Rodolfo, ci fu la conquista della città di Vitry-en-Perthois; gli abitanti della città, sembra circa 1300, si rifugiarono nella chiesa, a cui fu dato fuoco. Sul regno di Francia e sulla coppia reale, ancora senza figli, cadde l'Interdetto della Chiesa.

Eleonora si recò a consiglio da Bernardo di Chiaravalle, che consigliò la riappacificazione dei conflitti; cosa che avvenne, la Champagne fu restituita a Tibaldo e Pietro poté ottenere l'arcivescovato di Bourges. La scomunica fu ritirata e nel 1145 la coppia reale ebbe una figlia, Maria.

Affinché l'Interdetto fosse tolto ed anche per ottenere la nascita del sospirato figlio maschio Eleonora, influenzata sempre dalle prediche di Bernardo di Chiaravalle[1], spinse Luigi a partecipare alla Seconda crociata; lei lo avrebbe accompagnato in Terra Santa come pellegrina.
La seconda crociata
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Seconda crociata.

La crociata francese, essendovi al seguito la regina e parecchie dame dei crociati, cariche di bagagli, si trovò un convoglio sovraccarico che la rallentava, partì nel giugno del 1147, mentre la crociata tedesca, partita a maggio, arrivò prima in terra Santa. Con la crociata cominciarono i dissapori tra i coniugi:
lei si fece accompagnare dal trovatore Jaufré Rudel,
la strage alla battaglia del monte Cadmo, nel 1148, dove l'avanguardia (con la regina), comandata da un vassallo aquitano, Goffredo di Rancon, contravvenendo agli ordini non attese la retroguardia (con il re) ed i pellegrini, che subirono un massacro da parte dei Turchi; il re si salvò miracolosamente. La colpa ricadde su Goffredo, ma i dubbi su Eleonora rimasero.
l'incontro con lo zio Raimondo di Poitiers, che accolse i Crociati in Antiochia, ma non fu ricambiato in alcun modo. Allora circolò la diceria che tra zio e nipote nascesse un incestuoso adulterio, nei mesi che Luigi ed i francesi furono a Gerusalemme, mentre la regina e gli aquitani rimanevano in Antiochia.
anche l'esito negativo della crociata (la mancata conquista di Damasco) e la colossale menzogna Bizantina che nascose ai francesi il disastro a cui erano andati incontro i tedeschi, portò dissapori tra i coniugi.

Nel 1149 Luigi VII ed Eleonora ritornarono dalla crociata e arrivarono in Italia, via mare, separatamente. Incontrarono il Papa Eugenio III nell'Abbazia di Montecassino, che riuscì a farli riconciliare. Rientrarono in Francia e nel 1150, nacque una seconda figlia, Alice. Ma i dissapori continuarono. L'11 marzo 1152 si riunirono nel sinodo di Beaugency gli arcivescovi di Bordeaux, Rouen, Reims ed il primate di Francia, che il 21 marzo, dinnanzi a Luigi ed Eleonora, sancirono, con la benedizione papale, che il loro matrimonio era stato nullo per consanguineità di quarto grado, ambedue discendevano da Roberto II di Francia (dal primogenito Enrico I di Francia attraverso Filippo I di Francia e Luigi VI di Francia discendeva Luigi; mentre dal secondogenito, duca di Borgogna Roberto di Francia attraverso Anna di Borgogna, Guglielmo VIII di Aquitania, Guglielmo IX di Aquitania e Guglielmo X di Aquitania discendeva Eleonora). Le due figlie venivano dichiarate legittime e sarebbero rimaste presso la corte francese e tutti i possedimenti di Aquitania e Guascogna venivano restituiti ad Eleonora.
Il secondo matrimonio con Enrico II d'Inghilterra:

Il matrimonio di Eleonora d'Aquitania con Enrico Plantageneto e la successiva successione al trono d'Inghilterra di Enrico creò un impero.
Non appena Eleonora fu rientrata nei suoi possedimenti, sulla via di Poitiers, due nobili, Tibaldo di Blois, figlio del conte di Champagne, e Goffredo d'Angiò, fratello di Enrico, conte d'Angiò e duca di Normandia, cercarono di rapirla per sposarla e quindi impadronirsi dei suoi domini. Appena giunta a Poitiers, inviò un messaggio al duca di Normandia, Enrico, affinché la raggiungesse e la sposasse. Sei settimane dopo l'annullamento del precedente matrimonio, il 18 maggio 1152, nel giorno di Pentecoste, Eleonora ed Enrico si sposarono, sembra, senza sfarzo. Lei era più anziana di 11 anni; ambedue discendevano dalla figlia di Folco III Nerra, Ermengarda d'Angiò, (dal matrimonio con Goffredo II di Gatinais, attraverso Folco IV d'Angiò, Folco V d'Angiò e Goffredo V il Bello discendeva Enrico; mentre dal secondo matrimonio col duca di Borgogna Roberto di Francia attraverso Anna di Borgogna, Guglielmo VIII di Aquitania, Guglielmo IX di Aquitania e Guglielmo X di Aquitania discendeva Eleonora). Un possibile matrimonio tra Enrico e Maria, figlia di Eleonora, era stato escluso per la consanguineità. Inoltre il padre di Enrico, Goffredo il Bello, uno dei presunti amanti di Eleonora, aveva vivamente sconsigliato il figlio di imparentarsi con lei.

Enrico non fu molto fedele ad Eleonora ed ebbe la reputazione di conquistatore. Ebbe diversi figli illegittimi; uno di questi, Goffredo di York, nato da una prostituta di nome Ykenai, nacque nello stesso anno del figlio legittimo Guglielmo, fu riconosciuto da Enrico ed allevato a Westminster sotto la guida della regina.

Il 19 dicembre 1154 divenne regina d'Inghilterra, in quanto il marito fu incoronato re con il nome di Enrico II.

Il periodo di regno di Enrico II, tra l'incoronazione e la nascita dell'ultimo figlio, Giovanni (1167), fu piuttosto turbolento, anche se Eleonora ne fu coinvolta marginalmente:

l'Aquitania rifiutò, come di norma, l'autorità di Enrico, quale marito di Eleonora;
i tentativi di acquisire la contea di Tolosa, appellandosi ai diritti ereditari della nonna Filippa di Tolosa e poi del padre, furono dei fallimenti;
le notizie dalla Francia, inerenti al nuovo matrimonio di Luigi, a cui seguì il matrimonio tra Enrico il Giovane e Margherita, figlia di Luigi;
e la più critica, il contrasto tra il re e San Tommaso Becket, prima cancelliere e poi il suo arcivescovo di Canterbury; Tommaso fu costretto a scappare in Francia; dopo che fu tornato, nel 1170, Becket fu assassinato, nella cattedrale di Canterbury, durante le funzioni vespertine; probabilmente, gli assassini interpretarono uno sfogo del re, che non diede mai un preciso ordine. Nonostante il dubbio, Eleonora, come tutto il resto d'Europa, venne colta da orrore.
tra la fine del 1166 ed il 1167 il rapporto tra Enrico e Rosamund Clifford divenne noto, ed il matrimonio con Eleonora sembrò vicino alla conclusione.

Nel 1167 ci fu il matrimonio tra la terzogenita Matilde ed il duca di Baviera e di Sassonia Enrico il Leone; la regina rimase in Inghilterra con la figlia, per preparare le nozze, iniziando un periodo di separazione; rientrò in Francia solo per Natale.
La Mecenate

Poi quando la regina fu in Francia tenne corte a Poitiers (riattivandola dopo anni di abbandono) e seguì soprattutto i suoi interessi in Aquitania. Nel 1170 Eleonora riuscì a far assegnare al figlio quartogenito Riccardo i possedimenti di Guascogna, Aquitania e Poitou.

La corte si riempì d'artisti e di trovatori, tra cui Bernard de Ventadom; col quale ebbe una fugace, ma intensa relazione ed i Normanni Benoît de Sainte-Maure e Robert Wace; ebbe contatti anche con Arnaut Guilhem de Marsan, signore di Marsan (Landes), che aveva composto una guida di buon comportamento di un cavaliere.

Secondo l'opera di André le Chapelain, Eleonora creò una corte letteraria con la figlia Maria di Champagne (1145-1198), protettrice del trovatore Chrétien de Troyes (1135-1183), verso il 1170; sembrerebbe però che i corsi d'amore decantati da André siano state delle esagerazioni per piaggeria nei confronti di Filippo Augusto (di cui era un chierico) per diffamare Eleonora.
Rivolta e cattura di Alienor:

Il figlio secondogenito, erede al trono Enrico il Giovane, debole di carattere e circondato da consiglieri nemici del padre iniziò una ribellione, nel 1173. Si recò a Parigi, da dove, su consiglio del re Luigi VII, lanciava accuse e calunnie contro il proprio padre il re Enrico; quindi si recò segretamente in Aquitania, dove i fratelli Riccardo e Goffredo vivevano alla corte di Poitiers, presso la madre; Enrico il Giovane incitò i fratelli, sembra col consenso della madre, ad unirsi a lui nella ribellione. Eleonora spinse i giovani figli a raggiungere Parigi per unirsi al fratello maggiore contro il loro padre, il re Enrico; poi spinse i suoi vassalli Aquitani e Guasconi ad unirsi ai suoi figli. Quindi Eleonora, ad aprile, lasciata Poitiers si mise sulla via di Parigi per raggiungere i tre figli, ma fu intercettata, arrestata ed inviata al re Enrico in Rouen. Fu segretamente imprigionata a Chinon e per circa un anno il segreto fu mantenuto. L'8 luglio 1174, il re si imbarcò per l'Inghilterra a Barfleur, portando Eleonora con sé ed appena furono sbarcati a Southampton, fu imprigionata nel castello di Winchester e poi anche in quello di Sarum. I tre figli dopo poco fecero atto di sottomissione al padre e la ribellione finì.
Gli anni della prigionia

Rimase in carcere in Inghilterra per circa 15 anni, in diverse prigioni. Durante la prigionia fu tenuta separata dai figli, specialmente da Riccardo, che era sempre stato il suo favorito; non ebbe modo di incontrarli spesso, anche se in speciali occasioni come il Natale, le fosse permesso di uscire liberamente.

Nel 1176 Rosamunda Clifford (1150-1176), il grande amore di Enrico, morì. Il legame era nato nel 1166 e dal 1173 Enrico covava l'idea di divorziare da Eleonora, e nel 1175 pensò addirittura di chiuderla nel convento di Fontevraud, facendole prendere i voti di povertà e quindi rinunciare a tutti i suoi titoli ed ai suoi domini. Pertanto alla morte di Rosamunda Enrico credette che fosse stata avvelenata con la complicità di Eleonora, che si professò sempre innocente (era solita ripetere che quando Dio si era preso Rosamunda lei era costantemente sorvegliata dalle spie di Enrico e quindi anche volendo nell'impossibilità di avvelenarla).

Nel 1183 Enrico il Giovane, non accontentato alla sua richiesta del ducato di Normandia (di cui era nominalmente duca), si ribellò nuovamente e con l'aiuto delle truppe del fratello Goffredo e quelle del re di Francia, Filippo Augusto (1165-1223), tese un'imboscata al padre a Limoges. Il padre assediò la città costringendo Enrico il Giovane a fuggire e girovagare per l'Aquitania, finché si ammalò di dissenteria. L'11 giugno 1183, sentendosi vicino alla morte ed essendo preso da rimorso chiese perdono al padre e chiese altresì che fosse perdonata la madre e tutti i suoi compagni di ventura e tutti fossero lasciati liberi. Eleonora ricevette la notizia della morte del figlio nel castello di Sarum (lei stessa disse poi al Papa Celestino III, nel 1193, che in sogno aveva previsto quella morte, che la faceva ancora soffrire molto).

Alla morte di Enrico il Giovane, Filippo Augusto reclamò, per conto della sorella Margherita, detta la Giovane regina (moglie di Enrico il Giovane) alcune proprietà in Normandia; ma il re Enrico non le consegnò in quanto ritenne che alla morte del figlio dovessero ritornare in possesso di Eleonora, che per questo fu convocata in Normandia, alla fine dell'estate del 1183 e vi risedette per sei mesi. Iniziò per lei un periodo di semilibertà, tornò in Inghilterra all'inizio del 1184; negli anni seguenti Eleonora fu spesso in compagnia del marito, anche in atti governativi, adoperandosi per garantire a Riccardo la successione al trono, ma non fu mai realmente libera, perché sempre sorvegliata.

Nel 1186 morì il figlio Goffredo, duca di Bretagna, durante un torneo alla corte di Francia.
Reggente del regno d'Inghilterra

Il 6 luglio 1189 il re Enrico morì e Riccardo, essendogli subentrato nel titolo di re d'Inghilterra, inviò immediatamente Guglielmo il Maresciallo (1145-1219) a liberare la madre, che però era già stata liberata e cavalcando verso Westminster ricevette l'omaggio di nobili e prelati. Eleonora governò l'Inghilterra in nome del figlio, che rientrò dalla Francia il 13 agosto, accolto con molto entusiasmo; continuò a governare, in nome del figlio, anche quando Riccardo partì per la Terza crociata.

Nel corso del 1191 lasciò l'Inghilterra nelle mani del Lord Cancelliere, Guglielmo di Longchamp e si recò a Messina per organizzare il matrimonio del figlio Riccardo. Quando rientrò in Inghilterra appoggiò il figlio Giovanni Senza Terra nella sua disputa contro il cancelliere. Quando, sulla via del ritorno dalla Terra Santa, Riccardo fu catturato in Austria, Eleonora riuscì prima, nel 1193, a sventare la cospirazione tentata dal figlio Giovanni contro Riccardo e poi a mettere insieme l'ingente somma del riscatto, che portò personalmente a Magonza all'imperatore[senza fonte] Enrico VI figlio di Federico Barbarossa e infine, l'anno seguente (1194) favorì la riconciliazione tra i due fratelli, Riccardo e Giovanni.
Gli ultimi anni di vita:

Eleonora sopravvisse a Riccardo, che morì nel 1199 e mentre i grandi d'Inghilterra e Normandia riconoscevano Giovanni, il figlio più giovane di Eleonora, intorno alla quale si erano raccolti gli Aquitani, i baroni delle terre occidentali del Maine, dell'Angiò e della Turenna appoggiarono le giuste aspirazioni del nipote Arturo I di Bretagna (1187-1203), il figlio postumo di Goffredo.

Alla fine anche con il contributo del re di Francia, Filippo Augusto, la successione, fatti salvi i diritti di Arturo (che fu temporaneamente affidato alle cure di Filippo Augusto) sulla Bretagna, fu assicurata a Giovanni Senzaterra e tra i termini della tregua stabilita tra Giovanni d'Inghilterra e Filippo Augusto di Francia, vi fu anche il progetto di matrimonio tra il dodicenne Luigi, figlio di Filippo e una delle due nipoti di Giovanni, figlie della sorella Eleonora (1161-1214) e di Alfonso VIII di Castiglia (1155-1214). Giovanni incaricò la madre ad andare in Castiglia per scegliere la nipote. Appena lasciata Poitiers, all'età di 77 anni fu catturata da Ugo IX di Lusignano, che nel passato aveva avuto problemi col re Enrico, suo marito. Promise ad Ugo ciò che desiderava e proseguì il viaggio attraverso i Pirenei, la Navarra e la Castiglia, dove arrivò nel gennaio del 1200.

Alla corte di Castiglia si fermò due mesi e tra Urraca e Bianca, scelse la più giovane Bianca (1188-1252). Rientrarono in Francia ed arrivarono a Bordeaux per la Pasqua. Un famoso guerriero, il Mercadier, si offrì di scortarle, ma pochi giorni dopo fu ammazzato in uno scontro con un rivale. La tragedia colpì la vecchia regina che non fu più in grado di proseguire il viaggio; affidata Bianca all'arcivescovo di Bordeaux, Eleonora si ritirò nell'Abbazia di Fontevrault, dove all'inizio dell'estate il figlio Giovanni le fece una visita; nei primi mesi del 1201 non si era ancora ripresa del tutto.

Quando riprese la guerra tra Giovanni e Filippo, Eleonora sostenne il figlio; e quando il nipote Arturo, alleato di Filippo, cercò di prendere il controllo dell'Aquitania, Eleonora lasciò l'abbazia per raggiungere Poitiers; Arturo, saputolo riuscì a bloccarla ed assediarla nel castello di Mirabeau. Giovanni accorse allora in soccorso della madre, sconfisse gli assedianti e fece prigioniero il nipote, che, incarcerato, morì nel 1203, forse avvelenato dallo zio.

Eleonora, nel 1202 rientrò all'abbazia di Fontevrault, dove prese il velo, e nel 1204 morì, dopo aver sepolto otto dei suoi dieci figli; le sopravvissero Giovanni ed Eleonora.
Discendenza:

Eleonora diede a Luigi due figlie:

Maria (1145-1198), sposò nel 1164 Enrico I il Liberale (1126- † 1182), conte di Champagne, di Blois e di Brie.
Alice (1151-1198), sposò nel 1164, il conte di Blois Tibaldo V di Champagne, detto il Buono (1129-1191).

E ad Enrico otto figli:

Guglielmo Plantageneto (1153-1156)
Enrico (1155-1183), incoronato re d'Inghilterra nel 1170, ma non ebbe mai un effettivo potere, sposò Margherita, figlia di Luigi VII di Francia.
Matilde (1156-1189), sposò nel 1168 il duca di Baviera e di Sassonia Enrico il Leone (1130-1195).
Riccardo (1157-1199), re d'Inghilterra.
Goffredo (1158-1186), duca di Bretagna, sposò, nel 1181, Costanza di Richemont (?-1201).
Eleonora (1162-1214), sposò, nel 1177, Alfonso VIII di Castiglia (1155-1214).
Giovanna (1165-1199), sposò, nel 1176, il re di Sicilia, Guglielmo II (1166-1189) ed in seconde nozze, il conte di Tolosa Raimondo VI (1156-1222); vedova per la seconda volta, si ritirò nell'abbazia di Fontevrault e ne divenne badessa.
Giovanni Senza Terra (1166-1216), re d'Inghilterra.
Cinema:

Dalla storia di Eleonora ed Enrico II lo scrittore statunitense James Goldman ha tratto il testo teatrale Il leone in inverno. Sempre Goldman lo adatta nel 1968 per la versione cinematografica di Anthony Harvey, vincendo per questo il premio Oscar, il premio Writers Guild of America ed il premio Writers' Guild of Great Britain. Nel 2003 il regista Andrej Končalovskij ne trae un film televisivo.
Nel film del 1969 Eleonora d'Aquitania è interpretata da Katharine Hepburn, mentre Enrico II da Peter O'Toole in quello del 2003 da Glenn Close e Patrick Stewart

mercoledì 2 dicembre 2009

IBISCO COLOR PESCA

Da Flickr: "Hibiscus rosa-sinensis" di Luigi FDV


Ibisco color pesca
Melba
&
cognac
&
panna
&
rum della Giamaica:

All'ombra di una palma
una rorida negra nuda si sventaglia...
( o è una mulatta?)
le labbra come petali di fiore
di ibisco...
il sesso
come pesca
aperta.


Qualcuno canta una canzone...


Ma... io chiuderò gli occhi
&
chiuderò le persiane!
&
lascerò fuori
il fiore dell' ibisco
nella luce gialla & rosa & ambra.
Nel giardino della carne.



Da Flickr: "Ibisco amarelo" di Luiz Gentile






domenica 29 novembre 2009

In un mondo di carta: VI



Gran Spettacolo illusionista
diretto dal mago Fantomas
che appare & scompare

-La rappresentazione è sospesa.
Riprenderà in data da stabilirsi -
(se riprenderà)




Depongo tutti gli oggetti
nello specchio stregato
dell’armadio angolare:
Vi entra una camera “800
con cuscini stupiti & cassapanca,
una casa & un gatto di campagna,
ricami di voci, una città con torri
& piazze degradanti verso il centro
del cuore.
Vi entra un amore a doppio fondo,
un incantesimo maldestro,
un impermeabile trasparente,
azzurro, da turista,
un niente
che scintilla
sul fondo
del fiume.

venerdì 27 novembre 2009

Astratte Associazioni : "Miti sull'origine del mondo" 1




Ebrei (Genesi):

"In principio Dio creò il cielo e la terra.
La terra era una massa senza forma e vuota; le tenebre ricoprivano l’abisso, e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio.
Iddio allora disse: “Sia la luce”: e la luce fu.
Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre.Dio chiamò la luce, Giorno e le tenebre, Notte.
Poi disse:-La terra si copra di verde, produca piante e ogni genere di albero da frutta-. E così avvenne.
E disse: -Le acque producano animali che guizzino, il cielo gli uccelli che volino, la terra,varie specie di animali...- E così avvenne.
Dio disse ancora: -Facciamo l’uomo e sia simile a noi... a nostra immagine-
Dio creò l’uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò.
Dio vide che tutto quello che aveva fatto era davvero molto bello.
E iI settimo giorno, terminata la sua opera, si riposò.”



Indù (Rig-Veda):

“Non v’era allora né l’essere né il non essere, non v’era né l’aria, né il cielo di sopra.
Che cosa dunque esisteva? E dove? Sotto la guida di chi?
Era forse l’abisso inscandagliabile delle acque?
Non v’era allora né morte né non morte; né alcuna separazione tra giorno e notte.
Senza fiato respirava l’Uno per forza propria. Nulla all’infuori di lui esisteva, e nient’altro!
Regnavano alle origini le tenebre ricoperte dalle tenebre, quest’universo altro non era che onda indistinta.
Fu allora che, per forza del Karma (l’Ardore primordiale), l’Uno stesso nacque, vacuo principio ricoperto di vacuità”.



Egizi:


"All’inizio c’erano solo le acque del caos, sovrastate dal buio e dal silenzio.
Otto creature con la testa di rana, i maschi, e di serpente, le femmine, nuotavano nelle acque del caos, prima della creazione.
Queste creature si fusero, formando il Grande Uovo.
Dopo un tempo lunghissimo, il guscio si ruppe ed apparve il Creatore, padre e madre di tutte le cose, fonte di ogni vita... il dio Sole.
Le due metà del guscio separarono le acque del caos ed il Creatore le face diventare il mondo.
Mentre giaceva nell’abisso delle acque, il Creatore si sentiva molto solo e voleva abitare con altri esseri il nuovo mondo. Così i pensieri del Creatore divennero gli dei e tutte le altre cose del mondo e le sue parole diedero vita alla terra




Babilonesi:
"Una volta non c’erano né cielo né terra. Dèi capricciosi e draghi mostruosi abitavano l’universo vuoto e nero.
Il più forte e generoso fra tutti gli dèi era Marduk, il guerriero. Una lunga spada pendeva dal suo fianco e le sue mani stringevano fasci di fulmini che squarciavano le tenebre con bagliori accecanti.
Un giorno Marduk incontrò sulla sua strada un drago dall’aspetto terribile. Il mostro sconosciuto aveva grandi ali, piumate e scintillanti di metalli preziosi; dalle sue fauci spalancate e irte di denti usciva un ruggito sordo e minaccioso.
- Chi sei e che cosa vuoi da me?- chiese Marduk al mostro che gli sbarrava la strada.
-Il mio nome è Tiamat- rispose l’orribile bestia - E voglio te, Marduk. Non riuscirai a vincere Tiamat, il drago degli abissi!-
Mardùk non rispose. In silenzio raccolse il suo coraggio per superare la terribile prova che lo attendeva.
All’improvviso, il mostro spiccò un gran balzo verso Marduk, il quale però non si fece sorprendere.Rapido, gli lanciò contro una rete di luce che fermò il mostro a mezz’aria impigliandolo fra mille sprazzi luminosi.
Un ruggito assordante squarciò l’universo.Tiamat schiumava di rabbia tentando di liberarsi dalla rete di luce.
Marduk sguainò la lunga spada e squarciò il mostro in due. Poi, appese la schiena del mostro che era maculata, in alto, perché diventasse il cielo con le stelle, e poggiò un piede sul ventre del mostro, che divenne la terra con i fiumi e gli oceani."



GrecI (Esiodo):
"All’inizio c’era il Caos, il grande abisso vuoto.
Dal Caos emerse Eurìnome, la ballerina. Aveva tan­tissima voglia di danzare, ma nessuna superficie sulla quale poggiare i piedi.
Per questa ragione decise di dividere il Cielo dal ma­re e cominciò a volteggiare sulle onde, fino a creare un vortice intorno al proprio corpo.
Da questo vortice nacque Borea, il freddo vento del nord. Egli divenne sempre più impetuoso. Eurìnome allora lo afferrò e lo strizzò come fosse uno straccio e lo trasformò in un serpente a cui det­te il nome di Ofione.
Dall’unione di Eurìnome e di Ofione nacque l’Uovo Universale.
Ofione si arrotolò sette volte intorno al gigantesco Uovo, finché questo si schiuse.e,da esso, uscirono tutte le meraviglie del creato.
Poi Eurinome e Qfione si stabilirono in una reggia sul Monte Olimpo.
Ofione disse:-Spetta a me sedere sul trono, perché io sono il creatore dell’universo!
Eurinome, furibonda, urlò:-Come osi, rettile? Senza di me non saresti stato nulla.Io devo sedermi sul trono e governare su tutto!-
Vi fu allora una violenta lotta tra i due: Eurinome, con un calcio, fece cadere tutti i denti di Ofione e, a contatto con la terra, i denti del serpente, ad uno ad uno,si trasformarono in esseri umani.
E iI primo di questi primi uomini si alzò da terra e si chiamò Pelasgo"




Fenici:
"E, all’inizio, vi fu solo un caos oscuro e ventoso.
Questi ciechi venti si accavallarono uno sull’altro, formando una specie di nodo d’amore la cui natura era il desiderio.
Durante un’eternità di tempo, Desiderio precipitò nel fango acquoso che si chiamava Mot.
Fu Mot che generò gli esseri viventi, semplici creature senza coscienza di sé stesse. ed esse, a loro volta, generarono creature più complesse... E così via...
Queste creature contemplavano il cielo e videro che Mot era a forma di uovo e vi videro in alto il sole, la luna, le stelle ed i pianeti."

Cinesi :


"All’inizio déi tempi, c’era solo l’oscu­rità: il mondo era un gigantesco uo­vo che conteneva il caos.
Dentro l’uovo dormiva e cresceva il gi­gante Panku, che un giorno improvvisamente si svegliò e ruppe il guscio; il contenuto più leggero salì in alto e formò il cielo; quello più pesante scese in basso e diventò la Terra.
Per migliaia di anni Panku, temendo che i due elementi potessero riunir­si, li tenne separati spingendo in su il cielo con la testa e schiacciando la Terra con i piedi.
Quando, soddisfatto del suo lavoro, Panku morì, il respiro si trasformò in vento, la voce in tuono, l’occhio sini­stro divenne il Sole e il destro formò la Luna, mentre le sue braccia diven­tarono montagne, le sue vene sen­tieri e strade, i suoi capelli le stelle del cielo, la sua carne terreno per i campi e il suo sudore si trasformò in pioggia e rugiada.
Così il gigante Panku creò il mondo."


Indiani del Nord America:
"Prima della creazione del mondo, Manitu, l’antenato della sacra pipa, vagava su una distesa di acque gridando e digiunando, in cerca del luogo dove sarebbe sorta la terra.
Chiamò a raccolta le creature che già esistevano e la tartaruga riuscì ad individuare la Terra sotto le acque cosmiche.
Manitu seccò la creta con la sua pipa e creò così il mondo... lo rese cioè visibile."
(Per gli indiani fumare la pipa significava dunque ri-creare il mondo, in una cerimonia di rigenerazione.)


Indiani Yakima:
"Agli inizi del mondo c’era solo acqua. Whee-me-me-owan, il Grande Capo Lassù, viveva su nel cielo tutto solo.
Quando decise di fare il mondo, venne giù in luoghi dove l’acqua è poco profonda e cominciò a tirar su grandi manciate di fango che divennero la terraferma. Fece un mucchio di fango altissimo che per il gelo divenne duro e si trasformò in montagne. Quando cadde la pioggia, questa si trasformò in ghiaccio e neve sulla cima delle montagne.Un po’ di quel fango indurì e divenne roccia.
Il Grande Capo Lassù fece crescere gli alberi sulla terra, ed anche radici e bacche. Con una palla di fango fece un uomo e gli disse di prendere i pesci nell’acqua, i daini e l’altra selvaggi­na nelle foreste.
Quando l’uomo divenne malinconico, il Grande Capo Lassù fece una donna affinché fosse la sua compagna e le insegnò a preparare le pelli, a lavora­re cortecce e radici e a fare cesti con quelle. Le insegnò quali bacche usare per cibo e come rac­coglierle e seccarle. Le insegnò come cucinare il sal­mone e la cacciagione che l’uomo portava."


Indiani Maya:
"Mille e mille anni fa il mondo era vuoto. Non c’era alcun uomo, né un solo animale, né pietre, né erbe, né alberi; solo il cielo ed il mare esistevano.
Tepeu e Gucumatz, il dio creatore e il dio formato-re, decisero di creare la terra e il sole e, in un attimo, dalla nebbia scaturirono montagne e boschi.
Tepeu e Gucumatz crearono poi gli animali e ad ognuno di essi assegnarono una casa: chi viveva tra i cespugli, chi sugli alberi, chi nelle buche del terreno.
Poi i due dèi si rivolsero agli animali dicendo:-Parlate, gridate e cantate i nostri nomi!-
Gli animali gridavano, ululavano... ma non riuscivano a pronunciare i loro nomi.
-Così non va - dissero Tepeu e Gucumatz.
E provarono allora a creare l’uomo. Lo fecero di fango, ma subito videro che non andava bene. L’uomo non aveva forza, cadeva giù molte è la testa non stava su.
Allora i due dèi dissero: -Proviamo a scolpire l’uomo nel legno!-
I fantocci di legno assomigliavano all’uomo, ma non avevano anima e neppure cervello.
Tepeu e Gucumatz erano sconsolati: la creazione dell’uomo era proprio difficile.
Ma ecco avvicinarsi quattro animali: l gatto, il coyote, il pappagallo e il corvo...
Essi portarono ai due creatori una pannocchia matura di mais.Tepeu e Gucumatz presero la pannocchia e macinarono i chicchi con una pietra; poi impastarono la farina con l’acqua del mare e crearono i muscoli e la forza dell’uomo.
Finalmente la loro opera era perfetta. L’uomo aveva anima e cervello e cantava lodi a Tepeu e Gucumatz, creatori del cielo e della terra."



Il riflesso sul lago di Kaman
mosso da un gelo pittoresco e inesatto
piega gli elementi in un comune respiro e sposta le nuvole
da pezzi di sereno a grappoli uniti all'Europa centrale
dove Geografia rimprovera meridiani
calca sull'equatore quale leader incontrastato
punge con il picco le aree più basse
Ho udito sirene cantare troppo piano
il grido di Ulisse gonfiare le vele
Perfino nello sconcerto delle Marianne
s'annida riluttante l'origine del mondo
quando linfe ingrossate vivacchiano a fondo
lasciano il piglio alle correnti
mentre ai bordi una furba umidità
cresce fra creature allegre vanitose
fuori sulle sabbie l'Atlantico è pensoso
su come cucire le terre che separa
Spero che non voglia o che voglia per sempre
il contrario dei sogni l'origine del mondo
Cristalli di cielo frantumano l'ordine apparente di gesso
scaturito da quello che sotto chiamano quasi sempre
colui che governa e controlla le cose
come un'immensa unica verità plasmata in forma perfetta (conveniente)
che a vederla appare in balia di qualsiasi evento esagonale
e tu profitta dello scompiglio per decidere finalmente

Max Mazzé






























Uomo, Natura, Arte e Inconscio collettivo nelle parole dello psicanalista Antoine Fratini


Mi limiterò qui a riferire, senza commentare, le parole di Antoine Fratini sull'affascinante argomento:

"Dagli uomini preistorici ai moderni della pop art o del surrealismo, l'attività artistica ci appare come una lunga e inesauribile spinta creativa che lascia presupporre l'esistenza, a monte, di una corrispondente necessità interiore.
I dipinti ritrovati sulle pareti delle grotte di Lascaux in Francia, risalenti a 15.000 anni prima della nostra era, sono indicativi di come l'arte ebbe originariamente un fine più ritualistico e religioso che estetico. Le religioni di tutto il mondo hanno sempre suscitato nell'uomo grandi fervori creativi, soprattutto nell'arte, ma non solo.
Gli antichi egiziani, così come gli incas per esempio, non conoscevano ancora quella netta separazione tra il campo spirituale e quello culturale, artistico e scientifico esistente ai nostri giorni. La religiosità naturale dell'anima (Jung parla di anima naturaliter religiosa) stava ancora, consapevolmente, al centro di ogni attività, soprattutto quella artistica. Ma che cos'è la religiosità? E’ forse un tentativo di rimediare, nel fantasma, a certi dubbi e a certi interrogativi cui al momento non è possibile rispondere sul piano della realtà? Com'è noto, Freud è di questo avviso. Se paragoniamo le religioni a dei sistemi di pensiero fantasmatici, cioè corrispondenti a desideri inconsci e obbedienti quindi al principio di piacere anziché al principio di realtà, dovremmo allora concepire l'arte in maniera altrettanto riduttiva (e dico riduttivo non tanto in senso morale, ma intendendo un procedimento intellettivo che tende a riportare, cioè a ridurre certe motivazioni umane ad altre motivazioni o idee di più bassa natura o addirittura a delle cause materiali). Le impronte lasciate dei colpi di lance sui dipinti animali delle grotte preistorici sarebbero pertanto da interpretare come dei tentativi di soddisfare, magicamente, ai bisogni di cibarsi e di aumentare le speranze nel buon esito della caccia (si tratterebbe insomma di un metodo apotropaico). Ma forse questa spiegazione, frutto di una nostra volontà teorico-interpretativa, deriva essa stessa da un nostro fantasma.

Certo, oggi molti studiosi hanno adottato il punto di vista freudiano. Il motivo di ciò sta nel fatto che l'intellettuale affronta le esigenze della vita basandosi principalmente sul pensiero, che è solo una delle tante funzionalità dell'animo. Si tratta in verità di una funzione di gran peso che è stata giustamente elevata da Jung al rango di funzione psichica fondamentale, assieme però ad altre non meno importanti. Il medico di Kusnacht ha avuto molti meriti, tra cui quello di farci capire che è impossibile essere perfettamente obiettivi nei nostri giudizi perché questi sono sempre determinati, in misura minore o maggiore, dal nostro tipo psicologico, dal nostro carattere. Senza addentrarci più profondamente in questa questione, notiamo soltanto che il punto di vista psicoanalitico classico privilegia il pensiero e la razionalità, tanto da voler logicizzare (come in Lacan), quantificare le dinamiche interiori. Ma il razionalismo, uccidendo l'intuizione e il sentimento, ci allontana dalla vera fonte e dalla vera funzione dell'arte.

Molto probabilmente, in origine l'attività artistica doveva corrispondere ad una tecnica (perché la tecnica è sempre presente, fin dall’inizio, nel discorso artistico. Ritengo però che inizialmente tèchne e psyché fossero ancora armoniosamente combinati) di recupero d'anima (grado di coscienza, forza morale, memoria...). Anche oggi, superato il boom dei metodi e delle concezioni oggettivanti nelle discipline umanistiche (che tentano di ridurre la psiche ad un qualche sostrato materiale, biologico, genetico, comportamentistico…), l'arte si sta riscoprendo come un mezzo per contattare una dimensione psichica più profonda, quella dell’inconscio collettivo e dei suoi archetipi. Una cosa viene oggi accettata quasi all'unanimità: l'intento profondo dell'artista non è quello di esibirsi nella mera riproduzione tecnica di un oggetto, ma di giungere alla creazione di una delle tante possibili immagini di un suo stato d'animo, di una sua realtà interiore.

Prendiamo l'arte africana per esempio: pur non avendo subito tutte le influenze culturali che hanno resa quella europea così ricca ed elaborata, essa presenta delle forme e delle proporzioni tutt'altro che primitive e realistiche (del resto nemmeno un quadro come la Gioconda può obiettivamente essere definito realistico). Non che gli artisti africani non siano tecnicamente in grado di raggiungere un certo grado di perfezione: semplicemente, un vero artista (non mi riferisco ovviamente ai professionisti che considerano l'arte un business, ma a coloro che operano per esigenza interiore) non prova nessun stimolo particolare a ricopiare la realtà esteriore tale e quale. E nemmeno il fruitore prova molto gusto davanti a simili prodotti. Questo perché, nella sua essenza, l'arte consiste in una proiezione dell'inconscio e il suo fine è l'integrazione di quest'ultimo nella coscienza dell'artista (così come, indirettamente, in quella del fruitore in quanto l'inconscio esprime spesso valori e significati universali). Quindi, come già ebbi a dire anni fa in una conferenza[1], arte e proiezione, arte e investimento inconscio vanno di pari passo. Finché un contenuto costellato nell'inconscio non viene soddisfacentemente compreso dall'artista, continuerà a produrre motivi sempre affini (il che spiega i famosi periodi singolari che attraversano gli artisti, come ad esempio il periodo blu di Picasso).

Come risulterà ormai chiaro, dal nostro punto di vista, più intuitivo, l'arte appare con una vera e propria ricerca di sé stessi. E conoscere se stessi sembra del tutto naturale per gli esseri autocoscienti che siamo. Tuttavia, tale spontaneità, soprattutto a causa del nostro modello di vita che tende ad estrovertire il nostro interesse, a mandarci fuori da noi stessi, si perde facilmente di vista. Ritrovarla esige spesso un enorme sforzo da parte nostra[2]. Si può dire che l'arte naturale favorisce un simile ritrovamento. È una tecnica molto semplice che avvicina l'artista alla propria completezza psicologica. Infatti, la camminata in natura opera come un rituale spontaneo, un rite d’entrée che aiuta il soggetto a rientrare in sé stesso. Solo allora l’artista può recuperare la sensibilità necessaria per potere cogliere le bellezze naturali.

Molti ricercano la creatività nella hybris, nella esaltazione del loro ego e identificano l'arte all'abilità tecnica tout court. Persino nelle scuole è stato adottato quest'ultimo punto di vista. Ricordo un analizzato che mi confessò, con una espressione mista di rimpianto e piacere, di essere stato bocciato all'esame di ammissione ad un istituto superiore d'arte per avere disegnato il viso dell'insegnante al posto della natura morta proposta inizialmente come tema, e ciò nonostante insegnante e direttore si erano soffermati a lungo ad ammirare il suo disegno.

Gli artisti che mirano all'affermazione del loro ego si svuotano pian piano dei loro stimoli naturali. E, insensibili al "sottile operare della natura dentro di loro", cercano di esasperare quelle poche idee prive di vita che loro rimangono. E quando tale mezzo non è la droga, esso consiste allora in un intellettualismo sfrenato e antipatico che li condanna a rimanere prigionieri del loro “surrealismi”. Tale atteggiamento contrasta fortemente con il nostro. Il vero artista sposa la propria arte, deve mantenersi ricettivo alle sollecitazioni provenienti dall'inconscio e andare quindi, inevitabilmente, verso un ridimensionamento del proprio ego. Questo avviene in alto grado nell’arte naturale dove il ruolo di protagonista viene lasciato volutamente alla Natura e dove diventa evidente l’apertura del soggetto verso un più grande di sé trascendente (la Natura). Vista da questa prospettiva, l’arte naturale sembra volere compensare, apportare un rimedio alla perdita d'anima così evidente che colpisce il mondo moderno e in particolare l'arte contemporanea. C'è da dire che i germi di quest’arte erano già presenti da tempo in alcuni artisti particolarmente sensibili. Max Ernst per esempio, diceva di essere "affetto da sculturite". Ma le prove forse più evidenti di una simile tendenza le ho riscontrate in una intervista rilasciata dall'artista svedese Staffan Nihlen apparsa su di un quotidiano: "ciò che per lungo tempo ho cercato di realizzare in un blocco di marmo posso poi vederlo all'improvviso in una pietra trovata per caso, che si lascia dare forma senza sforzo.

Quando un'artista è preso dal tema che lo interessa, lavora come in trance, è compreso nel suo compito ed è spinto dal sentimento di essere come guidato da un altro". Ad accattivare l'interesse in quel caso è dunque un “mistero” che si manifesta dentro e a tempo stesso attorno a sé. Nella pratica, l'effetto che ne risulta è che, più ci si addentra in quel mistero, più la Natura sembra rispondere ai propri stati d’animo e quesiti. Per esempio, vagando nella Natura senza una meta definita, capita di incappare in forme e oggetti naturali particolarmente belli e affascinanti, che comunque richiamano la nostra attenzione.sembra in quei momenti di assistere ad una combinazione tra mondo interiore e natura esteriore, microcosmo e macrocosmo. Come è noto, a questo genere di coincidenze Jung diede il nome di sincronicità…


Alcuni accenni sulla tecnica


L'arte naturale consiste innanzitutto nel "saper vedere" in certi oggetti naturali quali pietre, pezzi di radici o di rami curiosamente formati o attorcigliati, dei simboli di nostri attuali stati d'animo, nostri e di quello del mondo a cui apparteniamo. Il secondo atto consiste nel pulire (solo se necessario) e, volendo, nel modificare lievemente quei frutti della provvidenza, tanto per sigillare un’alleanza tra il nostro io e l'inconscio. Il terzo atto comprende la loro ubicazione del luogo della mostra o semplicemente nella propria dimora. Le opere potranno poi essere intitolate a secondo dell'ispirazione, oppure lasciate senza titolo nel caso non siano ancora state soddisfacentemente comprese dall'artista. Esse possono anche abbinarsi a prodotti creativi inerenti al proprio lavoro di amplificazione e di integrazione dell'inconscio.

Per esempio a delle poesie o a dei disegni. Il valore estetico dipenderà quindi anche del senso espresso dall'opera e del lavoro interiore compiuto dall'artista. Questo fa sì che qualcosa di apparentemente grezzo o di insignificante possa risultare altamente artistico. Infatti, le cose grezze sono da apprezzare quando evocano efficacemente una realtà psicologica corrispondente nell'anima dall'artista/fruitore. Gli oggetti trovati, indipendentemente dai criteri convenzionali di bellezza, diventano allora come dei souvenir che costellano l'itinerario artistico e interiore di ciascuno."

Antoine Fratini

Associazione Europea di Psicoanalisi

lunedì 23 novembre 2009

In un mondo di carta: IX


Ascolta: non è che il prologo;

questo non è che il prologo.

Tempeste ed altri incanti

mi guidano alle isole

erranti, nel mar di viola.

Nel gran cerchio del tempo,

dove cadono i giorni,

batte rantolo sordo di telaio:

Cloto dipana attimi di sabbia,

di pietra, solitudine e corallo.

Con collane di uccelli nei capelli,

le terre del ricordo alla deriva,

esorcizzate, affascinata guardo.

Ma, intatto, Amore fugge

e. solo, scampa. Eternamente vive,

riflesso in uno specchio.




giovedì 19 novembre 2009

Casa di nebbie ( da "Mille scenari possibili" - 2001)



E’,
degli scenari possibili,
il più improbabile & il più ingrato,
per me,
da ricordare
ma lo ricordo con lancinante gioia,
& stupore
Quando,
la notte,
con le tenebre,
cadono
- lunghissime -
le maniche della camicia di forza del disincanto,
& si attenuano
i rigori polizieschi del disamore.
Quando mi libero,
nel grande letto elastico che mi appartiene
interamente,
mi libero & libro
nel sonno-sogno,
dove fluttuo come una immensa crisalide
oltre i famosi portali
& oltre il dormi-veglia,
che, come un grosso gatto,
se ne sta lì accucciato, a sorvegliare …
Allora
Casa di nebbie
mi riappare in un’ alta alba invetriata:
estive nebbie lattiginose la circondano da ogni dove,
& salgo & scendo, in pantofole, tutte le sue scale,
& guardo & scruto, in camicia, da tutte le sue finestre.
Tu ancora dormi.
Sotto il copriletto bianco di mia nonna,
nel nostro ultimo letto-zattera
tu dormi,
dormi profondamente,
bruno & feroce,
& tutto tarlato dentro,
come il nostro amore,
come il nero mantello nell’armadio,
tarlato sotto la trama della pelle …
Dentro casa di nebbie,
ancora per poco,
ancora.